“immagino il teatro come un non finito, / non finibile. / nella sua natura credo sia l'imperfezione / l'imperfezione come aspirazione / l'imperfezione esatta, netta, giusta, precisa / l'imperfezione simile al difetto / il teatro come difetto. / assolutamente imperfetto”.

Roberto Latini

Domenica, 14 Gennaio 2018 00:00

Il sindaco, il bando e i piccoli teatri

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L'annuncio
Intervenendo a Mattina 9, morning show televisivo in onda su Canale 9, Luigi de Magistris a un punto dichiara: “La legge Delrio non prevede la cultura come materia delle Città Metropolitane” ma “siccome cultura è anche economia a brevissimo partirà un bando da un milione di euro per finanziare tutti i piccoli teatri dei novantadue Comuni della Città Metropolitana di Napoli”. D'altronde, aggiunge, “mentre i grandi teatri hanno risorse pubbliche per i piccoli abbiamo pensato a questo bando”. La notizia viene diffusa dalle agenzie, ripresa dalle testate locali, commentata con entusiasmo da esponenti della giunta, ribadita il giorno dopo dai quotidiani cartacei: “a brevissimo”, “un milione di euro”, “tutti i piccoli teatri”.
È il 27 marzo 2017.


Otto mesi dopo

L'agenzia stampa n.138 del 2 novembre 2017 dichiara che “Il sindaco della Città Metropolitana di Napoli ha approvato una delibera che prevede lo stanziamento di novecentocinquantamila euro per la promozione e il sostegno di attività culturali, sociali, scolastiche e sportive”. “In particolare il provvedimento prevede un finanziamento di trecentoventimila euro per il bando che sarà emanato per il supporto ai piccoli teatri”. Prevede inoltre centocinquantamila euro “messi a disposizione per le strutture teatrali che garantiranno agevolazioni per l'accesso o esenzioni alle categorie sociali che versano in condizioni di disagio” (ma non si comprende a chi e come verranno distribuiti, secondo quali criteri e in che tempi) e – ancora – centomila euro “a favore del parco del Vesuvio”, centomila euro “per l'acquisto di strumenti e attrezzature per le scuole superiori”, ventimila euro “per il Premio Cimitile” e centocinquantamila euro “destinati al sostegno delle iniziative sportive”.
La delibera – che conferisce “impulso e dinamismo alle eccellenze culturali” presenti “sul territorio metropolitano” – passa al Consiglio per l'approvazione definitiva, che avviene (agenzia n.151) il 17 novembre. Il 24 novembre (agenzia n.153) l'emissione e la pubblicazione effettiva del bando: “a brevissimo”, cioè otto mesi dopo il suo primo annuncio, e non ponendo a regime per il sistema teatrale “un milione di euro” ma  il 68% in meno di quanto dichiarato verbalmente il 27 marzo.

 

Cosa prevede il bando?
Al bando possono partecipare “gli enti pubblici, le fondazioni, le associazioni culturali e le cooperative teatrali senza scopo di lucro, operanti nel campo della cultura, con sede nel territorio napoletano e che svolgano tale attività nel territorio medesimo” a patto, tuttavia, che “negli ultimi due anni (2016 e 2017)” non “abbiano “beneficiato di provvidenze economiche da parte del MiBACT” o “della Regione Campania”; che abbiano in gestione, a partire almeno dal gennaio 2015, una struttura teatrale o comunque “adibita a tale scopo”; che tale struttura abbia “una capienza di almeno cinquanta posti”.
Il bando, elencate le modalità di presentazione della domanda, offre poi la griglia dei criteri di valutazione, che riguarda:
− i risultati quantitativi di gestione (cioè il numero di spettacoli ospitati nei due anni precedenti, la percentuale di riempimento della sala rispetto ai posti disponibili, l'equilibrio economico dichiarato)
− il grado di rilevanza territoriale del progetto (fanno punteggio l'uso di spazi di particolare pregio monumentale o paesaggistico, la collaborazione con altri soggetti napoletani per la circuitazione dello spettacolo, la fruizione giovanile e la partecipazione diretta degli studenti alla messa in scena, la programmazione di opere che abbiano temi dedicati all'integrazione sociale)
− la produzione propria di spettacoli dal vivo (il numero, dunque, di autoproduzioni realizzate o in programma dal 2015 al 2018).
Cento è il massimo del punteggio raggiungibile, cinquanta la soglia minima per entrare in graduatoria. Per ottenere cosa? “L'attribuzione di provvidenze economiche” – “con un importo minimo di cinquemila euro e un massimo di ventimila” – per la realizzazione di progetti di spettacolo dal vivo “teatrali e musicali” da realizzare nel periodo “che va dal 15 dicembre 2017” al “30 giugno 2018”. Per i progetti che prevedono spese complessive tra i cinquemila e i diecimila euro l'Ente “si fa carico interamente degli oneri” mentre concede la copertura del 50% se l'importo necessario alla produzione va dai dieci ai ventimila euro complessivi.
Ecco gli obiettivi del bando: “consentire a un pubblico più ampio possibile di accedere all'esperienza teatrale attraverso il sostegno alle piccole strutture”; “valorizzare il ruolo culturale e sociale svolto dalle diverse sale dislocate sul territorio” e sostenere “l'eccellenza artistica”; “concorrere allo sviluppo del sistema dello spettacolo dal vivo favorendo la qualità dell'offerta”; “sostenere la capacità di operare in rete tra i soggetti  del sistema artistico e culturale”.
Precisato che le proposte vengono sottoposte “all'esame di un'apposita commissione” nominata dalla direzione Pianificazione Strategica e Politiche Comunitarie d'intesa con il Direttore Generale della Città Metropolitana viene quindi indicata la scadenza dell'avviso: i piccoli teatri hanno dieci giorni per presentare i progetti.

 

Chi valuta?
La determinazione n.6638 del 6 dicembre 2017 ufficializza la composizione della commissione. Si legge che è stato ritenuto opportuno comporla di tre membri “di cui due interni all'Ente e uno esterno data la peculiarità artistica dei progetti”. Il tempo è poco (c'è una “impellente necessità”, considerata la scadenza immediata del bando) e vengono dunque “acquisite per le vie brevi le disponibilità” di Antonio Lamberti, dirigente Direzione Affari Istituzionali, e di Davide Tencati, funzionario della direzione Pianificazione Strategica e Politiche Comunitarie mentre – giacché “non sono presenti nell'albo dei professionisti esterni tenuto presso l'Ente figure esperte in attività artistiche e teatrali” – si decide di non precedere a una “ricognizione interna” né a “una procedura comparativa” e viene nominato per via diretta Carlo Antonio De Lucia: ritenuto in possesso “di titoli di studio e culturali di ampio spessore”, di “un'indiscutibile esperienza in campo artistico” e perché, pur essendo campano di nascita, “non risiede nel territorio metropolitano di Napoli né in quello regionale”: è un presupposto di imparzialità. Si stabilisce per quest'ultimo un gettone di presenza di trecento euro a seduta (onnicomprensivo di spese di viaggio, vitto e alloggio) e si procede.
Parentesi: chi è Carlo Antonio De Lucia?
Leggo dal curriculum: professore di canto lirico e di teatro lirico presso la Su Won University e la Seoul City University (Corea del Sud) e docente “presso il laboratorio di Regia d'Opera” della Statale di Milano (anno accademico 2010/2011), direttore artistico delle stagioni liriche tradizionali leccesi nel 2015 e 2016, del festival Lario Lirica dal 1998 al 2006, del Bitonto Opera Festival, della stagione lirica del Manzoni di Roma (anno 2005). Inoltre: in possesso del riconoscimento di “Impresario Lirico Ministeriale dal 2003”, rilasciatogli dal MiBACT, “ha prodotto oltre quattrocentocinquanta spettacoli d'Opera in allestimento completo”. In definitiva: “La sua attività nel campo teatrale si è svolta e si svolge essenzialmente su tre linee principali”: come “regista d'opera”, come “produttore d'opera” e come “cantante lirico”.
È lui l'esperto di settore individuato dalla Città Metropolitana per valutare le attività dei piccoli teatri locali.

 

Chi ha vinto?
A dicembre viene pubblicato l'esito provvisorio della valutazione, che viene confermato definitivamente con la determina n.51 del 3 gennaio 2018. Si legge che le istanze pervenute sono state ventotto, che diciassette non sono state ritenute ammissibili mentre le undici rimanenti compongono la graduatoria. Leggo l'elenco e, nelle ultime posizioni della classifica, vi trovo due teatri napoletani (Elicantropo e Sala Ichòs) dalla forte identità poetica e dalla storicità riconosciuta, che da un ventennio associano all'autoproduzione l'ospitalità di compagnie locali e nazionali; noto la presenza di due sale della provincia (il Rostocco di Acerra e il TAV di Frattamaggiore), che da alcuni anni organizzano stagioni con attenzione rivolta prettamente alla teatralità regionale, e dell'Ethnos Club, locale di Torre del Greco “dalle tinte e dagli arredi orientali”, che ha in sé una “sala polifunzionale” in cui la compagnia teatrale La Bazzarra organizza corsi, laboratori e rassegne di spettacoli. Poi? L'associazione ANTARES che – apprendo dal sito – riunisce un “gruppo di architetti, storici, storici dell'arte e di operatori turistici dotati anche di abilitazione di guida turistica” e la cui attività “è finalizzata alla fruizione dei beni culturali, della didattica e del restauro dei beni architettonici”; il Centro Studi Nappi di Casalnuovo, presieduto da Giovanni Nappi, impegnato soprattutto nell'organizzazione e gestione del premio letterario Una città che scrive e della kermesse musicale Una città che suona. In aggiunta: tre realtà sul filo dell'amatorialità o dichiaratamente amatoriali nella produzione e/o nella programmazione (il Teatro Comunale di Scisciano, gestito dall'Ente Autonomo Teatro Scisciano; l'onlus La Nuova Casa, di scena al Troisi di Afragola; l'associazione culturale Gruppo Arte Drammatica Radici di San Vitaliano) mentre al primo posto (punteggio: 85/100) c'è la Fondazione C.I.V.E.S. che gestisce il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, che possiede anche una stanza teatrale della cui gestione si prende cura il Culturificio Vesuviano ivi alternando rassegne anch'esse amatoriali ad “apprezzabilissimi spettacoli interpretati da affermati attori del panorama artistico partenopeo”: ecco dunque Gigi Savoia, Fabio Brescia, Oscar Di Maio e Ricchi e sfondati di Stefano Sannino, il musical Herculaneum, C'è posta per Teo di Tommaso Scarpinato.
Dunque.
Il bando – nel rispetto dei criteri con cui è stato concepito e tenuto conto delle valutazioni effettuate dalla commissione di esperti – pone assieme e sullo stesso piano le visite turistiche teatralizzate e il posto (Sala Ichòs) nel quale hanno trovato casa – ad esempio – le poetiche di Fortebraccio o dei Sacchi di Sabbia; il teatro in cui José Saramago ha assistito alla messa in scena del suo Cecità e un Wine Bar che ospita inziative culturali; i luoghi di passaggio della giovane teatralità campana (Rostocco, TAV), una fondazione che gestisce un museo e le sale in cui invece le compagnie amatoriali si mettono in scena al cospetto di parenti, amici e concittadini interpretando De Filippo o Viviani, in cui si organizzano commistioni fra spettacoli e prodotti alimentari e per le quali costituisce “la ciliegina sulla torta” la presenza del comico di Made in Sud, il monologo del cabarettista di Colorado, “il corso di danze caraibiche”, la Tribute-Band in concerto.

 

Considerazioni e domande
Nel 2013, intervenendo a Le Buone Pratiche del Teatro nel merito dei bandi e della loro gestione, Giovanna Marinelli sottolinea che tali strumenti – dati in partenza gli scopi di evitare favoritismi e il sostegno a rendite di posizione e scelta la trasparenza pubblica rispetto a una negoziazione privata e clientelare – servono “a selezionare gli elementi migliori, quelli più adatti a un determinato fine”, favorendo “la concorrenza qualitativa” e l'emersione del nuovo. Occorre, scrive la Marinelli, che il committente “non dimentichi mai il proprio obiettivo”, che “abbia una visione strategica del proprio territorio”, che “si doti di efficaci strumenti di monitoraggio” preventivo – esercitati dunque prima di emettere il bando – e “i mezzi per compiere una valutazione rigorosa delle fasi intermedie e dei risultati finali”. “Dobbiamo esigere il migliore dei committenti ovvero il migliore dei selezionatori possibili” chiosa la Marinelli indicando nella “competenza” l'elemento imprescindibile: è la competenza infatti che rende l'Ente “consapevole del paesaggio culturale” nel quale la sua azione si manifesta, che lo induce a operare in termini di onesta concorrenza e di moltiplicazione effettiva delle opportunità, che gli consente l'analisi degli effetti e dei benefici ottenuti sul piano culturale, sociale ed economico.
Alla competenza fa riferimento Michele Trimarchi, in Economia e Cultura, quando pone in relazione “il sostegno finanziario” degli Enti locali con l'innalzamento qualitativo dell'offerta, in grado di “accrescere lo stock di conoscenze” del pubblico; è la competenza – per Luciano Argano – che permette di agire con consapevolezza favorendo le vocazioni territoriali, migliorando in concreto la funzionalità delle strutture preesistenti, favorendo l'accesso al sapere e al fatto artistico; è la competenza – aggiunge in molti dei suoi scritti – che fa la differenza tra la mera erogazione di contributi e il loro impiego per la formazione di un modello strutturato, che sia in grado di rispondere a debolezze, esigenze e necessità; è alla mancanza di competenza che di nuovo Trimarchi – in un contributo intitolato Buone pratiche, cattive teorie, pessime regole – allude quando sottolinea che “la gestione pubblica della cultura è considerata da molti anni una sequela di interventi straordinari volti a sanare temporaneamente falle di bilancio” per cui “manca l'indispensabile elaborazione di strategie che sappiano interpretare le dinamiche del sistema culturale e le sue inedite connessioni con l'economia e la società”: manca dunque la competenza e così l'intervento pubblico si risolve in una sequela di “atti dimostrativi” che producono solo distribuzione finanziaria, l'accumulo momentaneo di prodotti destinati presto alla sparizione, lo sperpero del denaro dei contribuenti.
Ebbene.
Il bando pubblicato dalla Città Metropolitana di Napoli denuncia proprio l'assenza di competenza, di consapevolezza di settore, di conoscenze specifiche. Lo dimostrano l'ideazione, la composizione effettiva, i risultati che ideazione e composizione hanno prodotto. Mi limito, nel merito, a sottolineare alcuni tra i molti rilievi rimarcabili: come è possibile che non sia stata prevista alcuna differenziazione tra professionisti e amatoriali né tra effettivi spazi teatrali e sale che ospitano episodicamente qualche spettacolo? Come è possibile che – indirizzato il bando ai “piccoli teatri” – sia stata prevista una capienza minima e non una massima (criterio per il quale un teatro di quaranta posti non può parteciparvi mentre, potenzialmente, una sala di duecento vi è ammessa)? Come è possibile che non abbia costituito alcun punteggio l'eventuale vocazione extra-regionale delle strutture (la partecipazione a bandi italiani ed europei, la relazione con premi e rassegne nazionali, la circuitazione delle produzioni oltre i confini napoletani, la realizzazione di stagioni con compagnie non campane)? Come è stato possibile perseguire l'obiettivo di favorire  la “qualità dell'offerta” se il bando non prevede alcun criterio qualitativo nella valutazione dei progetti ma solo parametri quantitativi, espressi attraverso autocertificazioni e sui quali, tra l'altro, la Città Metropolitana non ha alcun potere di verifica effettiva? Come è stato possibile pubblicare e chiudere un bando di tale portata in soli dieci giorni e questi dieci giorni sono coerenti con i parametri di “proporzionalità” e “congruità” stabiliti in sede europea e nazionale e finalizzati a permettere ai partecipanti “una valutazione pertinente ai fini dell'elaborazione del proprio progetto”?
Ancora.
Come è stato possibile escludere dalla partecipazione tutte le realtà che usufruiscono di finanziamenti del MiBACT o della Regione Campania indipendentemente dalla grandezza dell'importo ricevuto (sarebbe bastato stabilire una soglia), come se il contributo milionario ottenuto dal Nazionale di Napoli avesse lo stesso valore e rispondesse alle stesse funzioni – ad esempio – dei venticinquemila e ottantaquattro euro riconosciuti dal Ministero a Interno 5 (tra l'altro: non per la struttura ma come “prima istanza Organismo Produzione Danza”)? E come è possibile che sia in graduatoria una Fondazione che, per le proprie attività museali, risulta plurifinanziata dalla Regione mentre è impossibile accedere al bando per le piccole realtà teatrali che hanno a bilancio (ma non in cassa, dato il ritardo pluriennale dei pagamenti) poche migliaia di euro ottenute dalla stessa Regione? E ancora: quale opera di monitoraggio preventivo – su spazi e loro programmazione – è stato compiuto? Da parte di chi? C'è stata, prima della compilazione del bando, qualche pur minima occasione di interlocuzione e confronto tra l'Ente e gli operatori potenzialmente interessati? E ci si è resi conto che il bando, così formulato, potrebbe aver indotto al rigonfiamento fittizio dei costi effettivi per generare utili privati (riproducendo la dinamica che in parte regola il FUS e che bene descrivono Civica e Scarpellini ne La fortezza vuota)? E l'Ente è in grado di verificare che dietro certe proposte non si celino soggetti ulteriori, certi professionisti dei bandi in grado di tenere per sé parte dei contributi ottenuti da una struttura?
Questo bando – e l'impiego dei trecentoventimila euro conseguenti (di cui centotrentamila effettivamente concessi): tanti per un settore che sconta la fame dei propri crediti ma tanti anche per Napoli, che ha rischiato il dissesto – non punta ad accrescere le capacità gestionali degli interessati, non incide nella messa a norma degli spazi, non favorisce ulteriori strategie comunicative e promozionali; non offre il miglioramento dei servizi per/da parte dei teatri, non incide nell'aumento duraturo delle pratiche culturali, non attiva sinergie tra operatori locali e nazionali né favorisce la messa in comune di competenze e non scardina bensì accentua la territorialità dell'offerta spettacolare, di cui Napoli è già ammalata come dimostrano la ripetitività localistica di certi cartelloni, le stagione basate sullo scambio redatte anche da alcune piccole realtà e l'iperproduzione a basso costo (o a costo zero) di messinscene destinate (per obbligo, induzione o abitudine) a mere tournée di quartiere.
Ma il limite maggiore di questo bando, in definitiva, è che non contiene alcuna visione strategica né si pone come strumento per la realizzazione di un assetto che sia duraturo nel tempo: in linea con la concezione votata al consenso messa già in pratica dalla Regione Campania, la Città Metropolitana non punta infatti a mettere a sistema e innovare o reinventare l'esistente facendosi motore del cambiamento ma induce alla realizzazione di eventi ulteriori e in accumulo, costringendo i vincitori a utilizzare le risorse ottenute per allestire spettacoli, manifestazioni o rassegne da offrire entro sei mesi e da pubblicizzare ponendo il logo della Città Metropolitana in evidenza, pena altrimenti la perdita del contributo: è per questo che mancano i criteri qualitativi nel bando; è per questo che – pur dichiarando l'obiettivo di sostenere “l'eccellenza artistica” – chi ha pensato e redatto questo bando non ha mostrato alcuna capacità di intercettare, comprendere e differenziare il rischio artistico ponendolo al riparo dalla mescolanza col dilettantismo della prestazione scenica e – peggio ancora – dalla coabitazione con la proposta commerciale, di facile richiamo e votata, per dirla con Franco D'Ippolito (Teoria e tecnica per l'organizzatore teatrale) “all'appiattimento del gusto in funzione delle mode, portatrici di una vasta domanda livellata al basso”.
È questo dunque il modo nel quale Luigi de Magistris, il Comune di Napoli e la Città Metropolitana intendono rispondere ai “duri tagli” e alle “dolorose esclusioni” di cui si sarebbero resi responsabili negli anni scorsi il governo, il MiBACT e la Commissione Prosa attraverso la riforma del FUS indebolendo “un tessuto teatrale che non ha eguali nella storia del nostro Paese”? È questa la maniera per “difendere la cultura, che è un bene pubblico” proteggendola dal mero intrattenimento (“Noi vogliamo la cultura, non l'intrattenimento” dichiarava infatti il sindaco il 10 settembre 2015)? Cosa ne pensa in merito al bando e ai suoi esiti Nino Daniele, assessore alla Cultura del Comune di Napoli, e quale opinione ne hanno i membri appartenuti o appartenenti alla Commissione Cultura della Città Metropolitana (a partire da Elena Coccia, che in passato si è spesa in prima persona per l'organizzazione di incontri con gli operatori teatrali e per la nascita di una Rete dei Teatri di Napoli − esempio: la riunione tenutasi il 14 novembre 2016)? Qual è il parere di Michele Maddaloni, consigliere metropolitano con delega specifica alla valorizzazione dei teatri? E in ultimo: la comunità teatrale di questa città ha qualcosa da dire in merito?

 

 



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