“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Giovedì, 15 Marzo 2018 00:00

“Caprò”. La deriva del desiderio

Scritto da 

Caprò è l’etichetta che si è voluto affibbiare a un essere, soprannome tanto perentorio e assoluto da aver soppiantato del tutto il vero nome, trasformandosi nell’unica dicitura possibile per quel contenitore umano. Un’identità preconfezionata, imposta a prescindere dalla vera natura di un bambino costretto a diventare uomo troppo presto, senza aver potuto godere delle sane esperienze che lo avrebbero reso completo e gli avrebbero permesso di realizzarsi, senza neanche il beneficio del dubbio che la sua strada avrebbe potuto essere diversa, nell’assenza totale della libertà di scelta, del diritto di divincolarsi attraverso i giusti strumenti, a lui negati, dalla morsa dell’ignoranza e della grettezza, in un ritmo di vita allineato a quello della terra, dipendente nel pensiero, oltre che in ogni gesto quotidiano, dalla sterile e ciclica ripetitività del tempo della semina e del raccolto, dell’estenuante fatica del lavoro manuale che monopolizza l’intera esistenza, dispiegata in spazi angusti e violentemente limitanti, seppur pieni d’aria e di verde.

Una condanna, anche se inconsapevole, da parte di genitori i quali a loro volta non hanno mai conosciuto nulla di diverso e che non sono mai stati in condizioni di capire, e da parte della comunità tutta, estensione della chiusura e dell’umile praticità della famiglia, in una situazione che apparentemente non lascia spazio ad una sola brama, ad una sola aspirazione che possa giustificare la pena di vivere su questa terra, ad ogni sogno sfumato ed ostacolato ancor prima di iniziare ad assumere le sue proprie sembianze. Così Caprò è vittima del proprio destino, incapace di essere diverso da com’è perché plasmato appositamente per calzare le vesti che è stato forzato ad indossare, ed insieme ne è artefice, perché quella a cui lo hanno piegato sin da subito è l’unica attitudine che sia riuscito a mantenere, l’unica forma, se così può essere definita, di autodeterminazione del sé, la quale infine sembra motivare la trappola in cui gli altri hanno voluto imbrigliare quella personalità. Ma c’è stato nella sua esistenza un rapporto vero, fatto di amore evidente e di quella tenerezza che la madre e il padre non hanno mai dimostrato, ed è stato quello con Signurì, il fratello minore, altrettanto costretto in un ruolo, anche se di primo acchito ben più gentile e indulgente di quello in cui è rinchiuso Caprò; il forte, il lavoratore, lo strenuo sacrificatore di tutto in cambio di niente. È nell’oscura solitudine di un naufragio (qui riferito alla tragedia del bastimento inglese Utopia, inabissatosi nel 1891, in cui morirono numerosi immigrati italiani, e diversi abruzzesi) in cerca di una disperata via di fuga su di una sconosciuta nave e alla volta di un’America delineata dalla fantasia, che ha principio il racconto. È in questa tragica deriva, in realtà già vissuta dentro il proprio animo, che il nostro protagonista rievoca i momenti passati con il più delicato e sensibile fratello, ed il contorno delle loro vite senza pietà.
Le illusioni e le speranze del giovane Signurì, i rigurgiti dell’amore mancato che Caprò scopre attraverso di lui, la sbiadita sensazione che qualcosa avrebbe ancora potuto esserci, l’impensabile calore di una carezza femminile nella quale mai si sarebbe neanche lontanamente osato confidare, la temuta ed eclatante scoperta di un’umanità piena, carnale ed emotiva, sotto il guscio di quella propria pellaccia dura, forgiata costantemente dal sudore e dal patimento, sono ciò che ha liberato e ancor di più imprigionato l’uomo ridotto ad una mansueta bestia da soma, sconvolgendo certezze che non sono mai state solide e di conforto, rivelando una volta per tutte la potente energia vitale da sempre oppressa in quel corpo ed in quello spirito e portando il nostro tragico eroe a far soffrire, senza volerlo, l’unica persona che abbia mai potuto contare nella sua scarna, dolente, scolorita esistenza, artificialmente incanalata come un impetuoso fiume i cui flutti siano soffocati, privandolo del suo sbocco verso l’oceano. La luce mistica della scena, il suo sapore di verità, di terra e toccante disperazione, ci svela che essa è stata allestita perché l’impronta, dispersa ma vividamente tracciata, del selvaggio e nobile Caprò, potesse rivivere.
L’omaggio spogliato di compiacimento e di facile pietà, la restituzione della grande e legittima dignità a quella gente antica e poverissima, la capacità di transfert e la modulazione sottile del tempo della narrazione da parte dell’attore, nonché l’assoluta, emozionante collimazione fra quest’interprete e la persona Caprò, nella quale risiedono le anime di tantissimi e diversi esseri umani, di storie vere, o non vere ma ahimè certamente plausibili, non possono non essere oggetto di apprezzamento da parte del pubblico più vario ed eterogeneo. E con la percezione ancor più rapida dello spessore della pièce da parte di coloro i quali sono entrati in contatto, seppur in modo effimero e fugace, con anziani abitanti di paese, così largamente provati dal proprio passato eppure inamovibili come pilastri, e con le realtà rurali ancora gravide dei riflessi di quelle vite lontane fatte di miseria, emigrazione, sentimenti calpestati ma forti, e capaci di produrre qualcosa di vivo pure in mezzo al vuoto ed all’irrimediabile assenza.
Un uomo solo produce l’effetto di un’intera famiglia, restituendo con il solo timbro vocale non esclusivamente caratteri e voci, ma le precise fattezze dei componenti, e le sembianze della casa, fino a farci sentire l’odore dei solchi scavati sul suolo, il freddo dell’incudine e la pesantezza del martello, il gusto del pane grezzo, l’aria della campagna e la pioggia. Nel dialogo con il pubblico, trepido, fluidamente scritto e inanellato sul perno della veracità espressiva del personaggio, tanto da riuscire ad essere chiaro ed esaltare un’interiorità molto più complessa e sagace di quello che Caprò riesce a far presagire con le parole, infilandosi fra queste con disinvoltura ed immediatezza, si instaura una relazione coinvolgente che nell’intimità dell’Elicantropo non lascia “scampo” agli spettatori, chiamati a partecipare individualmente della storia, non per giudicare azioni e decisioni, ma per comprendere fino in fondo quello stato d’animo, quel dolore, quell’angoscia, quell’indomabile irrequietezza nascosta, e quella concatenazione di eventi che sfortunatamente non avrebbe mai potuto svolgersi diversamente da come si è svolta.
Nelle aspre parole del padre in primo luogo, elargite come serrati ed indiscutibili motti, sentenze velate di un’impareggiabile sicurezza di sapere, di conoscere l’essenza del creato ed avere l’onere di trasmetterla alla prole, rimane in sospeso il parere dell’ascoltatore, il quale avverte una sorta di mescolanza fra la becera piccolezza di una mente soffocata e l’imperscrutabile saggezza di chi vede altro, perché avendo davanti ristretti orizzonti può più facilmente accorgersi dell’esatto valore del suo circoscritto appezzamento di terra, facendo venire anche a noi il dubbio, come a Caprò, che in fondo sia possibile accostare ogni angolo di mondo ad un altro, che non esista distanza tale da cambiare le cose e metterle in una luce così diversa da farle divenire incredibilmente differenti rispetto a come le abbiamo sperimentate.
Eppure è qui la sorgente dell’autocensura, la causa scatenante dell’arresa di fronte alla possibilità di mutare la propria esistenza, lasciando che le ali vengano tarpate nel timore dello sbaglio e dell’allontanamento da parte degli altri, invece che gettandosi a capofitto in una dimensione sconosciuta ma dinamica, che sola può indicarci una direzione, restituendoci il possesso della nostra stessa vita. Lungo tale strada si giunge all’incrocio fra Destino e destinazioni, esemplificati da questa prima opera della trilogia, seguita da Gyneceo e Sutor. E il dramma a cui qui si assiste è assunto dell’amore e della paura, di una morale esterna insensata, pallida e poco convincente, di un’ingiusta, inadeguata, aliena predeterminazione, e soprattutto del desiderio come fiamma interiore, reale, impavida e non imprigionabile, al cui soccombere né Caprò né Signurì si sarebbero mai sognati di rassegnarsi. 

 

 

 

Caprò
di
Vincenzo Mambella
diretto e interpretato da Edoardo Oliva
scenografia Francesco Vitelli
aiuto regia Valeria Ferri
produzione Teatro Immediato
foto di scena Carlo Pavone
lingua italiano, dialetto pescarese
durata 1h 10'
Napoli, Teatro Elicantropo, 10 marzo 2018
in scena dall’8 all’11 marzo  2018

Lascia un commento

Sostieni


Facebook