"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 26 Giugno 2018 00:00

Una surreale distopia

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Una drammaturgia contemporanea e distopica, una regia precisa, una recitazione di buon livello qualitativo: gli ingredienti base di questa Trilogia dell’indignazione – spettacolo andato in scena in data secca al Napoli Teatro Festival nell’ambito della sezione Osservatorio – si combinano per dar vita a una messinscena ben congegnata e funzionante.

Prendendo le mosse dalla scrittura di Esteve Soler, drammaturgo catalano contemporaneo, si delineano sette quadri successivi, tutti ambientati attorno a una struttura a forma di gabbia aperta, formata da scomparti ruotanti attorno a un fulcro centrale che, diversamente orientandosi di scena in scena vanno a formare l’ambientazione precipua di ciascun quadro recitativo: i titoli dei singoli quadri “contra el progreso”, “contra l’amor”, “contra la democracia” – esplicitati nella lingua originaria del testo, come a rimarcarne l’origine drammaturgica – sono le linee guida dichiarate di questa quadreria surreale, che si sussegue secondo un ritmo preciso, scandito con un rigore geometrico nella forma del congegno scenico, che si ripete con uno schematismo acutamente congegnato, volto a sottolinreare, nel surreale impianto dialogico di ciascun quadro, la concezione didascalica dei contenuti, sviluppata attorno a tre cardini fondamentali del vivere.
I sette quadri che compongono la trilogia raccontano storie grottesche e surreali, calate in un presente distopico ma non troppo, in cui assistiamo alla reificazione di Dio nel moderno concetto di azienda, all’amore indotto e governato da pillole che ottundono la volontà e il libero impulso all’interno di una coppia, alla contrattualizzazione asettica dei rapporti, compresa la procreazione – non assistita ma “acquistata” – alla desertificazione di un paesaggio urbano in cui gli individui superstiti si designano come incognite (x, y, z), alla frantumazione non solo simbolica ma ‘fisica’ di una coppia all’interno di un albergo, alla cosciente cinica e dichiarata eliminazione fisica di una figlia da parte di due genitori che vedranno infine il suo spettro apparir loro dallo schermo televisivo davanti al quale consumano la propria narcotizzazione indotta.
I quattro attori (Roberta Astuti, Sara Missaglia, Enrico Ottaviano e Chiara Vitiello) sono in scena abbigliati in vesti bislacche ciascuna di un colore differente – cromie richiamate anche dai disegni, a loro volta geometrici, che vediamo sul fondale – e che parrebbero voler evocare la moda possibile di un tempo futuro, spostando l’ambientazione da un’idea di presente a quella di una scatola (una gabbia) senza tempo e non precisamente dislocata in un dato spazio geografico; questo perché le tematiche fondamentali di cui si fa evocazione hanno intento d’universalità, al di là del dove, e sono calate in un tempo che, pur preconizzando un futuro deteriore, sembra alludere a potenzialità negative germinanti nell’oggi.
La diversificazione delle dinamiche inscenate avviene attraverso la reiterazione programmatica di fasi fisse: a rotazione due dei quattro attori occupano lo spazio interno alla gabbia, un terzo entra e al quarto spetta un ruolo da voce fuori campo – a lato della scena – dal tono ora cantilenante a mo’ di messa cantata, ora lamentoso e quasi piangente, ora da telecronaca sportiva, ora suggerendo suspense, così fungendo da didascalie vive e esplicite, con tanto di dichiarazione di "buio" tra un quadro e quello successivo. Le situazioni proposte nello spazio conchiuso dalle pareti aperte di una gabbia parlano del reale attraverso il surreale, suggeriscono un’aderenza precipua al presente, a ciò che capita oggi nelle ciniche e bieche dinamiche interpersonali, politiche e sociali. La chiave surreale funge ottimamente da specchio distorto del presente, estremizzando situazioni grottesche, la cui carica ironica non nasconde ma anzi rimarca la disumanizzante banalità del male sempre più intrinseca a comportamenti umani improntati al più cinico utilitarismo e verso i quali sarebbe sacrosanto oltreché ‘naturale’ indignarsi.
Specchio ustorio di una umanità poco umana, sempre più difforme dai crismi di un’etica che non sia quella arida del profitto e della convenienza concreta, la Trilogia dell’indignazione messa in scena da Giovanni Meola con un quartetto di attori che esegue con precisione lo spartito confezionato con rigore geometrico, restituisce una visione amara di quello che la nostra società sta progressivamente diventando. Lo fa attraverso una concezione registica che traduce la drammaturgia di Soler in una messinscena di grande chiarezza compositiva, che rende la parcellizzazione dei diversi quadri, tra loro indipendenti e non narrativamente interrelati, congrua a una visione d’insieme dalla quale emerge il progressivo avvicinamento del nostro tempo a un tempo altro, la cui distopia appare sempre meno distante, se non nelle forme, soprattutto per quanto concerne il panorama valoriale.
Lavoro valido e degno d’interesse, questa Trilogia dell’indignazione, che però suggerisce un interrogativo irrisolto (e comune agli altri spettacoli che fanno parte di questa specifica parte del cartellone festivaliero) sulla programmazione in cui è inserito: fissato in un’unica replica, con possibilità minime se non nulle di essere visto da operatori del settore, viene legittimo domandarsi che senso abbia nell’ottica programmatica – e nell’interesse dello spettacolo stesso, che meriterebbe per lo meno di poter essere visto per poter eventualmente circuitare – relegare questa e altre visioni a un’apparizione effimera e a un subitaneo oblio.
Interrogativo non distopico ma effettivo di una situazione reale il cui senso appare venato d'alcunché di surreale.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Trologia dell’indignazione
Contro il Progresso, Contro l’Amore, Contro la Democrazia

di Esteve Soler
regia Giovanni Meola
con Roberta Astuti, Sara Missaglia, Enrico Ottaviano, Chiara Vitiello
consulente alla drammaturgia Armando Rotondi
scenografia Flaviano Barbarisi
costumi Marina Mango
assistente alla regia Annalisa Miele
aiuto scenografo Alessandro Francione
foto di scena
Guglielmo Verrienti
produzione
Virus Teatrali
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Cortile delle Carrozze, 12 giugno 2018
in scena 12 giugno 2018 (data unica)

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