"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 18 Aprile 2013 20:43

Tutte le bugie necessarie

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Prima che si apra il sipario, al buio, si sente forte il fischiare del vento o forse l’elica di un aeroplano. Poi il sipario si apre sulla scena nella quale si svolgerà tutto il dramma: una veranda, con sedie e tavolini di metallo smaltato in bianco, aperta da grandi finestre su un giardino di cui non si vede nulla, se non un piccolo albero con un ramo spezzato. È già tutto qui. Nei primi secondi sono stati mostrati i due fulcri di tutta la vicenda, che vedremo essere uno solo: l’aereo e l’albero.

È la fine degli anni ’40. Ce lo dicono gli abiti degli attori, la musica di sottofondo, il tono della recitazione e i sentimenti rappresentati. “La guerra ha cambiato tutti i parametri. Una volta un figlio maschio era motivo di orgoglio, ora lo è solo se inabile alla leva”. La guerra è finita da poco e il paese vincitore ha pagato un generoso tributo di sangue e di giovani vite per porre fine ad un conflitto che sembrava tanto europeo fino all’attacco di Pearl Harbour. Il paese vincitore si appresta a creare il sogno americano, a vedere nascere nuove fortune, i nuovi ricchi che hanno lavorato durante la guerra (e non lo hanno fatto gratis, pecunia non olet), hanno fatto fortuna con gli armamenti, i proiettili, gli aerei e ora che la guerra è finita e il mercato chiede altro sono pronti a riconvertire le loro industrie, per la legge della domanda e dell’offerta. Joe Keller (Mariano Rigillo) è uno di loro. Un bonario padre di famiglia, uno che ha fatto la scuola serale, uno che ha lavorato tutta la vita per garantire il benessere a sua moglie Kate (Anna Teresa Rossini) e ai suoi figli, Chris (Ruben Rigillo) e Larry. Larry però non c’è, se non come fantasma e come albero piantato nel giardino in memoria. Larry era pilota in guerra e da tre anni era stato dato per disperso.
È la fine degli anni ’40. Non possiamo capire oggi, noi che la guerra non la conosciamo nemmeno dai racconti dei genitori, cosa doveva significare quell’attesa, cosa significava attendere qualcuno senza sapere se e quando sarebbe tornato. Come se la guerra non fosse finita per le famiglie dei dispersi. Larry il fantasma. Larry il disperso. Nessuno crede più che tornerà eppure tutti ci credono. Tutti ci devono credere. Per continuare a vivere. Per non impazzire. Oppure per congelare la vita, per vivere nella pazzia. Joe non ci crede più, ma continua a crederci per non contraddire la moglie, donna fragile, eppure perno della vita familiare. Chris non ci crede più e vuole sposare Ann Deever (Silvia Siravo), colei che era stata la fidanzata di suo fratello, eppure continua a crederci, qualcosa dentro di lui lo fa sentire un traditore della memoria del fratello e gli impedisce di abbandonarsi con l’ardore dei suoi venticinque anni all’amore di Ann. “Tutte le volte che sto per prendere qualcosa che voglio mi devo fermare per non fare soffrire qualcuno”.
Kate, il perno della famiglia, non ci crede più, ma vuole continuare a crederci, deve continuare a crederci per continuare a vivere accanto al suo uomo. Tutte bugie. Tutte bugie necessarie per vivere.
È la fine degli anni ’40. La guerra è finita da poco. Tra i tanti ventuno piloti sono morti, sono morti perché sui loro aerei erano montati dei pezzi difettosi, provenienti dalla fabbrica di Joe Keller e del suo socio, Steve Deever. Joe è uscito pulito dal processo, quel giorno non era in fabbrica, mentre il socio, il padre di Ann, è in galera. E se la verità non fosse questa? Come si può vivere con il sospetto che il proprio padre sia responsabile della morte di ventuno giovani americani? Per questo sospetto Ann e suo fratello George (Giorgio Musumeci) hanno voltato le spalle al padre, definito da tutti “un ometto” spaventato. Per questo sospetto Chris, il puro Chris, l’adamantino Chris, colui che non vede la famiglia, ma solo l’essere umano, per questo sospetto Chris non può guardare più in faccia suo padre e lo espellerebbe dal consorzio umano, dal consorzio dei viventi, perché gli animali non si ammazzano tra loro senza motivo. Perché se si arrende a quel sospetto, se impara a conviverci, se lo nasconde nel fondo nel suo cuore, se lo seppellisce sotto tutte quelle necessarie bugie, allora vedrà spegnersi la stella della sua onestà e quella stella, una volta spenta, non si riaccende più.
Tutti hanno bisogno di questo castello di bugie per vivere. Tutti non riescono a vivere appieno perché intrappolati in questo castello di bugie. Solo un evento traumatico potrà spezzare il circolo vizioso, ma la verità ha un prezzo. “Dimentica!" – dice Kate a Chris – "Ora vivi!”. Il rombo dell’aeroplano chiude la scena. Poi scrosciano gli applausi.

 

 

 

Erano tutti miei figli
di
Arthur Miller
traduzione Masolino D’Amico
regia Giuseppe Dipasquale
aiuto regia Paolo Merlini
assistente alla regia Norma Martelli
con Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Ruben Rigillo, Silvia Siravo, Filippo Brazzaventre, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Annalisa Canfora, Giorgio Musumeci
scene Antonio Fiorentino
costumi Silvia Polidori
luci Franco Buzzanca
produzione Teatro Stabile di Catania
in coproduzione con Doppiaeffe Production s.r.l. Compagnia di Prosa
lingua italiano
durata 2h 30’
Napoli, Teatro Mercadante, 17 aprile 2013
in scena dal 17 al 28 aprile 2013

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