“Potrò mai perdonare al Dio che non esiste di avere rovinato la mia adolescenza seduto su una pila immensa di riviste di donne nude prova della sua inesistenza”.

Claudio Lolli

Lunedì, 25 Settembre 2017 00:00

"Erodiàs", passione e tormento

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Erodiàs è il più violento dei Tre Lai di Giovanni Testori (insieme a Cleopatràs e Mater Strangosciàs) messo in scena dalla coppia Martinelli/Fracassi (Teatro i) e presentato a Short Theatre.
Erodiade fu la concubina di Erode, colei che pretese dal re la testa del Battista per vendetta e in contraccambio per la figlia Salomè. Lei, personaggio cui le sacre scritture accennano con attenta parsimonia, si rivela nella versione del Testori un’energia, e insieme un corpo, carica di ambiguità, conflittualità, bipolarismo.

Caratteristiche che in quest’opera bellissima, con la Fracassi protagonista, riemergono prepotenti: sola in scena, Erodiàs è una testa barbuta decapitata, poggiata su mani insanguinate di un sangue secco, quello di Giovanni Battista, nel quale ora lei si identifica. La sua solitudine aumenta di grado ad ogni passo e ad ogni parola che riecheggiano in un’atmosfera nera e vuota, protetta da vetrina, una realtà archetipica, un purgatorio e anche “l’unica dimensione in cui Eròdias può ancora sopravvivere, seppur confusa da quel conzerto e conzertino di dubbi e domande che il profeta ha in lei provocato” (note di regia).
Ripudiata da un uomo che somiglia a Dio, infatti, questa donna è uno scarto di se stessa: il Battista è amore che sa di anima, ma l’unico amore che lei conosce è l’amore della carne; e così, angosciata e confusa, lei inscena il suo lamento (il testoriano laio) inveendo brutalmente contro una testa mozzata − che qui diventa l’attributo genitale messo in una teca come pezzo d’antiquariato − che, separata dal corpo, continua a parlarle, la provoca, le impone interrogativi a cui non trova risposta.
Sul folle dialogo s’innesca un’oscenità che è tipica della lingua testoriana: un lombardo/brianzolo grumoso, carnoso, che non avvicina ma tiene a distanza, che non incoraggia la comprensione ma suggerisce l’invasione del grottesco a imporsi sulla vita. La natura di questa lingua che non si rivolge a nessuno, che non tratta e non analizza, si fa con Federica Fracassi pura presenza, testimonianza teatrale, infinito grido di una tragedia che si è compiuta; a questo grido risponde un riverbero che non è più quello del Battista nel deserto − “Vox clamantis in deserto” (Vangelo secondo Marco) − ma è quello di una stanza abbandonata, preceduta da mille altre stanze vuote, da lunghi corridoi bui. Erodiàs si urla addosso, si zittisce da sola, replicando alla sua stessa eco: “Erodiàs non è più l’Erodiàs che era, ormai è il Battista stesso. Di lui prende le fattezze, una maschera nella maschera, da lui prende parole che non conosce, che non stanno ancora nella sua bocca, di lui cerca segni in ogni dove” (note di regia).
Incastrata in questa dimensione altra dal reale la sua stessa carne − la pelle pallida è quella di un’assassina e di una dea, di una regina e di una ninfomane − si disintegra corrosa da un blasfemo amore, divenendo grido puro che chiama qualcuno che non c’è... Jokanaan! Jokaslaan! Slanjokaan! Giuan! Don Giuan! E di lui rimane solo il membro sotto vetro, emblema di un martire vittima della tormentosa voglia, di una passione oscena per il Verbo.




leggi anche:
Antonio Cataldo, La cortigiana in attesa (Il Pickwick, 13 dicembre 2016)




Short Theatre
Erodiàs
di
Giovanni Testori
regia Renzo Martinelli
con Federica Fracassi
dramaturg Francesca Garolla
assistente alla regia Irene Petra Zani
suono Fabio Cinicola
luci Mattia De Pace
consulenza artistica Sandro Lombardi
creazione costume d’epoca Cesare Moriggi
consulenza e realizzazione oggetti di scena Laura Claus
produzione Teatro i
con il sostegno di Next / Regione Lombardia
lingua italiano, dialetto lombardo
durata 1h
Roma, La Pelanda, 14 settembre 2017
in scena 14 e 15 settembre 2017

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