"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 29 Novembre 2012 16:07

Il mito eterno della porta di confine

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Il filo della casualità, il nastro rosso, il laccio che tiene insieme le cose, l’abitudine, il mondo che gira, con i suoi ritmi e i suoi automatismi, le percezioni inveterate, l’irriflessività dell’esistere, tutto questo ad un certo punto può sciogliersi, oppure può spezzarsi. E quando il filo si spezza, quando le persone sono sostituite dal vuoto della loro assenza, ci si pongono domande, le grandi domande, ci si interroga sull’esistente e l’inesistente e la linea di confine, tra il reale e l’irreale, il pensato e il vissuto, si fa labile, incerta, fluttuante, e come equilibristi si ondeggia, sospesi sul vuoto, sull’abisso delle domande senza risposta, del buio del non conosciuto.

Una classe qualunque, una scena minimale, da scuola d’altri tempi: tavolo, sedia, attaccapanni, lavagna. Un uomo d’altri tempi, o forse di un altro tempo, con l’impermeabile, il cappotto, una valigia e una piantina di fiori giunge al suono della campanella.
Un supplente, un rimpiazzo, un povero Cristo, dall’aria vagamente male in arnese, un precario. Un po’ metodico e nevrotico nel sistemare i suoi oggetti sulla cattedra, quasi nel tentativo, un po’ patetico, di costruire l’immagine della normalità, della routine della scuola: il registro, il programma, l’interrogazione, la lezione... ma qualcosa si fa strada, sin dall’inizio. Federico II di Svevia, Bianca Lancia, le leggende, un fiume di parole, incalzanti, quasi martellanti e la sensazione che non sia tutto lì, non si tratti solo di nozioni trasferite per affastellarsi nella memoria, date, nomi, fatti. No, si segue la lezione dell’insolito professore quasi con la premonizione che qualcos’altro stia per accadere.
Forse sono le sue parole o, forse, la presenza muta e corposa insieme dell’impermeabile e del cappello, posati sull’attaccapanni come un manichino, quasi a dare corpo ad un personaggio.
E così, impercettibilmente, gli Hohenstaufen e i loro nomi si dissolvono insieme alla polvere del gesso sulla lavagna e aleggiano per un po’ nell’aria mentre il professore ci conduce a Forcella, il 26 novembre 1980, e da qui, a ritroso, si risale la storia, una storia, una delle tante storie delle persone normali, ribaltate e seppellite dalle onde della cronaca.
Un fatto di cronaca nera, un ragazzo, Costantino Orfeo, viene ammazzato per sbaglio, per caso, da sicari di camorra. Un fatto come tanti, banale come sempre il male risulta. Ma l’insolita lezione non è banale, non è un racconto a tema, non è il didascalismo un po’ stucchevole della retorica dell’onestà; non è nemmeno un compendio filosofico per le dame moderne, lo smaliziato (ancorché sempre scarno) pubblico dei teatri. No, la lezione del professore O.T., di cui conosceremo solo alla fine il nome, quasi agnizione finale, è un viaggio e come tutti i viaggi comporta dei rischi, o perlomeno il coraggio di incamminarsi e seguire la propria guida.
Omicidio, morte, dunque la meta del viaggio saranno gli Inferi e un altro Orfeo, Ferdinando, il fratello gemello, sarà il consapevole e allo stesso tempo ignaro psicopompo che riporterà alla luce il fratello e con lui le anime dei tanti obliterati, coloro che poco hanno vissuto e perciò non possono morire.
Il mito rivive nelle parole, attraverso i gesti, in tutta la sua potenza evocativa, la tensione tragica tiene avvinti gli sguardi, puntati sulla figura salda e al tempo stesso inafferrabile del professore. Si pende dalle sue labbra, si cerca la fine della storia, ma non è solo questo, non solo la capacità narrativa, di creazione dei caratteri e dei personaggi (la madre, il padre, il camorrista), ma soprattutto la capacità di creare una tensione euristica, la consapevolezza che ciascuno deve rispondere alle domande fondamentali dell’esistenza, la consapevolezza che ciascuno potrebbe trovarsi a danzare sull’abisso della disperazione e dovrà, inevitabilmente, trovare una risposta, fosse anche l’abbandono della caduta. Geniali le scene: la lavagna, un velo leggero, è la porta di confine, evocata dalle parole di O.T., diaframma tra il raccontato e il vissuto, scatola esterna e claustrofobico Ade, da cui Ferdinando, Costantino e gli obliterati emergeranno in un turbinare di specchi, immagini che si rincorrono, il sé che si moltiplica mentre le viscere della terra sono scosse, il moto tellurico, la potenza incandescente del mondo che si muove, il sisma del 23 novembre ribaltano per una volta le sorti del mondo, le leggi della storia, per un piccolo miracolo che si fonda sulla capacità, il coraggio di credere. Il novello Orfeo, il giovane Ferdinando, consapevole e ignaro allo stesso tempo, con la sua cetra/chitarra elettrica, ha avuto il coraggio di correre fuori senza voltarsi indietro, di credere che fosse possibile e allora l’impossibile si tramuta nel suo contrario e i fantasmi ritornano tra i vivi.
Tra le prime battute il professore sottolinea che quando si perde qualcuno, ciò che manca è il vuoto lasciato negli spazi che occupava, i gesti mancati; credere forse è riallacciare il dialogo con le proprie emozioni e la percezione dell’altro, l'elaborazione della presenza/assenza/diversa presenza dell’altro fa sì che i fantasmi possano tornare, essere visti, trovare una forma di convivenza con coloro che sono al di qua della porta di confine.

 

 

La insolita lezione del professore O.T.
di: Massimo Maraviglia
Con: Bruno Tràmice
Regia: Massimo Maraviglia
Regista assistente e disegno luci: Ettore Nigro
Assistenza alla regia: Lucia De Pascale
Realizzazione scene: Michele Bifari, Mauro Rea
Fotografia: Marco Maraviglia
Scene: Armando Alovisi
Costumi: Alessandra Gaudioso
Musiche originali: Canio Fidanza
Grafica: Marco Di Lorenzo
Produzione: CRASC Napoli
Progetto realizzato in collaborazione con: Asylum Anteatro ai Vergini
Lingua: Italiano
Durata: 1 h
Napoli, Piccolo Bellini, 28 novembre 2012
in scena dal 27 novembre al 2 dicembre 2012

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