“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Martedì, 21 Novembre 2017 00:00

Da “Macbeth” a Eduardo passando per la strage di Erba

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In una scatola nera senza quarta parete si può parlare ancora di Shakespeare sia pure sminuzzato, trasformato in bolo e digerito? Quanto rimane di un suo Macbeth dopo averlo fatto a pezzi? Le domande non sono retoriche, anzi le risposte possono essere molteplici, anche in contrasto tra loro. Nella scatola nera del palco di Sala Ichòs una coppia di anziani coniugi, che indossano due camici bianchi insanguinati da macellai, si muove da una quinta all’altra seguendo il solco di una scia luminosa che squarcia il buio.

Di lui si sentono i colpi della mannaia, di lei si vede che porta dei pezzi di carne nella quinta opposta. Tra quei pezzi di carne si riconoscono un femore, il frammento di un busto, una mano.
I loro passi sull’assito sono rumorosi, cadenzati, trascinati: disturbanti. I loro dialoghi sono frasi smozzate, parole nervose, spesso ironiche. Sembrano passare così la mattinata, fino alla trasmissione di cucina della Clerici e al modo di preparare il vitel tonnè, mentre hanno ancora dei resti umani che si portano dietro, talora tirandoseli addosso.
Una coppia di anziani incanutiti − con pochi denti, sopravvissuti a chissà quanti e quali pasti − che se ne sta rintanata in una scatola nera, nella quale non si risponde nemmeno ai colpi di nocche di qualcuno che bussa alla porta. In questo mondo asfittico − espresso attraverso il paradosso, l’ovvietà dei loro discorsi e dei loro compiacimenti trash − i due protagonisti, che parlano il dialetto napoletano ma che sono avulsi dalla realtà e dalle connotazioni partenopee, si trovano ad affrontare le loro dinamiche di coppia e solo alla sera, nel momento in cui dovrebbero dormire, non riescono a farlo perché frammenti di ricordi emergono alla loro coscienza.
Vicini rumorosi che hanno disturbato la loro quiete familiare e bambini altrettanto irrequieti e fastidiosi sono stati fatti a pezzi, scannati, smembrati e raccontati come se la donna fosse Lady Macbeth che sobilla il marito a compiere le azioni più turpi. L’inquilino del secondo piano è Duncan, il re ucciso da Macbeth, Banquo un altro condomino. Con una corona di carta sulla testa i due anziani coniugi ricordano Shakespeare ma rimandano anche alla coppia di Erba che anni fa sterminò una famiglia perché considerata fastidiosa.
Macbeth è citato spesso, perfino nelle parole crociate che compilano insieme, come resti deliranti in una follia metropolitana, tutto giocando sui rimandi, sui richiami, sulle evocazioni tra ricordi confusi. Così arriva il momento del sipario che si trasforma in fazzoletti che i protagonisti si poggiano sul viso dopo aver sbocconcellato un panino, mentre La Bohème di Charles Aznavour canta di un tempo che fu, di stanze piene di speranze e di una bella età che non c’è più: loro intanto se ne stanno seduti e i loro piedi corrono per continuare in eterno la loro tragedia.
L’Adda passa’ a nuttata di eduardiana memoria del titolo (da Napoli Milionaria) è anch’esso un rimando al buio inteso come un topos letterario, utile per indicare un periodo di crisi che pare non passare mai, un’emergenza esistenziale che il dialetto napoletano sembra amplificare in status ossessivo, claudicante come i passi dei due che aprono la pièce.
Questa è la prima opera di una trilogia di Meridiano Zero, compagnia proveniente da Sassari, che prevede anche Search and Destroy e This is not what it is, rispettivamente sulle figure di Amleto e Otello; il tentativo: rappresentare “il degradamento di opere altissime di cui rimangono solo gli avanzi, [...] un movimento dal basso che cerca di elevare quei resti in un processo di trasformazione e di riciclo dei rifiuti” per raggiungere un risultato di serie B, dice ancora Marco Sanna, il protagonista.
Un’operazione nuova e ambiziosa (che va in scena da molti anni sull'isola e in tutta Italia) che spinge a un’analisi, a un produttivo sforzo di cogliere le analogie e i vuoti di senso che sulla scena, però, non sembrano realizzati appieno. Forse perché l’eccessiva ripetizione di alcune battute e le molte ridondanze sembrano più volute che naturalmente “trash”, lasciando intravedere un testo che avrebbe dovuto essere un po' più corposo.

 





B-Tragedies − Trilogia shakespeariana
Adda passa’ a nuttata
di e con Marco Sanna, Francesca Ventriglia
luci e suoni Massimo Casada
produzione Meridiano Zero
lingua italiano, napoletano
durata 1h
Napoli, Sala Ichòs, 17 novembre 2017
in scena 17 novembre 2017 (data unica)

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