“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Giovedì, 13 Luglio 2017 00:00

Se il teatro diventa un ghetto

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È una domenica di maggio, le stagioni teatrali volgono al termine e si prova ad intercettare gli ultimi spettacoli significativi a cui offrire lo sguardo e tradurlo in testimonianza. Bambolina, produzione di Cerbero Teatro in scena al Nest, è uno degli ultimi fuochi di stagione, prima che le programmazioni di sala lascino il passo a festival e rassegne estive.
Per parlare di Bambolina parto da due momenti che mi colpiscono in modo significativo: l’inizio e la fine. O meglio: prima dell’inizio e dopo la fine. Prima dell’ingresso in sala noto un pubblico mediamente giovane, anche molto giovane (qualcuno ha ancora addosso il completino da calcio e le scarpette, dopo aver trascorso la domenica pomeriggio a giocare a pallone per le strade); alla fine, quello stesso pubblico lo trovo in piedi ad applaudire entusiasta uno spettacolo teatrale.

Quello spettacolo teatrale – Bambolina appunto – è quel che c’è nel mezzo e non posso non metterlo in relazione con il prima e con il dopo, facendomi però necessariamente carico di una serie di perplessità che finisco per portarmi dietro e che mi inducono a riflettere su un modo di fare teatro, sulla sua valenza e sulle sue implicazioni. Senza la pretesa di intrufolarsi in analisi sociologiche e in disamine antropologiche, ma rimanendo focalizzati soltanto sul versante artistico ed espressivo, ci sono peculiarità – altrove diremo ‘stilemi’ – che suggeriscono una concezione poetica autoghettizzante.
E, se è innegabile che i ragazzi del Nest stiano svolgendo un buon lavoro sul territorio della periferia est di Napoli, riuscendo a creare un polo d’attenzione teatrale capace di intercettare anche un pubblico giovane e non teatralizzato, è poi nella fase successiva – quella dell’offerta teatrale e del senso profondo che questa veicola – che risiede un fattore sul quale mi pare sia necessario ragionare.
È necessario ragionare su una poetica che, tenendo a mente anche le precedenti produzioni del collettivo di San Giovanni  a Teduccio, sembra essersi mossa in una direzione sostanzialmente univoca: da Educazione siberiana a Love Bombing, passando per il recente riadattamento de Il sindaco del rione Sanità e arrivando fino a quest’ultima produzione di Cerbero Teatro, che il Nest ospita e nella quale recita Adriano Pantaleo, c’è una propensione smaccata per una “poetica della malavita” che di per sé potrebbe anche rappresentare un filone espressivo interessante, ma che di fatto pone due ordini di interrogativi, uno concettuale ed uno più precipuamente artistico e compositivo.
Concettuale, perché, nel trattare argomenti di ambientazione malavitosa, sempre molto sottile, per non dire scivoloso, è il limite tra una trattazione che abbia un intento pedagogico, una valenza sociale e il rischio che – soprattutto nella percezione di chi vi assiste, e vieppiù laddove si tratti di un pubblico composto da coscienze in formazione – possano sia pur involontariamente veicolarsi discorsi apologetici e innescarsi meccanismi devianti di emulazione.
Artistico perché, alla riprova delle tavole del palco, nella fattispecie, quello a cui si assiste può dar luogo – ed è per l’appunto il caso di Bambolina – ad una poetica del cliché che finisce per imprigionare gli intenti artistici in una serie di stereotipi che divengono stilemi privi di reale capacità di analisi e penetrazione in profondità nelle pieghe stratificate della realtà che si propongono di rappresentare.
Nel merito dello spettacolo in questione, Bambolina racconta una storia di criminalità e corruzione, di rapporti umani visti e vissuti all’ombra di un degrado che sembrerebbe offrire una via d’uscita che si fa però fatica ad imboccare, una storia in cui si intrecciano amore e spaccio, vessazioni e tentativi di ribellione consumati nel claustrofobico anfratto di una storia torbida, in un panorama sconfortante, scandito da “botte” (tiri di coca) che schioccano all’esplodere in scena dei tanti palloncini bianchi che corredano il palco.
Racconta, Bambolina, la piccola vicenda meschina di Genny (Adriano Pantaleo), uno spacciatore dal cuore forse più buono di quanto la sua storia dimostri e la cui salvezza, in un gioco di sliding doors che avviene e si concluderà oltre il proscenio, potrebbe passare attraverso un riscatto sentimentale, attraverso il rapporto con Nicole (Cristel Checca, la “bambolina” del titolo, infiocchettata come un ninnolo), portata a vivere con sé da una trasferta di spaccio e che finisce suo malgrado invischiata nelle vicende che legano come un cappio Genny a Lello (Ivan Castiglione), il poliziotto corrotto che regge le fila del traffico di droga gestito dallo stesso Genny. Lo spettacolo si incentra proprio sulle relazioni che si intrecciano tra questi tre protagonisti; un quarto (Rocco Giordano), è presenza silente, perennemente assopito a fondo scena in un comatoso sonno tossico. Fra Genny, Nicole e Lello si consumano tensioni all’insegna di un dissidio profondo, sia per questioni di becero interesse, sia intorno al possesso, anche carnale, della ragazza. Il ‘clima’ drammaturgico spazia dalla leggerezza ironica immessa da taluni dialoghi al concitato nervosismo – a tratti anche parossistico – del dramma che si consuma fra le quattro pareti di una abitazione (cui appena fuori palco fanno da appendici un ascensore e un citofono che serviranno ad allargare ulteriormente i confini spaziali della scena); il tutto inframmezzato da flashback vagamente psichedelici che vedranno a turno ciascun protagonista avanzare in proscenio e ripercorrere il rapporto con la propria madre, come a voler sottolineare un’ancestrale scaturigine delle vicende del presente nei retaggi del passato.
Tutto ciò però nel complesso dà vita ad uno spettacolo che resta faticosamente confinato in una dimensione di dramma periferico che, nel mentre racconta di un mondo sordido, ne rimane come invischiato e intriso, quasi compiaciuto della propria rappresentazione gergale e marginale. Ci troviamo di fronte ad una drammaturgia sostanzialmente debole, in cui le peculiarità dei caratteri appaiono standardizzate e appiattite in una rappresentazione che appare carente sia sul piano del realismo per come calca la mano su situazioni forzose, sia sul piano simbolico laddove non riesce a far emergere altro che marcate polarità di genere a cui è difficile riconoscere uno spessore concettuale di fondo.
Bambolina di fatto è dramma pulp vagamente grottesco che inscena una storia di ordinaria malavita, in cui l’elemento potenzialmente salvifico è incarnato da una figura femminile anch’essa prototipica (la “pupa” bionda e vagamente svampita), senza però che questa traccia di fondo trovi un’espressione che non sia fondamentalmente superficiale e a tratti semplicistica e senza che la messinscena raggiunga un accettabile spessore poetico.
Stante tale facilità, specchio di un’idea non sufficientemente strutturata, colpisce molto che quel pubblico di giovani e molto giovani che assiepa la platea, a fine spettacolo si alzi addirittura in piedi per applaudire, sicuramente perché ha apprezzato l’immediatezza di uno spettacolo che parla un linguaggio semplice e diretto, fatto di segni e sintagmi con cui le nuove generazioni hanno confidenza e dimestichezza (vuoi perché se ne parli in strada, vuoi perché se ne senta dire in televisione), ma con tutta probabilità non stimolato né indotto ad una riflessione sul senso profondo di quanto rappresentato.
Ne consegue che un determinato modo di fare teatro che – perché “funziona”, perché “piace”, perché magari anche sentito identificativo di una determinata cifra espressiva – portato a replicare una serie di stilemi comportamentali, gergali e d’ambientazione sembrerebbe essere condannato a rimanere prigioniero di se stesso, rinchiuso in una gabbia che finisce per somigliare ad un ghetto autoimposto, in cui una poetica degna di tal nome rischia di venir soffocata e sopita dal “botto” del facile applauso.

 



 

Bambolina
regia e drammaturgia Gianni Spezzano
con Ivan Castiglione, Cristel Checca, Rocco Giordano, Adriano Pantaleo 
collaborazione artistica
Mario Paradiso Jr
scene
Dino Balzano
light designer Giuseppe Di Lorenzo
costumi
Giovanna Napolitano, Fabric Factory Atelier
organizzazione
Sara Capelletti
produzione
Cerbero Teatro, Fondazione Campania dei Festival
lingua
italiano, napoletano
durata
1h 20’
Napoli, Nest – Napoli est Teatro, 7 maggio ore 2017
in scena
6 e 7 maggio 2017

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