“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Venerdì, 12 Aprile 2013 15:39

Il corpo nell'infanzia e nella modernità

Scritto da 

La rassegna che si sta svolgendo al Teatro Nuovo ed alla Sala Assoli di Napoli, Quelli che la danza 2013, linguaggi della danza contemporanea, organizzata da Cdtm (Circuito campano della danza) permette ad un pubblico amante delle arti tersicoree di poter vedere spettacoli di buona qualità e con vasta scelta di generi.
La performance eseguita da Claudio Malangone, Vincenzo Capasso, Susan Kempster, Marta Cinicolo e Rossella Canciello è andata in scena al Teatro Nuovo in prima nazionale. Lo spettacolo è suddiviso in due parti: la prima con un riallestimento coreografico a cura di Susan Kempster, danzatrice e coreografa australiana, e la seconda coreografata da Claudio Malangone, psichiatra, danzatore e coreografo napoletano.

Game over è il titolo della performance firmata dalla Kempster. La scena dà adito a più di una interpretazione. I danzatori sembrano calarsi nei personaggi di tre bambini in pigiama che giocano tra di loro, in un sogno o nella realtà, e si fanno dispetti, si lamentano, vogliono prevalere l’uno sull’altro o si cercano in maniera più complice. L’universo dei bambini è un luogo dove la danza può attingere molto attraverso lo studio della naturalità e l’istintività dell’azione fisica. Il lavoro della Kempster, infatti, sembra scaturire da un’osservazione ed una volontà di richiamarsi a questo luogo.
Nel movimento dei danzatori scaturiscono momenti di contact e dinamiche corporee interessanti che non sempre rispecchiano o combaciano con la scelta drammaturgica che giustifica il linguaggio fisico.
Dall’altra parte, i tre sembrano uomini e donne a lavoro, come operai di una fabbrica, con i loro camici di diversi colori e giocano la partita della vita: si alleano in due contro uno, compiono azioni buone e cattive, sono dolci e poi più rigidi e di conseguenza il movimento asseconda queste sensazioni ed espressioni.
Si percepisce, soprattutto all’inizio quando la scena è animata da un solo danzatore, l’idea di essere dentro un videogioco (Game over, il titolo, lo fa pensare subito). Poi le luci si spengono ed il pubblico è invitato ad uscire per permettere un cambio scena.
Dopo una sigaretta ed una chiacchiera si rientra in sala e già sul palco una donna in felpa e gonna si muove nel buio. La luce, subito dopo, fa notare due lunghi proiettori dove, come in uno specchio, si riflette il movimento della danzatrice.
Dal pubblico spuntano gli altri danzatori in felpa, costume da bagno ed occhiali super moderni, che si dirigono spediti verso il palco come per affrontare una missione militare o un’immersione subacquea. Il colore verde dei costumi, infatti, rimanda all’acqua ed alle divise dei soldati in guerra.
Il pezzo, firmato da Claudio Malangone, fa pensare al ritmo veloce e robotico della società con una piccola nota di ironia.
Ogni danzatore si riflette in uno schermo e soprattutto danza sempre con un altro, per cui sono sempre due quelli che si vedono in scena.
Uno studio per t(r)e, come informa il titolo, è forse l’auspicio di una ricerca verso il numero tre o allude alla presenza della telecamera che riflette le immagini. Siamo tre o siamo io e me, che diventa altro da me, ovvero te?
La telecamera rimanda ad un mondo senza privacy e segretezza, come se fossimo guardati dal “Big Brother” e questa sensazione insieme all’insistenza del ritmo della musica instilla un leggero senso di angoscia che cresce sempre di più.
Il coreografo propone varie immagini e sensazioni con lo studio e la ricerca del movimento fisico, prediligendo per la maggior parte movimenti scattosi e spezzati, ma che mantengono sempre una certa fluidità e continuità che li salda insieme.
Claudio Malangone è il direttore artistico di Ra.I.D, rassegna interregionale di danza, che nasce nel 2010 da un’idea dell’associazione Borderline danza all'interno della Piattaforma AltriOrizzonti per creare un network tra festival, teatri, spazi performativi e compagnie italiane e straniere di danza contemporanea.
Il progetto si sviluppa innanzitutto sull'esigenza di facilitare la circuitazione delle compagnie all'interno di festival e rassegne, ma anche di creare nuove prospettive e spazi di comunicazione con residenze, sostegno ad autori emergenti, progetti di formazione del pubblico e dei danzatori.
Lo spazio fisico di questo progetto è l’Auditorium Centro Sociale Salerno, dove si organizzano residenze artistiche per spettacoli che provengono da tutto il mondo. A questo si aggiunge la presentazione di mostre di pittura, di foto, di video, di pubblicazioni. Una realtà, insomma, attiva ed aggregativa che privilegia il canale artistico, e della danza in specifico, per creare ponti e legami di persone e luoghi.

 

 

 

Game over
coreografie
Susan Kempster
interpreti Claudio Malangone, Vincenzo Capasso, Susan Kempster

 

Uno studio per t(r)e
coreografie
Claudio Malangone
interpreti Vincenzo Capasso, Marta Cinicolo, Rossella Canciello, Claudio Malangone
immagini Francesco Perone
musiche Dario Casillo
luci Francesco Ferrigno
prodotto da Borderline Danza 2013, Mibac 2013, Regione Campania 2013, Piattaforma AltriOrizzonti, Ra.I.D. Festival

 

Napoli, Teatro Nuovo, 10 aprile 2013
in scena 10 aprile 2013 (data unica)

Altro in questa categoria: « Ai papà I muri nella testa »

Lascia un commento

Sostieni


Facebook