“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth

Mercoledì, 16 Maggio 2018 00:00

Fondamenti del Teatro: Čechov e il bisogno di speranza

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Nel presente cechoviano la vita è agonia e naufragio. I desideri più intensi − “A Mosca!” − non maturano in atti di volontà e i gesti non corrispondono alla veemenza deidesideri. Nei personaggi di Čechov l'ampiezza smodata dei sogni stride con l'estenuazione e il torpore che li atrofizza. E in quell'inerzia l'assiduo lampeggio di chimere dà più tagliente risalto alla loro incapacità di operare, di sforzarsi a vivere. Sebbene consci del porprio sfacelo, non cercano di districarsi dai lacci della banalità che li attossica. Come se riservassero il presente a un repertorio di gemiti e immote speranze, rimandando ogni azione a un radioso domani, che non vedranno.

Così gli eroi de Il giardino dei ciliegi non alzano un dito per salvare la loro tenuta. Elena Andrèevna, in Zio Vanja, sta per cedere ad Astrov, che suscita in lei una vampata d'amore, un anelito di felicità, ma subito si ritrae intimorita, per tornare alla gabbia coniugale, al consorte semidefunto. Le tre sorelle persistono a vagheggiare con trafiggente malinconia il ritorno a Mosca (Mosca per loro è il paradiso dell'anima, una terra promessa, come lo era per Čechov, costretto dalla propria malattia nella “calda Siberia” di Jalta). E mentre sognano passivamente, Andrej perde al gioco e la cognata Nataša le va man mano scalzando. Nè sanno difenderle i loro paladini (Veršinin e Tuzenbàch): inabili anch'essi a impegnarsi, a prendere partito.
Con quanta facilità si rassegnano i personaggi di Čechov.
[...]
Egli, quest'autore così lirico e umano, sentiva confusamente (come Block, come Belyj) l'approssimarsi del cataclisma, coglieva i segni febbrili nel ristagno del proprio tempo. E in molte battte delle sue opere maggiori − Il giardino dei ciliegi, Tre sorelle, Ivanov, Il gabbiano − è gia nitida la percezione della fatale burrasca che avrebbe spazzato via la pigrizia e l'indifferenza. La mostruosità di una vita inautentica non reprime nei suoi personaggi la fiducia in un mutamento. Anche se vago e impreciso, il futuro è per loro rinascita, redenzione, conforto. Sopportare il proprio destino, riscattare coi patimenti il passato, superare il presente: ecco l'insegna di queste figure, la cui sofferenza sommessa e pudica non esplode mai nell'urlo infocato di Munch.
Soffrire per conquistarsi il futuro. Le creature più solitarie, più grame, le più abbandonate conservano la certezza. Perduto tutto: la felicità, le persone care, la casa, le tre sorelle − ad esempio − non perdono la fede nei giorni futuri. A contrasto con l'acre musica della brigata che parte, leniscono il loro dolore con un trio di speranza.
I monologhi di Anja, di Sonja, di Maša, di Ol'ga, di Irina, nei quali il futuro luccica coi suoi colori come nelle sfere di cristallo delle veggenti, sono fugaci impennate dello spirito oppresso dalla grettezza feriale. Queste cantilene proiettate verso giorni remoti somigliano ai finali di certi film di Charlie Chaplin, dove l'eroe di allontana svanendo in una lunghissima strada.
Si resta ammaliati e perplessi dinanzi lo sfolgorio di questi miraggi consolatori, che cancellano le false finestre del teatro per una più grande lusinga. In realtà la durevole attesa dei personaggi cechoviani si risolve in una torpida assenza, che per noi non è troppo diversa da quella dei due clown che aspettano il misterioso Godot. Già Block, poco dopo, nel proprio teatro, avrebbe mostrato che le navi del sogno non giungono e che l'ipostasi della bellezza celeste è soltanto una Colombina di cartone. E non meno fallace ci appare il futuro nella drammatica poesia teatrale di Majakovskij. Del resto, a volte, anche Čechov sembra preso dai dubbi e così, dopo una serie di vaneggiamenti, Veršinin − ne Le tre sorelle −si scusa con Ol'ga per aver parlato troppo.
Eppure, immersi in un mondo annoiato e inerte, in una frigida Marienbad, estranei l'un l'altro, incapaci di comunicare, come i personaggi di Čechov noi abbiamo bisogno di miraggi, di alate speranze, anche se queste non sono che evanescenti chimere. Alle creature di Čechov e a noi la vita può togliere tutto, ma non potrà togliere la libertà di inventare un futuro. E non importa se in quel futuro saremo dimenticati. Esile frangia del tempo, il presente non conta: è gelido, è desolato, come una stazione di transito. Il solo modo di vivere è vivere per il futuro, cullarsi in questa meravigliosa illusione.





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Fondamenti del Teatro
Angelo Maria Ripellino
Il teatro di Čechov

in Id.
Letteratura come itinerario nel meraviglioso
Torino, Einaudi, 1968
pp. 276, pp. 122-124

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