“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Mercoledì, 10 Aprile 2013 09:03

Non è tempo di tragedia

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Qualsiasi tentativo per forzare il corso degli eventi è destinato a fallire.
Questa l’essenza della tragedia. Il grumo nodoso e nero di sangue che giace al fondo delle peripezie, il motore immobile del vortice che conduce alla perdizione, ché non può esserci salvezza.
Una musica livida e tenebrosa apre la scena, livida e tenebrosa anch’essa. “Sospiri di vecchi e di vedove, orfani dagli occhi lucidi”. Uno spettro bianco. Tutto scuro tranne il bianco cereo del volto e il bianco luminoso dell’orlo di ermellino. Il re Edoardo è morto. La luce illumina il lurido feretro, un semplice sacco di iuta insanguinato. Riccardo lo ha ucciso. Riccardo nato podalico, Riccardo di cui si diceva fosse nato con i denti: “Sembra evidente che ero venuto al mondo per mordere”. Giganteggia sulla scena. “È come se non avessi sfumature. Se non sono il primo mi sento l’ultimo”. La voce è roca e irreale.

Altissimo, massiccio, dal volto irreale, il torace possente, i movimenti contorti di una marionetta impazzita. Ogni movimento sembra costare dolore. Monstrum, qualcosa da mostrare, deforme in quanto fuori forma, fuori misura nella sua uniforme quasi da ufficiale della Wermacht. Ma non di trasposizione moderna si tratta, a parte che per l’adattamento linguistico del testo, i costumi maschili e la musica; la scenografia, suggestiva e convincente, propone archi a ogiva di solida pietra, bifore e rosoni di gotico sapore, oggetti reali o proiettati fusi in sapiente complicità. Realtà e finzione si fondono e si compenetrano, essenza del teatro, la tecnologia amplifica la realtà, senza sostituirsi ad essa.
“Ora l’inverno del nostro scontento è mutato in radiosa estate”. Legge il copione Riccardo. La prima uccisione apre la scena e apre il dramma, quello di Shakespeare ma soprattutto quello di Riccardo, il perfido, gelido e spietato direttore che dirige le operazioni, regista e primo attore di una sarabanda di sangue in cui tutti sono maledetti, tutti saranno uccisi, nessuno avrà redenzione, solo dannazione, morte, sangue.
“Posso sorridere e sorridendo uccidere... Visto che non posso fare il galante, ho deciso che farò il furfante”. E con l’inganno, con il plagio con la lucida freddezza di chi sa di chiedere l’impossibile, in circostanze estreme, sposa Lady Anna, vedova fresca, con le mani ancora bagnate del sangue del marito, il marito che lui le ha ucciso: “Maledetto il cuore che ebbe cuore di arrivare a tanto. Maledetto il sangue che ha fatto sgorgare tanto sangue. Vattene diavolo schifoso!... Davanti a te le sue ferite si aprono come labbra”, e stillano sangue. Labbra e sangue. Soma, corpo morto e vita. Sangue e vita. Violenza e sangue. Confessa l’omicidio. Giustifica l’omicidio, l’uccisione del marito, come premessa per darle un marito migliore, lui stesso: “Chi vi ha ucciso il marito lo ha fatto per darvene uno migliore”. Si inginocchia e le porge un pugnale, fa l’atto di uccidersi. “Come vorrei conoscere davvero il tuo cuore”. Ha vinto la sua resistenza, la convince. Ipocritamente dice: “Ricevere non è dare”. Incredula. Ignota a se stessa. Lui la conquista con la spietata e lucida follia del male, con la gelida determinazione di chi necessita di ottenere, per gettare via quando conviene. “Vi fu mai donna corteggiata in tale stato d’animo?... Avendo contro Dio e il mondo intero l’ho conquistata”. Il marito è morto, ucciso “eppure lei lo ha già dimenticato per me, così abnorme, così deforme”.
Ed è ancora con l’inganno che Riccardo convince il re, malato, a imprigionare Clarence, suo fratello: “Terrò vivo il suo odio con bugie nutrite di solidi argomenti”. Con l’inganno circuirà i suoi nemici e si farà infine proclamare re, pregato dal sindaco di Londra e dal duca di Buckingham, implorato di assumere su di sé il potere, quel potere che lui dice di non volere, ma che sarà costretto ad accettare, per il bene superiore della nazione, solo perché è il bene superiore della nazione...
Un dramma di sangue. Uno dopo l’altro muoiono Edoardo, Clarence, i figli di Elisabetta, Hastings, Lady Anna, Buckingham. Sangue. Una testa dopo l’altra. Senza rimorso. Senza respiro. Senza pietà. “Devi piangere lacrime di pietra” raccomanda al fedele Tyrrel, il braccio che esegue le sue vendette, la sua creatura: “Se non lo avessi già fatto, ti avrei inventato di nuovo!”. E se Riccardo è il protagonista e Tyrrel l’aiutante, il deuteragonista è senza dubbio il duca di Buckingham, attore consumato, orgoglioso di saper fremere e piangere a comando, di saper simulare e dissimulare, freddo e spietato anch’egli, fiacco e patetico come gli altri al momento della morte.
“Un cavallo. Il mio regno per un cavallo”. La disfatta è compiuta, muore con la spada in mano, bellissima la sovrapposizione tra la scena e la proiezione, i due mezzi espressivi si amplificano, anziché elidersi a vicenda.
Finisce come era cominciato. Un lurido feretro, un semplice sacco di iuta. Non c’è redenzione, ma c’è pietà, l’estremo atto di pietas di Tyrrel lo spietato, che aveva sputato su ognuna delle vittime e questa volta anche sputa, su uno straccio, per pulire gli stivali del suo signore, quasi con affetto, prima di trascinare via il suo cadavere e chiudere la scena.
Eternità del classico. Ogni epoca ci trova riflesso un frammento di se stessa, delle sue grandezze e delle sue miserie. Possiamo riprodurre la maschera col pesante trucco di scena, possiamo riproporre i coturni, possiamo evocare la ieraticità della figura dell’ypocrites, l’ipocrita, ovvero l’attore. Possiamo mantenere la sostanza del gioco politico, della nobilmente squallida arte della dissimulazione, ma il nostro non è tempo di tragedia. Non abbiamo la statura e la dignità della tragedia. Donde il tono scanzonato del testo, a tratti francamente comico, sicuramente grottesco, che non disturba tuttavia.
Nonostante qualsiasi premessa.

 

 

RIII. Riccardo terzo
di
William Shakespeare
traduzione e adattamento Vitaliano Trevisan
regia Alessandro Gassman
con
Alessandro Gassmann, Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Manrico Gammarota, Emanuele Maria Basso, Sabrina Knaflitz, Marco Cavicchioli, Marta Richeldi, Sergio Meogrossi
con la partecipazione di Paila Pavese
ideazione scenica e regia Alessandro Gassmann
scene Gianluca Amodio
costumi Mariano Tufano
videografia Marco Schiavoni
musiche originali Pivio & Aldo De Scalzi
produzione Teatro Stabile del Veneto, Fondazione Teatro Stabile di Torino, Società per Attori
partecipazione produttiva LuganoInScena
lingua italiano
durata 150’
Napoli, Teatro Bellini, 9 aprile 2013
in scena dal 9 al 14 aprile 2013

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