"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 23 Marzo 2018 00:00

“Esilio”, il limpido lirismo della deriva

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Quando si riflette sulle problematiche legate al lavoro, o meglio, alla perdita dell’occupazione che fino a quel momento ha dato sostentamento ad un essere umano, assorbendo così tanto della sua energia e dei suoi scopi da fare in modo che questo essere si immedesimasse in quel determinato ruolo a tal punto da collimare con esso, si arriva a considerare, inesorabilmente, quanto tale esperienza possa incidere nella propria vita, e quanto profondo sia il segno che essa possa tracciare dentro uno spirito. Potrebbe sembrare un pensiero ormai sviscerato e banalizzato, un argomento sin troppo discusso e perciò ridotto ad un preimpostato schema, all’interno del quale si sa da subito che la vittima di quella ingiustizia è, e si sentirà d’un tratto, svilita, fiaccata, perduta. Già. Ma in quale maniera, esattamente, ella si smarrisce? Qual è l’aspetto del percorso disorientante fatto di oscuri meandri? Esilio si popone di far visualizzare attraverso la fantasia e la bizzarria cha affondano nella realtà quotidiana lo spettro dell’angoscia e del distacco dal sé, da ciò che prima si era stati.

Con calma, come una sensazione, una suggestione che è quasi impercettibile ma vivida, quello spettro cala sulla realtà, si immerge in essa pur rimanendo al contempo sdoppiato rispetto alla stessa. Ed il contrasto tra il goffo personaggio che conosciamo esattamente da quando è diventato caricatura dell’autentico sé stesso, simpatico e burlesco, talvolta lucido ma sempre, di fondo, inebetito, e la figura che dall’attacco si dichiara come l’anima in pena, la quale vaga altrove, alla deriva da quel corpo che prima aveva abitato e che ora resta lì in un tempo ed uno spazio che non contano più nulla, totalmente spersonalizzato e oppresso dal disagio, privato della specifica angolazione attraverso la quale aveva sempre intrepretato ed affrontato l’esistenza e per questo svuotato di ogni senso, è il cuore della creazione a cui assistiamo.
Le due parti, ora all’apparenza inconciliabili e che solo tornando ad aderire intimamente, ma questa speranza si preannuncia disattesa dall’inizio, potrebbero dare di nuovo forma ad un’entità che possa definirsi a tutti gli effetti viva, non hanno un solo dettaglio, un solo garbo, un solo ragionamento in comune, tanto da non poter nemmeno essere messe a confronto. Ma ognuna delle due sente l’emozione dell’altra, con l’unica differenza che l’anima ne è cosciente, quella marionetta impacciata che ha sostituito l’uomo, invece, non lo è. La Balivo ricalca con un limpido lirismo una maschera ben definita ma non specifica, la quale non perde la sua validità con il tempo che passa (in ciò somiglia a Charlot), ed imbastisce, grazie a movenze grottesche che impressionano per la capacità di mostrare l’essere umano utilizzando una veste che è qualcosa di ben diverso da quest’ultimo, un’essenza la quale si vede risolta nella comicità dei propri discorsi, nel tono e nella mimica facciale, i lineamenti di un’ironica pateticità, arzilla eppure mesta e pietosa, dipinta sulla pelle di un protagonista (ovvero una metà di questi, non meno fantasma di quello che ormai si può tratteggiare come impalpabile alter ego) del tutto abbandonato, emarginato, solo anche nei momenti in cui sembrerebbe essere sul punto di riuscire ad ottenere quel contatto con gli altri di cui disperatamente, per istinto e per “diritto di nascita”, è alla ricerca.
Nella parte centrale della rappresentazione grande rilevanza è data al passaggio, al processo di metamorfosi che va avanti per inerzia e non può essere arrestato, la fase in cui la solita, accuratamente delineata persona, vede dissolversi il profilo che da sempre l’ha accompagnata, divenendo quel qualcosa d’altro che è stato dato in pasto ai nostri occhi fin dal principio. La sua anima ci parla così, in modo sommesso e con una triste gentilezza, del fragile confine che si lacera ed espande fra le due metà, dando luogo allo strappo ed all’allontanamento definitivo nel medesimo istante in cui la parte ancora lucida della personalità perde di vista il soverchiante accrescimento della mutazione interiore, quando abbassa la guardia concedendo a questo nuovo essere che si sta costituendo di soppiantare il precedente, di schiacciarlo infine, colpevole di essersi illuso, di aver guardato troppo dall’esterno quell’evoluzione, giudicandola come qualcosa di controllabile, e facendosi per questo sopraffare dal nuovo io, l’impostore tirannico e quasi del tutto assopito, inconsistente ed imbambolato di fronte al presente, dimentico del passato e di quell’indole da cui si è voluto separare.
Una presenza sostituita da un’assenza che solo allo sguardo effimero e indifferente della comunità può sembrare piena, alla quale deve sembrare piena e senza drammi, per potersi permettere di andare avanti autonomamente senza curarsi del singolo, sopravvivendo in una facile (?) ed aleatoria dimensione priva di meta, grazie ad una coscienza solitaria, distaccata ed opportunista, cha arraffa ciò che le è davanti e che più, al momento, potrebbe sembrare utile, scartando il restante senza distinguere o provare empatia, senza che nemmeno se ne capisca il perché, al di fuori e al di sopra di un guadagno subitaneo. Ed è un comodo motivo di nevrosi, insieme al bisogno di trovare il capro espiatorio ed estirpare da sé la possibile responsabilità della sconfitta, che sempre, ad un certo punto, spinge a guardare quella situazione di inesistenza come condanna inflitta iniquamente dalla società nella sua interezza. Forse è così, forse il maniacale sospetto di quel complotto contro di lui, da parte del protagonista, è fondato, forse sono gli altri ad essere pazzi, ciechi, a non afferrare la verità.
O forse no, o forse tutto è il prodotto di una becera corrente affarista ed insensata che travolge e traina a proprio piacimento il pianeta, o ancora è addirittura tutto normale, e le attività alienanti ed insulse che finiscono per sostituirsi inadeguatamente a quel ruolo originario soffocano in una continua difficoltà pratica e spirituale l’individuo, che risulta compresso ed annichilito in un reiterato sfuggire dell’identità, escluso dal riconoscimento della propria collocazione nell’ordine generale delle cose. Ecco perché si perde la testa, sembra volerci dire quel cappotto danzante sul palcoscenico dal quale nessun volto fuoriesce; perché in questa condizione insoluta si arriverebbe comunque a perdere tutto, anche se intorno a noi ogni cosa sembrasse esattamente com’era prima.  

 



leggi anche:
Alessandro Toppi, L'esilio politico dell'uomo flessibile (Il Pickwick, 4 marzo 2018)





La cultura dei legami
Esilio
ideazione, drammaturgia, regia
Mariano Dammacco
con la collaborazione di Serena Balivo
in scena con Serena Balivo, Mariano Dammacco
luci Marco Oliani
cura dell'allestimento Stella Monesi
produzione Piccola Compagnia Dammacco
con il sostegno di Campsirago Residenza
con la collaborazione di L'arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
e di Associazione CREA/Teatro Temple, Associazione L'Attoscuro
lingua italiano
durata 50'
Pescara, Auditorium L. Petruzzi, 18 marzo 2018
in scena 18 marzo 2018 (data unica)

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