“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Mercoledì, 13 Settembre 2017 00:00

Fondamenti del Teatro: cosa ci resta di Eduardo

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Non potremo più pensare, dunque, che Eduardo è là, esiste; che in un angolo di Roma o di Napoli − le due città della sua vita − si staglia quel volto fragile e scavato, ormai diventato da miniatura e da medaglia, prosciugato e reso essenziale dal tempo; quel volto che, comparso infinite volte sotto i riflettori delle ribalte, sul rettangolo del video, nelle foto dei giornali, era diventato un emblema e un valore inalterabili, qualcosa di fisso e significante per tutti. Questa è la constatazione più dolorosa di quest'ora. È scomparso quel sopracciglio che sul suo arco nobile e crucciato alzava il peso del dolore più antico d'Italia, quello del Sud; e della sua più antica allegria, dalla quale si leva sempre, come dal mosto da cui balzavano con la faccia tinta gli antichi mimi contadini, una zaffata di zolfigno, un fumo amaro.

Non era più un attore, ormai: era un simbolo. Ci porta via con la sua scomparsa una sicurezza, una specie di dolorosa garanzia che quella grande arte teatrale è esistita. L'essenza autentica del teatro vive solo delle parole pronunciate nel momento in cui sono pronunciate su una ribalta; dei gesti che, in quel momento, si stagliano in quella luce. Per questo la gente letteralmente si rovesciava e si ammassava nei teatri in cui egli fece le sue ultime apparizioni da attore. C'era qualcosa di febbrile in quell'accorrere e in quel raccogliersi davanti a una ribalta; e insieme qualcosa di religioso perché quelle adunate di folla assumevano, nell'attesa che il sipario si levasse, un aspetto rituale. Era come se ognuno in quell'attesa meditasse dentro di sé il senso di una frase da ripetere negli anni venturi, a interlocutori muti e avidi di sapere: “L'ultima volta che vidi Eduardo”.
Perciò alla fine si facevano tutti sotto la ribalta, nemmeno applaudivano più: gridavano, gli tendevano le braccia, volevano toccarlo come si tocca una reliquia.


Ora tutto questo è finito per sempre. È finita quell'attesa, durante i primi momenti dello spettacolo, mentre gli altri attori recitavano, che egli entrasse in scena. Vecchio trucco, questo, del protagonista che compare solo dopo che l'azione è cominciata da un po' ma ha già steso le sue reti per catturare l'attenzione. Lo applicò persino Pirandello nelle commedie che scrisse per Ruggero Ruggeri. Eduardo aveva perfezionato, da attore, il vecchio espediente. Si faceva precedere, stando dietro le quinte, da un colpo di tosse, da un raschio di gola, da una battuta smozzicata, da una risatella livida. Allora in platea passava come un bridivo. E quando finalmente egli entrava in scena era come se si alzassero tutti in piedi per l'applauso. Quanto durava quell'applauso? Rivedo Eduardo al Quirino di Roma, nel vestitello liso e con la penna dietro l'orecchio di Ciampa, lo scrivano pirandelliano del Berretto a sonagli, che non riusciva a pronunciare la prima battuta, investito da quella tempesta d'amore che gli veniva dalla platea e il mento un po' gli tremava.


Ora tutto ciò è finito. Era finito già da qualche anno, da quando cioè egli si era ritirato praticamente dalle scene, dedicandosi soltanto a qualche regia, specie per la compagnia del figlio Luca, alle attività della sua scuola di drammaturgia, alle lezioni che teneva presso l'Istituto del Teatro dell'Università di Roma. Carico di lauree ad honorem, premiato dall'Accademia dei Lincei, tradotto e rappresentato in tutto il mondo, Senatore della Repubblica. Anche se non lo si poteva più vedere sulle ribalte dei teatri la sua presenza si sentiva, il suo era un ritiro attivo, crepitante e vivo come i suoi silenzi in palcoscenico. E poi si poteva avere quel pensiero: che il suo volto da miniatura, quel suo volto scavato dal tempo, quel suo volto da vecchio angelo stizzoso e beffardo, era lì, segno di certezza in quest'Italia confusa, silenzio popolato da ragioni e fantasmi nel fragore del quotidiano, simbolo talvolta di salvezza, amaro cartiglio disceso dall'alto su una scena immaginaria con sopra scritto “Signori si chiude”; ma finché l'inscrizione rimane e la luce che la rivela non si spegne, dura la speranza, una fiducia ultima brilla negli occhi che leggono quelle parole.


Ora quell'ipotesi dell'immaginazione è finita, un gran vuoto si è aperto, Eduardo non c'è più. Come un altro grande del Sud, del quale egli ha continuato e integrato l'opera con un'opera diversa e d'eguale livello − Raffaele Viviani − egli non è più che la memoria d'una maschera e delle parole sui copioni. Ma quelle parole, tracciate con la penna sotto le lampadine forti e polverose dei camerini e strappate all'effimero della rappresentazione d'ogni sera, ci restano.
L'attore, soffio di voce, gesto che brilla per un istante e scompare, affida la propria sopravvivenza all'autore. E quelle parole, rilette, a poco a poco ricompongono i tratti della grande maschera perduta. [...]


C'è un'immagine di Eduardo che ci resterà nella memoria più di altre innumerevoli: quella del grande vecchio dell'ultimo decennio. Grande vecchio poi è un'espressione impropria applicata a quella figura magra, gracile, gli ossi come grissini, il volto da miniatura o da medaglia, poche linee inconfondibili. Batteva su di lui già una luce sacrale. Non potremo mai dimenticare quell'ultima sua stagione milanese al Teatro Manzoni, nell'anno e nel mese in cui compiva il suo ottantesimo compleanno. E come il pubblico gli si stringeva intorno e come seguiva col fiato sospeso quella sua ultima incarnazione di Sik Sik, artefice magico, il vecchio guitto malinconico e sardonico, l'illusionista dai poveri trucchi. Fu allora che avemmo l'intuizione che dalla soffitta di Sik Sik, da quella soffitta o magazzino o ripostiglio o trovarobato della grande commedia napoletana, derivasse tutto il suo teatro. Lui era disceso da quella soffitta, con le tasche piene di trucchi, negli anni della giovinezza e si era trovato nel brulichio delle strade di Napoli sventrate dai bombardamenti, sotto quel sole forte. Lassù erano rimasti la maschera di Pulcinella, il tubino di Don Felice Sciosciammocca, la feluca e la mazza del Pazzariello, i calzoni stretti del guappo vivianesco, i versi di Libero Bovio, il cilindro grigioperla di Pasquariello.


Avemmo allora anche altre rivelazioni: della sua semplicità, del suo stare all'osso delle cose. Lo avevamo messo sul piedistallo di un monumento ma lui non ci voleva stare, di continuo ne scendeva per rituffarsi nella vita. [...]


Non so, non posso dire in questo momento qual è il senso di questa scomparsa. Non so se sia scomparso con Eduardo il più grande attore italiano del secolo o il più grande autore dopo Pirandello. Se è finita con lui la grande scuola napoletana del teatro (ma ci sono fermenti di una teatralità napoletana diversa ma che deriva da lui). So che è finita, con lui una simbiosi straordinaria di maschera e di parola. E non ci resta che rievocarlo nella memoria, alla ribalta dei teatri, quando prepararava quella sua mitica tazzina di caffè in Questi fantasmi e intanto parlava col suo invisibile dirimpettaio; quando, in Natale in casa Cupiello, dal suo letto d'agonia raccontava d'una remota mangiata di pasta e fagioli che miracolosamente lo aveva guarito da una febbre; quando scrutava ansioso, fra la stizza e l'angoscia, in Filumena Marturano le facce di quei tre giovanotti uno dei quali, gli avevano detto, era suo figlio. In quei momenti un'arte semplice e intensa, nelle sue componenti di dolore e grottesco, toccava i livelli del sublime.
A queste immagini si sovrappone poi, fievole e perentoria, quella di quest'ultimo suo decennio: quando, nelle sue estreme apparizioni sulla scena, avemmo la sensazione di captare il suo segreto; che era stato forse, per tutta la vita, fra riso e pianto, fra scoppi d'artificio e funebre tamurrata in sordina, un itinerario verso il silenzio: un silenzio vivo, misterioso, corso da parole innumerevoli, che se ne staccavano mute come le foglie dall'albero.





N.B.: L'articolo è stato pubblicato su il
Corriere della Sera il 2 novembre 1984; riproposto poi nel volume antologico L'attore, Garzanti editore, nel 1988. Il volume di De Monticelli è stato appena riedito da Cue Press (Imola, 2017, pp. 349). 




Fondamenti del Teatro
Roberto De Monticelli
L'enigmatico silenzio di Eduardo
in Id.
L'attore
Milano, Garzanti, 1988
pp. 484; pp. 412- 426


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