"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 10 Luglio 2017 00:00

La "grande età" della donna

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Il teatro Sannazzaro è pieno fino ai palchi, sebbene il pubblico sia tutt’altro che giovane, per assistere allo spettacolo di Licia Maglietta, che porta in scena per il NTFI un testo poco noto di Clotilde Marghieri. Si tratta di un monologo del 1974, vincitore del Premio Viareggio, forse la più importante tra le scritture della Marghieri, napoletana cresciuta a Firenze e vissuta per lo più a Roma, amica della Serao e di Croce, e che fu soprattutto giornalista, arrivando tardi alla narrativa, ebbe una vita ricca di incontri e frequentazioni, e che in questo testo riflette la sua condizione, con uno sguardo all’indietro e la presenza ferma, insieme nostalgica e ironica, ma vera, nel presente del suo stato di donna matura, se non vogliamo dire vecchiaia, o della “grande età”, per riprendere Simone de Beauvoir, cui la stessa Marghieri si ispira.

Il testo, con elegante ironia, rappresenta una riflessione disincantata, nostalgica quanto irriverente e divertente, della propria vita. “Ho bisogno di dialogare”, esordisce Clotilde/Licia Maglietta: infatti è proprio un fiume che vuole straripare, ricco di ironia ma contenuto da una sottile intelligenza tutta femminile, il monologo attraverso cui una signora di oltre settant’anni si presenta al pubblico, con il suo corpo ancora affascinante per quanto invecchiato e appassito dal tempo trascorso.
“La tua vita è stata tanto piena che non sei riuscita a estrarre nemmeno ciò che conteneva”: un’espressione che costituisce una sorta di poetica. E allora la scrittura in scena, il corpo che racconta davanti al pubblico, diventa l’occasione per cercare di estrarre quanto è stato. Ma non si tratta propriamente del passato: i diari, le agende compilate negli anni a ricordare passi della vita, incontri, sentimenti ed emozioni, le più contraddittorie possibili, vengono infatti rivisti brevemente e con sarcasmo per essere subito strappati e gettati al fuoco. Non è il passato, ma il presente in cui quel passato risuona ad essere al centro di tutto. Certo la nostalgia ci riporta agli eventi della vita, ce li riporta con il dolore di non poter più essere, ma qui, in questo corpo/scrittura che è il nostro volto. Infatti, “ciascuno ha il volto che si merita”: come a dire che ci si trova nel presente come necessaria conseguenza di ciò che siamo stati, di tutto quanto siamo stati e ancora non abbiamo compreso.
Allora la vita, nonostante le sorprese spiacevoli di uno specchio che improvvisamente ci sorprende mostrandoci le rughe e la vecchiezza decrepita e impietosa del nostro essere, vale la pena di essere raccontata, ma non per ricordare ciò che è stato e non è più, bensì per ritrovare il senso del vissuto che ancora siamo e non abbiamo ancora compreso. Anche il passato, è ora, è presenza. E così, eccoli gli “amati enigmi rimasti indecifrati”, ma presentati all’altro da noi, al lettore del testo, al pubblico dello spettacolo, e potrebbe essere già solo questo il senso che ci costruiamo di una condizione – la maturità/vecchiaia – altrimenti vissuta come impotente.
Clotilde si trova combattuta tra il disordine della vita, ancora passionalmente operante, e la sublimazione dell’arte. Vorrebbe contemplare la bellezza del mondo come si contempla un paesaggio, con quel distacco, quel disinteresse proprio del piacere estetico, di ciò che riteniamo bello in assoluto, indipendentemente da noi, dal nostro deisderio. Eppure, nonostante il corpo appassisca, l’esistenza continua a “correre incontro ai marosi”, non placa il suo fuoco, la sua passione, il suo erotismo, per quanto insoddisfatto e sconsolato. Ma Clotilde ha anche un’altra grandissima dote: l’ironia, la capacità di distaccarsi da se stessa, quella capacità che in primo luogo l’arte ci insegna, e dunque può essere appresa, può essere di chiunque, di guardarsi in maniera distaccata e sorridere della proprie sventure, sorridere di ciò che, della vita, vorremmo evitare, ma non possiamo, inevitabilmente.
Stupenda l’interpretazione di Licia Maglietta, perfetta incarnazione dell’io narrante, come un vestito ritagliato su misura. Sola sul palco spoglio, accompagnata solo da un bravo mandolinista che offre intermezzi di accompagnamento, è capace di muovere a ogni passo il riso intelligente, riuscendo a stimolare, in una condizione che altrimenti non sarebbe che deprimente, il sapore della vita quando essa, la vita, sembra ormai spegnersi. E così ci dispiace della scarsa presenza di giovani a un’opera che, nella vecchiaia e dalla vecchiaia, sa insegnarci – senza infingimenti – tanta gioia e bellezza.

 



Napoli Teatro Festival Italia
Amati enigmi
da Clotilde Marghieri
regia, drammaturgia e scene Licia Maglietta
con Licia Maglietta
mandolino Tiziano Palladino
luci Cesare Accetta
video Massimo Maglietta
produzione Fondazione Campania dei Festival
paese Italia
lingua italiano
durata 1h 15'
Napoli, Teatro Sannazaro, 7 giugno 2017
in scena dal 7 al 9 giugno 2017

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