“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth

Martedì, 24 Ottobre 2017 00:00

Non si smette più di guardare

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Ad un certo punto dello sguardo, sarà come avere una telecamera negli occhi. Ho questo compito, questo gioco: dall’istante in cui mi volterò, diventerò una cinepresa. Libera di girare il mio film, che sarà quello che voglio e sarà solo per me. Provo ad abituarmi a quest’idea, che i miei occhi saranno una macchina da presa, provo ad immaginare che cosa potranno prendere dal mondo. Ma non faccio in tempo a figurarmelo, che già mi devo voltare. Comincia. Mi giro e si gira.

Vedo una piazza e cerco una strada. Vedo la gente e guardo gli oggetti. Vedo l’asfalto e voglio il verde. Perso l’imperativo di un luogo da cercare, da individuare, da raggiungere, mi accorgo che i miei occhi, liberi, cercano quello che non c’è. Quello che si nasconde, che sta in equilibrio, che è lì a sproposito. Dettagli fuori posto, piccole imperfezioni. Forse perché anche gli occhi hanno bisogno di ridere.
Allora cerco il verde. Finalmente, un albero. Piccolo. In una vetrina. Alberi allevati come ornamento della città, fintissimi, dentro negozi di bonsai che somigliano a teatri del buratto. Attraverso la vetrina vedo camminare una figura piccina, ed ecco il mio primo fotogramma: un bambino sorride misurando con la mano la cima del bonsai, scoprendosi più alto di un albero. Chissà perché le cose piccole hanno questa bellezza assoluta.
Avere una telecamera negli occhi è una responsabilità. Posso scegliere se essere visibile o invisibile, devo fare attenzione ai movimenti dell’obiettivo. Fissando un soggetto, assumo la responsabilità della mia presenza opaca. Nessuna telecamera è trasparente. Imparo a prendere coscienza dei miei occhi, scopro che lo sguardo pesa su chi è guardato. Sperimento diversi pesi possibili, sguardo di seta, piombo, piuma, dinamite, velcro. La mia telecamera prende tutte le forme e il mio film cambia, tutto il mondo cambia a seconda del peso dei miei occhi.
Secondo fotogramma: una distinta signora di mezza età supera i tornelli senza inserire il biglietto, passando dietro un ragazzo vestito da rapper. Infrange una regola alla maniera di chi non è abituato, si guarda intorno, con il panico di essere stata vista, come se si fosse macchiata di una colpa gravissima. Poi sospira di sollievo, i controllori erano girati, l’ha fatta franca. Eppure si trattiene ancora un attimo, giusto il tempo per incrociare i miei occhi, che hanno filmato tutto, che sorridono complici − e dentro i miei occhi sento il respiro di questa distinta signora di mezza età fermarsi, implorante, prima di ricambiare il mio sorriso, correre via e scomparire nella folla. Forse in fondo voleva esser scoperta. Quante cose si possono fare di nascosto nei posti pieni di gente.
Terzo fotogramma: una modella addenta una Kinder Delice. Ha la faccia di una tigre che esce dalla gabbia. Non vi è forza maggiore della libertà negativa, libertà “da” un impedimento, altro che libertà “per” un ideale. Questa ragazza incredibilmente alta, magra, bionda e triste, abbandona uno scontatissimo broncio chic e mangia la sua merendina come fosse una sfida, un salto nel vuoto. Non ci si vergogna di niente negli spazi pubblici, confusi come siamo gli uni con gli altri, ammassati nella stessa direzione, cosa conta quello che faccio, nessuno vede nessuno, io non sono nessuno. E passa la paura.
Con una telecamera negli occhi non fa paura attraversare alcun posto. Nemmeno i luoghi malfamati sono più pericolosi. Perché girando un film si perde il senso del pericolo innescato dalle notizie di cronaca più o meno nera. E, insieme al senso, del pericolo si perde anche un po’ il senso del pudore, così ci si avvicina ai “caduti”, esclusi dal flusso costante del via vai produttivo, veri abitanti degli spazi pubblici, i “caduti” si ritagliano margini paradossali di mondo vissuto laddove per il resto della massa non è che passaggio. Una telecamera negli occhi aiuta a riprendersi lo spazio. E, quando succede, non si torna più indietro. È come ripassare dalla stessa strada di tutti i giorni, ma con passi diversi, con qualche ricordo vero stampato dentro un posto. Incipit per abitare la città.
Quarto fotogramma: un compagno di viaggio, dopo ore di telecamera negli occhi, mi confessa stanco e fiero: “Adesso che mi sono esercitato a guardare, è difficile camminare distratti, senza osservare le cose che succedono intorno. È come un allenamento dell’attenzione. Ci si prende gusto. Non si smette più di guardare”.

 

 

 

 

Cinéma Imaginaire
progetto e regia
Lotte van der Berg
drammaturgia Sodja Lotker
guide Daria Deflorian, Antonio Tagliarini
assistente di produzione Martina Ruggeri
produzione
Triennale Teatro dell’Arte, Short Theatre, Teatro Stabile dell’Umbria/Terni Festival
in collaborazione con Third Space
lingua italiano
durata 2h 30'
Milano, spettacolo itinerante in spazi esterni con partenza da Triennale Teatro dell’Arte, 30 settembre 2017
in scena dal 28 al 30 settembre 2017

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