“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 29 Gennaio 2018 00:00

Familie Flöz, un fatto di autenticità

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Essere unici, autentici, inventarsi una strada, essere consapevoli che quella non è l’unica al mondo, né la migliore, ma semplicemente la propria, esclusiva e inimitabile, identica a se stessa e irripetibile. Come inventarsi una maniera, un certo modo di essere in scena e nel mondo, portarlo avanti, confermarlo ad ogni svolta.
È questa la grande sfida dell’arte contemporanea?

Se è vero che nella segnaletica stradale tutte le strade portano a Roma, senza dubbio questo assunto decade nell’arte, nella musica, nella letteratura, nella radio e nel teatro.
Tutto quello che poteva essere detto e fatto, è già stato detto e fatto; il contenuto mantiene la sua dignità e la sua importanza aprioristica, ma predominante è il ruolo della forma, il magistrale mondo del come che mette in luce il cosa.
Insomma, un fatto di autenticità.
Date queste premesse, qual è il punto di forza di Familie Flöz allora?
Essere Familie Flöz.
Per chi non conoscesse la compagnia berlinese, cominciamo col dire che è stata in scena al Teatro Bellini di Napoli con lo spettacolo Teatro Delusio.
Siamo davanti ad una rivisitazione del metateatro di pirandelliana matrice. Se, infatti, Pirandello aveva abbattuto il muro e le distanze classiche tra l’attore e il pubblico instaurando un vero e proprio dialogo, una richiesta di partecipazione, qui il teatro si spoglia della sua immagine esteriore in un’altra maniera, ovvero portando lo spettatore oltre quello che solitamente è abituato a vedere: lo spettacolo, infatti, è ambientato dietro le quinte del palco. Non vedremo mai quello che viene rappresentato in scena, oltre di noi, non lo vedremo perché non è importante perché la vita è altrove, è nel non detto e non visto, è in quello che avviene al di là del chiuso delle persiane, illuminato da timidi fasci di luce che si fanno spazio tra le righe.
La pièce è realizzata unicamente con l’uso del corpo e degli sguardi.
Non una parola, neppure per sbaglio; il corpo sa già tutto e lo rappresenta attraverso i gesti la cui universalità accorcia le distanze, abbatte i muri, rinsalda il principio del minimo comune multiplo, l’umanità, che permette a tutti la naturale intellegibilità delle cose. L’utilizzo delle maschere di greca memoria da parte dei tre attori è elemento caratterizzante della rappresentazione; maschere che portano in scena ben ventinove personaggi diversi e che danno vita ad uno spazio magico, un mondo incantato dove si riscopre il valore del gesto e si rivela paradossalmente una umanità fuori dal comune. Storie di amori platonici e non, tra il tecnico di palco e l’attrice di turno, storie di ballerine bistrattate, trattate come oggetti da buttare in pasto al pubblico, relazioni complesse tra operai che condividono gli stessi spazi e tempi, ma vivono l’alienazione di Marx, vecchi musicisti stanchi e imbambolati che continuano a fare musica un po’ per noia, un po’ per passione.
Colpisce dello spettacolo la delicatezza dei gesti, l’incanto nascosto dietro la normalità degli eventi. Piuma che si posa sulle cose senza far rumore. Tornano in mente gli spettacoli della compagnia russa di Slava Polunin, ma anche e soprattutto il cinema muto di Charlie Chaplin, la stramberia di Mr. Bean (Rowan Atkinson), la bizzarria di Stanlio e Ollio (Arthur Stanley Jefferson e Oliver Norvell Hardy).
I personaggi rappresentati dalle maschere dei Familie Flöz sono buffi e ironici, matti e melanconici. Pare di vedere sotto gli occhi quel velo di melanconia − assieme ad una disperata voglia di vivere − che da sempre si poggia sulla città di Berlino come sul Cristo velato di Napoli.
Si percepiscono, inoltre, tutte le influenze a cui la compagnia internazionale ha attinto nel corso della formazione avvenuta a partire dall'anno 1994 ovvero quando i membri della Familie erano studenti della scuola del corso di mimo della Folkwang Universität di Essen (nota per avere avuto fra il corpo docenti Pina Bausch). Da allora in poi la compagnia ha cominciato a caratterizzare sempre più fortemente la propria identità fino a diventare un vero e proprio genere teatrale che − attraverso un grande processo creativo e introspettivo − attinge da differenti discipline teatrali fra le quali il teatro di figura, la commedia dell’arte, il teatro di maschera, la danza, la clownerie, l'acrobazia, la magia e l'improvvisazione.
Realizzato nel 2004 come omaggio al teatro stesso, Teatro Delusio ha subito nel corso degli anni vari cambiamenti dettati da nuovi slanci e nuove idee sopraggiunte talvolta in fase stessa di esecuzione. Ciò rivela il carattere aperto, cangiante, e mutevole dello spettacolo e del modo stesso di concepire il teatro.
Difficile spiegare realmente lo stile Flöz, probabilmente si può dire solo che quando loro sono in scena li riconosci.
Ai tempi della sua prima tournée lo spettacolo fu premiato da un successo internazionale in vari continenti, quali Sudamerica, Asia ed Europa. Arriva oggi nuovamente in Italia, di nuovo a Napoli e di nuovo lascia tutti a bocca aperta e cuore commosso.
A chiudere Teatro Delusio, come negli spettacoli di commedia dell’arte, c’è la mostra e la successiva deposizione della maschera sul séparé che funge da camerino nel dietro le quinte che fa da scena.
Deporre la maschera, un po’ come deporre le armi, tornare a casa leggeri.
Insomma, volta la carta e finisce in gloria, come direbbe De Andrè.

 

 

 

Teatro Delusio
di Paco González, Björn Leese, Hajo Schüler, Michael Vogel
regia Michael Vogel
con Andrès Angulo, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouwerker
maschere Hajo Schüler
scene Michael Vogel
costumi Eliseu R. Weide
musiche Dirk Schröder
luci Reinhard Hubert
direttore di produzione Gianni Bettucci
assistente di produzione Dana Schmidt
produzione Familie Flöz, Arena Berlin, Theaterhaus Stuttgart
foto di scena Pierre Borrasci, Gabriele Zucca, Valeria Tomasulo
paese Germania
lingua spettacolo senza uso di parola
durata 1h 30'
Napoli, Teatro Bellini, 25 gennaio 2018
in scena dal 23 al 28 gennaio 2018

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