“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 12 Luglio 2017 00:00

Angélica Liddell e le visioni dell'irrapresentabile

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Lo spettacolo di Angélica Liddell, Genesis 6, 6-7, si annunciava come uno tra i più sperimentali e scandalosi di tutta la rassegna del NTFI. La regista spagnola, riconosciuta a livello internazionale anche attraverso premi volti a sottolineare soprattutto l’originalità e lo sperimentalismo del suo lavoro, completa la sua trilogia dedicata all’Infinito con quest’opera che debutta in assoluto proprio al festival napoletano, dopo Esta breve tragedia de la Carne, del 2015 e Que haré yo con esta espada, dello scorso anno.

La messa in scena è costruita su quadri singoli in successione tra loro, senza una trama, costituiti da musica, canto, immagini proiettate e azioni teatrali, ciascuno dei quali rappresenta un movimento unico e ripetitivo, spesso reiterato lungamente e senza evoluzione. Quasi subito sul fondale appare un video che mostra minuziosamente e dettagliatamente dall’inizio alla fine una circoncisione, con lunghi e sadici minuti di carne sottoposta all’azione chirurgica di pinzette e forbici, colpendo visceralmente, in senso letterale, lo spettatore. Le scene sono essenziali e presentano elementi archetipici mescolati ad oggetti moderni, che in alcuni casi ricorrono in più quadri, come un impasto che ritorna più volte fino a chiudere lo spettacolo in un’ultima scena ‘cristologica’, come del resto la nudità dei corpi di quasi tutti gli attori. Le azioni, molte delle quali richiamano indissolubilmente, insieme, alla vita e alla morte, sono semplici e evidenti nella loro carnalità, appunto, nel loro essere corpo che si mostra, che compie azioni semplici che si ripetono e ripetono se stesse, spesso fino a stancare: tutto è visibile, la materia e il suo movimento meccanico, a volte insulso e sconclusionato.
Ma questo eccesso di visibilità cerca per contrasto – nelle stesse intenzioni dichiarate dalla regista – di “vedere ciò che non si può vedere”; prova a stimolare la ‘visione’ della dimensione invisibile che anima quei corpi nei loro gesti, il mistero che infonde in loro la vita. “Chi ti mostrò che eri nudo?” si afferma nel quadro successivo, in cui si dibatte della vita della materia, della funzione e dell’origine dello spirito che vivifica la materia, riprendendo la citazione di Ezechiele 37 mostrata in apertura della messa in scena e che può offrire la chiave interpretativa delle immagini che scorreranno lungo tutto lo spettacolo. La vita viene mostrata come una sorta di errore, una deviazione fuorilegge dall’ordine del tutto, una rottura, effimera e insignificante a guardarla, ma che non si risolve e spiega nella sua mera presenza fisica.
Un attore che balla con due bellissime gemelle, che ora impugnano una chitarra elettrica, ora un kalashnikov, mostra danzando il suo moncherino: l’avambraccio che manca e sventola nell’aria nei suoi gesti di danza mostra infatti un’assenza. E lo spettacolo sembra volerci mostrare proprio questa assenza, il carico invisibile che ciascun corpo, ciascuna vita porta con sé, ma non come elemento biografico, quanto biologico in senso ampio, di origine della vita, della sua antichità atavica di dolore e Infinito. Invisibile, ma anche inaccessibile, come gli antichi segni delle scritture o le espressioni matematiche tracciate qua e là durante lo spettacolo, quasi a cercare di offrirci un orientamento che invece non c’è, un ordine che invece è incomprensibile.
Come afferma il passo di Genesi che dà il titolo allo spettacolo, “l’Eterno si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo [...] e disse: "Io sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: dall’uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento d’averli fatti". Il vivente, tutte le creature subiscono la maledizione della loro stessa creazione, da parte del loro stesso creatore; il princìpio della vita si abbatte contro la vita stessa, mostrando così queste creature esposte, maledette a causa della trasgressione che esse stesse costituiscono in quanto nate, e per ciò stesse martiri. L’analogia con il cristianesimo è evidente e viene suggellata nella scena finale in cui compare un bambino con un mitra e l’impasto in mano, una corona di spine in testa. E la contraddizione della vita, maledizione e martirio, ma anche e soprattutto bellezza, viene invece affermata da una foto che compare sul fondale, una foto di una madre con i suoi bambini: tutti mostrano le loro mani, tutte deformi come mostri; ma i volti di ciascuno, invece, sono belli, sorridono e noi non ne conosciamo la ragione, semplicemente sorridono nella loro bellezza.
Indubbiamente la rappresentazione non concede nulla al coinvolgimento e al compiacimento del pubblico, che sembra anzi volutamente provocato e infastidito, quasi la regista lo volesse stancare, sottoponendolo a immagini ripetitive che non offrono alcuna liberazione, se non forse nel finale, cui non tutti arrivano. In tal senso le reazioni degli spettatori alla fine dello spettacolo si dividono senza mezze misure tra l’entusiasmo e il fastidio. Si tratta di un lavoro per cui è forse improprio utilizzare la categoria di ‘piacere’, ma che, anzi, usa la “crudeltà” forse proprio per stimolare la riflessione, per sganciare dal visibile chi vede (lo spettatore) verso la dimensione invisibile, ‘altra’ di quei corpi, la scena irrappresentabile del religioso mistero della vita, della sua sacralità, nel senso originario e contraddittorio del termine, connesso alla violenza-distruzione di ciò che d’altronde è vivo e intangibile nella sua vitalità e bellezza, nel senso (o non senso) di ciò che, semplicemente e infinitamente, viene ad essere.

 

 

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Genesis 6, 6-7
di
 Angélica Liddell
regia, scenografi, luci e costumi Angélica Liddell
con Yury Ananiev, Juan Aparicio, Tania Aras Winogradow, Itziar Barriobero, Sarah Cabello Schoenmakers, Paola Cabello Schoenmakers, Lola Cordón, Angélica Liddell, Sindo Puche, Aristides Rondini
capotecnico David Benito 
suono Vincent Lemeur
direttore di scena Roberto Ballinelli
assistente di produzione Borja Lopez
direttore di produzione Gumersindo Puche
foto di scena Luca Dal Pia
produzione Compagnia Atra Bilis Teatro, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Iaquinandi SL
in coproduzione con Teatros del Canal (Madrid), Humain trop humain – CDN Montpellier, con il sostegno di Comunidad de Madrid
produzione e coordinamento in Italia Aldo Miguel Grompone
paese Spagna
lingua spagnolo, russo, ebraico
durata 1h 15'
Napoli, Teatro Politeama, 18 giugno 2017
in scena 17 e 18 giugno 2017

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