“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Venerdì, 26 Ottobre 2018 00:00

“Gyneceo”, il tempo della consapevolezza

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La semplicità di una vita, e del dolore nella vita. La facilità e la velocità con cui si arriva a soffrire, con cui si incorre nell’errore e si incespica nelle situazioni che compongono il percorso, facendo torto a se stessi, scoprendo a poco a poco, con il passare del tempo, che in fondo di chi può essere la colpa, se non nostra?

Eppure si tratta di una colpa senza peccato, di sbagli compiuti non a causa di intenzioni inspiegabilmente cattive, covate contro di noi per soddisfare la sadica voglia di autolesionismo, ma per mancanza di preparazione, per il non essere pronte, o pronti, a farsi crescere dentro quel coraggio che è la dote imprescindibile al saper esistere, e per non essere ancora in grado di combattere i soprusi, le ingiustizie che per mano esterna vessano la nostra integrità, scuotendone le fondamenta e minacciando di condurci verso l’assoluta prostrazione.
Il ritrovarsi di queste donne dopo così tanti anni, insieme, ad onorare la tradizione della passata di pomodoro fatta in casa, con il suo sapore e il profumo di prodotti genuini raccolti dalla propria terra, all’interno di un’alcova antica, familiare, madre e matrigna, diviene l’occasione per mettere a nudo ogni pensiero, per svelare le proprie gesta, non quelle edificanti e solari, ma quelle più “oscene” ed oscure, tutti i desideri e le paure frutto di un’energia istintiva, vera. Le malinconiche guardiane sono messe lì a difesa di una comunità ancestrale e rurale, da cui di fatto si sentono escluse, ed hanno come unica possibilità di evoluzione quella che comincia dal confessarsi vicendevolmente, ripercorrendo in modo sincero e profondo il sentiero più scabroso, com’è necessario che sia. In una società che ne scoraggia o vieta apertamente la più verace espressione, il loro essere è lasciato solo davanti alla decisione di cambiare o meno le cose, vivendo in modo libero ma pressate dalla disapprovazione becera ed ipocrita di una comunità a propria volta vittima di se stessa, o piegandosi al volere altrui, con l’inutile speranza di poter ricevere in cambio un briciolo di sostegno, o almeno di comprensione, ed illudendosi così, ingenuamente, di sfuggire alla disperazione e alla solitudine.
Anche queste persone sono in bilico fra il ruolo di vittime e quello di artefici delle proprie vicende, fra la scelta di divenire finalmente responsabili della sorte che a loro è toccata o continuare a fingere di esserlo sempre state. Così Gyneceo si inserisce appieno, sin da subito, nell’atmosfera caratterizzante la trilogia su Destino e Destinazioni, insieme a Caprò e Sutor: racconti paralleli che partecipano di quella comune, amara e dolce visione di un’intima realtà. Ma con delle differenze.
La nostra storia si nutre qui di un solo, puro concetto, intorno al quale ruota una lunga e graduale metabolizzazione del passato, del presente, e, forse, di un possibile futuro: verità. Il concetto di verità è giunto alla fase conclusiva della sua reintegrazione nella sfera consapevole, dentro uno spirito in parte rassegnato, volto al termine, ma anche per questo investito di un’ondata catartica. Il colpo di scena della narrazione, in quanto procedimento del visualizzare uno stato interiore, non è eclatante atto di ribaltamento, quanto piuttosto atteso colpo di coda di una strisciante rivelazione. Ed il nodo non si scioglie in una sbalorditiva decisione o nel clamoroso manifestarsi del destino, ma solo, solo si fa per dire, in un faccia a faccia con la propria identità. In questo caso il confronto è maturo, quasi disciplinato, ma non per questo meno violento e sofferto.
Il fiume di tutta l’esperienza accumulata si riversa su di una protagonista che soltanto a questa data è completamente pronta ad affrontarlo, e, come avviene per il suo personaggio, l’interprete Maria Pia Di Domenico è perfettamente in grado di farsi portatrice della grande umanità e autorevolezza che questa riflessione richiede di esplicitare sulla scena. Il tentativo di riappacificazione con i comportamenti assunti e le scelte che sono state prese, è guidato da uno sguardo ora più indulgente, che non ha bisogno di mentire a se stesso, che vuole accettare le debolezze e le distorsioni di quell’atteggiamento nei confronti della vita, cercando di vedere oltre e di riportare alla luce i momenti di maggior forza e splendore, consapevole che sugli istanti passati non si potrà mai più agire.    
Di certo in quest’analisi si sviluppano, e permangono, la rabbia e l’arcigna disillusione, per via di quegli errori reiterati e per l’impressione, che si avverte man mano in modo sempre più netto, di non aver saputo mantenere stretta la felicità poi così duramente e avventurosamente conquistata, facendo di tutto per sciuparla, temendola come un tempo si erano temuti il dispiacere, la frustrazione, il senso di impotenza. L’unica via che porta al riscatto è la presa di coscienza di tutto ciò che è avvenuto e del perché sia avvenuto, con l’occhio mai distaccato, però più lucido, grazie al tempo che distanzia da quei lontani ma reali attimi. L’idea della scala nel monologo finale della protagonista è stilizzata, ma saggia ed efficace, con quei gradini in cui inevitabilmente “si inciampa”, e la perentorietà di un’immagine a sostituire la metafora con la concretezza del luogo da cui si è partiti, la percezione vivida di quello che originariamente si è stati; il seme di quell’essenza che, seppur disperso in un interiore abisso, continuerà sempre a resistere a qualsiasi intemperie.

 


Gyneceo
di Vincenzo Mambella
regia Edoardo Oliva
con Tiziana Di Tonno, Maria Pia Di Domenico, Valeria Ferri
scenografia Francesco Vitelli
produzione Teatro Immediato
lingua italiano
durata 1h
Pescara, Museo delle Genti d’Abruzzo, 21 ottobre 2018
in scena 21 ottobre 2018 (data unica)

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