“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth

Lunedì, 12 Febbraio 2018 00:00

La regia censurata: il “Guillaume Tell” di Michieletto

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Quando nel 2015 al Covent Garden di Londra andò in scena la prima del Guillaume Tell di Damiano Michieletto il pubblico reagì molto male a una scena di stupro collettivo su una donna, da parte dell’esercito, al culmine del terzo atto. Questa scena sostituiva l’imposizione di Gesler, capo dell’esercito, sul popolo svizzero di inginocchiarsi davanti al suo cappello per il centenario della dominazione austriaca; atto che faceva sorgere il senso di rivalsa e dava il via alla ribellione svizzera di cui capofila era Guillaume, l’eroe sovversivo che non si era inchinato.

La rivoluzione musicale rossiniana che nel 1929 questo capolavoro attua sulla scena operistica europea (il Tell anticipa quella musique de lavenir di cui Wagner sarà massimo esponente anni dopo) venne ripresa a pieno titolo dalla regia che se, da un lato, scelse di restare filologicamente fedele al protagonismo della musica a discapito dell’azione, dall’altro, intervenne a rimodernare l’opera ambientandola in un tempo neo-novecentesco memore delle guerre balcaniche. La modifica del libretto − coerente al nuovo scenario della vicenda − venne additata come manomissione e aprì il dibattito tra innovatori e tradizionalisti. Quanto l’intervento della regia contemporanea, ci si chiese, può pesare sulla tradizione operistica?
Michieletto si era ritrovato nell’occhio del ciclone; il suo nome era su tutti i giornali inglesi e la diretta video mondiale della prima fece sì che il dibattito attecchisse anche in ambiti lontanissimi da quello degli addetti ai lavori finendo per interessare un più ampio pubblico. Pare che questo fu − al di là delle critiche spurie che si infiammano per poco − un utile esempio di come il teatro musicale possa ancora far parlare di sé quando, nel teatro di prosa, non meno che nel cinema, nella musica e nell’arte contemporanea, abbiamo visto di tutto! Questo per dire che la regia d’opera contemporanea è ancora ostacolata da una critica stantia. Invece l’opera tradizionale, se non debba essere proprio sdoganata, la si dovrebbe considerare “arte libera” e aperta alla sperimentazione.


A Palermo il Guillaume Tell giunge in prima nazionale con l’allestimento del Teatro Massimo e la direzione di Gabriele Ferro in occasione dei 150 anni dalla morte di Rossini. Purtroppo però in una versione censurata: la scena dello stupro viene vestita di un perbenismo borghese dietro cui il regista decide, evidentemente, di riparare.
Non meno importanza avrà lo spettacolo senza questa scena, certo; il problema è che ora, non avendo trovato la regia soluzioni altrettanto forti, questa risulti molto affettata: laddove c’era uno stupro di gruppo da parte degli oppressori austriaci su una donna svizzera, simbolo della massima prevaricazione − di genere, umana e razziale − ora c’è una simulata violenza seguita da un’altrettanto incerta ribellione. Non si può non considerare, infatti, che il momento cruciale che porta alla rivalsa del popolo sull’oppressione sia proprio questo. La sopportazione di una comunità agricola, votata ai valori della terra, cessa davanti alla violenza insensata e ingiustificata dell’uomo su un suo simile. Se la forza di questo atto viene meno, come è stato per la versione palermitana, decade il dibattito di cui sopra. E, a questo punto, viene da chiedersi se davvero in ambito operistico la regia faccia ancora fatica a sradicarsi e affermare la sua importanza.
Lodevole la fedeltà alla musica che fa la forza di questo spettacolo. La partitura di Rossini è già drammaturgia, carica di contrasti e valenze molto evocative. L’Ouverture presenta i quattro temi principali del Tell: il potere della natura, i suoi effetti dirompenti, il dolore, il senso di rivalsa e di vittoria. Sarà la natura, infatti, la vera protagonista della scena: il palcoscenico del Massimo è cosparso di terra nera, suolo fertile del popolo svizzero di cui nel primo atto si delineano i tratti; il coro, che qui ha grande parte, è fedele alla terra e vive dei valori che da essa provengono. Tutto il primo atto − costruito come un tableau vivant di tavoli e sedie illuminati al neon − pare l’ampliamento della scena di apertura: la famiglia di Tell, moglie e figlio, radunata intorno al focolare domestico, un tavolo e una lampada calda, che resterà in scena per tutto lo svolgimento. A ricordarci che il valore domestico fa l’eroe temprato e battagliero, questo tavolo sul proscenio ci dà una lettura di Tell “umana”, scevra dell’aurea mitologica che pure interviene attraverso un alterego nei momenti cruciali del plot: come deus ex machina il Guillaume Tell storico, armato di arco e frecce, entra in scena a ispirare coraggio per la rivalsa al Guillaume uomo.
Dopo l’invasione della terra e l’uccisione di Melcthal, capo della comunità, da parte dell’esercito, nel secondo atto a ingombrare la scena un monumentale albero sradicato. Simbolo di una comunità cui sono state strappate le radici, l’albero − progettato dallo scenografo Paolo Fantin − fa da rifugio agli oppressi e, al contempo, da quartier generale agli oppressori. Questa ambivalenza è resa scenicamente dalle ombre che si creano sulla terra man mano che la scena ruota insieme allo svolgersi delle vicende.
La natura quindi resta sempre presente a contrasto con le luci alienanti di Alessandro Carletti fatte di neon e colori freddi che, se in alcune scene funzionano e segnalano d’essere di fronte a una rilettura in chiave moderna dell’opera, d’altra parte spesso risultano disturbanti per lo stesso motivo. La stessa modernità della regia d'altronde sembra sobriamente adattata alla staticità dello spettacolo e poco convincente per l’ambiguità di alcune scelte stilistiche come, appunto, le luci e i costumi che si limitano ad essere atemporali ma non caratterizzanti. Quella natura “meravigliosa” e “terribile” che Rossini volle rappresentare in musica e che fu ispirazione per Michieletto, poi, non è dirompente né drammatica, limitandosi ad essere bella. Manca in questo Tell la sottigliezza che ci si aspetta dal contemporaneo: capace di restare comprensibile ma anche innovativo, di non cercare approvazione ma, al contempo, di essere inclusivo e coinvolgente.
Il pubblico palermitano d’altra parte resta molto soddisfatto del lavoro impeccabile dei cantanti meravigliosamente precisi. Un plauso particolare va a Salome Jicia (Mathilde) che con la sola voce riesce a sfondare i limiti del palcoscenico. Ottima interpretazione anche quella di Enea Scala, molto coinvolgente nel dibattersi  del suo personaggio (Arnold), così come Luca Tittolo, un sadico Gesler. Gabriele Ferro, sempre appassionato, inforca la sua bacchetta con animata decisione dall’inizio alla fine cosicché la musica ci trasporta nel dramma senza sforzo.

 




Le foto poste a corredo dell'articolo sono di ©RossellinaGarbo e ©DanielCooper; la foto di copertina è di ©RossellinaGarbo (part.)





Guillaume Tell

musica Gioacchino Rossini
libretto Etienne de Jouy, Hyppolite Bis
direttore Gabriele Ferro
regia e adattamento Damiano Michieletto
scene Paolo Fantin
costumi Carla Teti
lighting designer Alessandro Carletti
con Davide Damiani (Guillaume Tell), Enea Scala (Arnold), Marco Spotti (Walter Furst), Emanuele Cordaro (Melcthal), Anna Maria Sarra (Jemmy), Luca Tittoto (Gesler), Matteo Mezzaro (Rodolphe), Pietro Adaini (Ruodi), Paolo Orecchia (Leuthold), Salome Jicia (Mathilde), Enkelejda Shkoza (Hedwige), Cosimo Diano (un chausseur), Alberto Cavallotti (Guillaume Tell storico)
orchestra e coro del Teatro Massimo
maestro del coro Piero Monti
allestimento del Teatro Massimo
produzione Royal Opera House Covent Garden di Londra (2015)
lingua francese
durata 4h 15'
Palermo, Teatro Massimo, 30 gennaio 2018
in scena dal 23 al 31 gennaio 2018

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