“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Venerdì, 12 Gennaio 2018 00:00

Le verità latelliane di Pinocchio

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E mi chiedo ancora mentre inizio a scrivere: come lo articolo questo pezzo? Una densità e una quantità di materia e di significati notevoli, discorsi possibili su ogni aspetto dell’opera e della sua realizzazione. Provo a fare due cose: ad andare per ordine, analizzando i vari ambiti e le diverse produzioni di senso, e a cominciare dall’inizio.
Sul palco metallo e legno. Metallo: un tavolo al centro, una porta sulla destra, una piattaforma sulla sinistra, su cui scorre un enorme tronco di legno a sezione circolare che raffigura il naso di Pinocchio. Legno: tronchi, Pinocchio, il naso di Pinocchio, trucioli sulla scena, trucioli che piovono dal cielo.

Il Pinocchio di Antonio Latella è uno spettacolo pieno, rumoroso, vitalistico, in cui i personaggi se le danno spesso e volentieri. Iniziano Mastro Geppetto e Mastro Ciliegia con il pezzo di legno che poi diventerà Pinocchio: se lo tirano appresso svariate volte. Primo inciso: questa è un’opera in cui parole, gesti, concetti, rime vengono ripetuti ed allungati tanto, anche oltre il necessario. Ci tornerò a breve, a proposito della scrittura.
La scenografia è essenziale, ma vi è tutto ciò che occorre alla rappresentazione. È davvero ben ideata e costruita. La pioggia di foglie di legno piallato sembra voler dire che gli elementi sono dalla parte di Pinocchio, il burattino con voce e anima che tanto vorrebbe diventare un bambino in carne ed ossa e fare parte del mondo e delle sue materie. Non fa rumore, questa pioggia; è anzi una nevicata: come la neve infatti si appoggia delicatamente e silenziosamente sopra il palco. Ed è l’unico elemento a non fare rumore: per il resto, è un gran caos. Vi è poi un grande tronco che incombe dall’alto sulla scena, parallelo in senso orizzontale ad essa, e che rappresenta il naso di Pinocchio. È una trovata geniale: esso si muove, a volere indicare (e simboleggiare) le menzogne pronunciate dai vari protagonisti, oltre a quelle del burattino, il cui naso si allunga anche quando ha fame. Questo Pinocchio è innovativo anche perché mette in luce le bugie degli altri nei suoi confronti. È un allargamento della responsabilità a ciascuno dei personaggi; è un capovolgimento etico perché lascia intendere che se e quando Pinocchio mente, è perché così ha appreso, è perché non ha punti di riferimento, non ha le figure genitoriali che possano rasserenarlo, rincuorarlo, rassicurarlo, indirizzarlo. Il punto a mio avviso essenziale per definire la rivisitazione di Latella ottimamente calibrata è proprio questo: il ribaltamento di prospettiva è audace e riuscito.
Geppetto lavora quel pezzo di legno che aveva causato la lite con Mastro Ciliegia allo scopo di ottenere un burattino che possa usare nelle fiere per guadagnare. Quel tronchetto ha già vita prima di diventare Pinocchio: avverte la lavorazione con la sega, è fisicamente sensibile, anche quando è ancora un pezzo di legno inerte. Lui (esso, il pezzo di legno) sente il dolore. La potenza è già vita, pare volerci dire Latella, e porta inevitabilmente con sé sofferenza. È così che nasce Pinocchio. Nasce in un’atmosfera caotica e contribuisce a renderla ancora più confusionaria. Pinocchio inizia a parlare quasi ininterrottamente, come una macchinetta, in maniera caricaturale. Parla tanto, parla solo, cerca – da solo – di conoscere il mondo. E nel mondo, si perde. L’atmosfera si accentua fino ai limiti del patologico: Pinocchio parla, si muove, corre, con affanno, con confusione. Soprattutto, chiede, cerca, ripete ossessivamente che ha fame: il grottesco quasi autistico della solitudine.
E siamo alla scrittura. La drammaturgia è a sei mani: oltre a Latella, l’hanno composta Linda Dalisi e Federico Bellini, già co-autori del precedente successo teatrale di Latella, Santa estasi. Il testo è ricco, interessantissimo, pieno di acuti riferimenti e citazioni (il “Per me si va...” dantesco, abbozzato più volte durante lo spettacolo da Pinocchio, ma pronunciato nella sua interezza solo verso la fine dello spettacolo, da Geppetto-Mangiafuoco), di giochi di parole, di allitterazioni, di rime e assonanze. L’ingegno dei drammaturghi è evidente. La mia impressione, però, è che si lascino prendere la mano: il testo è a tratti traboccante, ridondante, certe esasperazioni fonologiche, sillabiche, linguistiche, certe ripetizioni ossessive sono un po’ fuori luogo. È una scrittura piena di talento e di talenti; è rococò, o forse meglio sarebbe dire sperimentale/avanguardista, perché unisce riferimenti classici (al Poeta) a modalità da scrittura automatica surrealista, a parti extra-testuali, meta-dialoghi; riesce spesso, è ironica e brillante, ma in qualche caso (la parte relativa alla febbre, che viene tramutata in “febbre del sabato sera” che dà il “la” poi alla fuga di Pinocchio con Lucignolo verso il Paese dei balocchi; la mitragliata di scurrilità), diventa poco armonica ed eccessiva. Una limatura, prima di tutto di scrittura – che resta complessivamente di livello alto − poi di messa in scena, renderebbe lo spettacolo più fluido, probabilmente perfetto.
Parlando di Lucignolo, sottolineo invece la geniale scelta di fargli corrispondere il tronco che Pinocchio tiene addosso e con cui dialoga in maniera intensa e appassionata. È parte di lui, Lucignolo, ma nonostante questa sovrapposizione quasi identitaria, si continua a simpatizzare con Pinocchio: la sua umanità, il suo essere perso e sballottato, incapace di scegliere per sé, in balìa degli altri e degli eventi, è una condizione al giorno d’oggi piuttosto diffusa, più che all’inizio del secolo scorso, per cui la si comprende con naturalità, se non addirittura la si condivide. La debolezza è un elemento comune a molte persone e vedere un personaggio così debole può essere persino consolatorio e corroborante.
Tornando alla storia rivisitata da Latella: Pinocchio nasce, vuole conoscere, imparare; Geppetto fa l’unico gesto (l’unico evidente) altruistico e amorevole nei suoi confronti: vende la propria giacca per compragli un abbecedario. Con esso Pinocchio si lancia nel mondo e si lascia facilmente convincere da Pulcinella, Arlecchino e Colombina a dar loro il suo abbecedario (rinunciando, così, alla tanto sbandierata, fino a pochi minuti prima, volontà di imparare l’alfabeto e andare a scuola...) per vedere un loro spettacolo. L’apice dell’opera è raggiunto a mio avviso proprio nel teatrino delle tre maschere classiche della Commedia dell'Arte: lì il ritmo, il testo, il pathos, l’ironia toccano vette altissime, pur riportando spaccati amari. Pulcinella dice: “Io mi accontento di guardare giù, perché a guardare in alto non trovo più nulla”. E quando i tre chiedono a Pinocchio che lavoro faccia il babbo, lui risponde: “Il povero”.
Pinocchio è nevrotico e instabile, bizzoso e infantile; eppure il Pinocchio di Latella fa tenerezza e porta ad empatizzare con lui, perché nasce nel dolore e nella solitudine. Ripete nel corso della storia che vorrebbe (avrebbe desiderato) almeno un quarto d’ora di bene, ma questo bene non arriva. Il rovesciamento del senso è anche qui: gli altri sono cattivi o indifferenti o pericolosi, mentre lui è una figura positiva. Appare infatti come un ragazzotto buono e ingenuo, ingannato dalle persone che incontra, ignorato dal padre, bramato per istinti meramente egoistici dalla madre-Fata Turchina, che lo avoca a sé come fosse una proprietà e solo per potere (lei già morta, tornata in terra dalla morte per realizzare il desiderio della maternità). Una distopia della protezione materna, si potrebbe dire. Questa genitorialità egoistica viene fuori anche nell’ultima scena, quando Pinocchio e Geppetto, morti, si ritrovano nel ventre della balena e il padre dice a Pinocchio: “Fare un figlio non equivale a volergli bene”. Ed è significativo, rispetto al tema della genitorialità, che Pinocchio provi a dire più volte “mamma” alla Fata Turchina, ma le due sillabe proprio non gli escono: si ferma a “ma’”, pronunciata, oltretutto, come congiunzione avversativa. Quanto alla relazione con il padre, dopo essere diventato un asinello e avere in seguito incontrato la morte, ritroviamo nel ventre della balena un Pinocchio contemporaneo e adulto, che chiama “Pa’” e non più “babbo” Geppetto, che prova ad intessere un dialogo con lui, ma senza successo. Geppetto infatti tace ad oltranza, ignora il figlio, che poi, infine, si adira per la sua passività e per la frase sul non automatico voler bene ai figli che si fanno, per poi morire. Geppetto muore, a mio avviso, per la sua stessa incapacità di dare amore. La scena finale è bellissima: Pinocchio tenta disperatamente di allungare il naso del padre (azione che suggella alla perfezione l’idea portante di Latella di trasmettere un’opera in cui tutti fingono per proprio vantaggio, non solo Pinocchio, che è anzi, per la sua goffa ingenuità, una persona quasi pura, vittima degli altri), pensando che stia mentendo e fingendo la sua propria morte. Ma non c’è nulla da fare: Geppetto è ri-morto davvero, questa volta per sempre.
Il sipario si chiude, ma al centro sbuca fuori la parte finale del tronco-naso, come a voler dire al pubblico di fare attenzione, perché il mondo è disseminato di bugie, anche se talora possono sembrare attente verità o buone intenzioni, anche se trattasi di parole dette da persone vicine che si prendono (o dovrebbero prendersi) cura di noi. Questo finale destabilizza il mondo, perché il naso indica che il pericolo della menzogna e dell’inganno può essere ovunque ma, al contempo, responsabilizza le persone, inducendo ciascuno a tenere gli occhi aperti e a badare a se stesso, in un mondo potenzialmente sempre pericoloso, perché ognuno è artefice del proprio destino: non ci sono scuse.
Questa riflessione conclusiva è certamente una traslazione contemporanea di una favola che pare oggi avere registri del tutto superati. Ma Latella ha saputo darle un soffio vitale (sofferto, solo in apparenza cinico) e ha lanciato un messaggio alla platea, a dispetto di quello che viene detto – anti-stanislavkianamente − nel secondo dialogo extra-testuale sullo spazio esistente tra il corpus attoriale e il pubblico: due entità diverse di cui la seconda non deve identificarsi con la prima.
Pinocchio è una favola classica, davvero di identificazione nella cultura italiana. È sempre molto arduo riprendere un’opera classica così piena di morale e dare un senso più profondo, più comprensibile oggigiorno, più originale. Il rischio di scivolare nel banale o nell’esercizio di stile è sempre alto. Invece vi è un’armonia alta tra scrittura personaggi e scenografia.
Una considerazione a parte va fatta sugli attori: la prova attorale è memorabile. Davvero bravissimi tutti, con menzione particolare a Christian La Rosa, che vivifica magistralmente un burattino bambino dandogli mille sfaccettature, anagrafiche ed emozionali.
Il Pinocchio di Antonio Latella fa sentire, fa analizzare, fa pensare, fa ridere, fa soffrire, fa anche innervosire, fa ideare, ovvero produce domande, rinegozia ruoli, ri-immagina comportamenti, attiva una capacità descrittiva, disvelatrice e finanche creatrice di un sistema valoriale alternativo alla favola di Collodi che ridisegna dunque il passato, e abbozza fulmineo il presente.





leggi anche:
Caterina Piccione, Sulla punta di un naso turchino (Il Pickwick, 12 febbraio 2017)




Pinocchio
da Carlo Collodi
drammaturgia Antonio Latella, Federico Bellini, Linda Dalisi
regia Antonio Latella
con Michele Andrei, Anna Coppola, Stefano Laguni, Christian La Rosa, Fabio Pasquini, Matteo Pennese, Marta Pizzigallo, Massimiliano Speziani
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistenti alla regia Brunella Giolivo, Michele Mele
assistente volontario alla regia Matteo Luoni
foto di scena Brunella Giolivo
produzione Piccolo Teatro di Milano − Teatro d’Europa
lingua italiano
durata 2h 40'
Bologna, Arena del Sole, 5 gennaio 2018
in scena dal 5 al 7 Gennaio 2018

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