“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 04 Luglio 2017 00:00

Siena, le finali di In-box

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Siena: uno di quei gioielli sopravissuti pressoché intonsi al Medioevo, con le sue fattezze e le sue atmosfere, con le sue mura che traspirano secoli di storia, i suoi edifici del centro che ti trasportano in un’aura atemporale... l’attraversi e ti sembra di farlo coi fratelli Gambi narrati da Federigo Tozzi... non ne condividi le preoccupate frustrazioni d’un tempo ormai remoto, ma immagini i loro stati d’animo e ti par di vederli lì dove una narrazione primo novecentesca li ha collocati... è Siena, ed è bella e avvolgente come una spirale, chiusa e arroccata come un’arnia.

Turisti in giro, la Mille Miglia che ne rompe il silenzio coi rombi delle auto storiche… suoni e colori, ma intanto c’è – ed è piacere diverso – da pensare ad altro: ci sono le finali di In-Box, tra il Teatro de’ Rozzi e quello del Costone; la spola dall’una all’altra platea ti consente di immergerti ancor di più nella città, attraversandone le vie incassate, volgendo lo sguardo all’intorno, scrutandone scorci riposti e, perché no, anche angoli di normalità presente.
E, dal presente al presente, il teatro di oggi, altro scorcio, stavolta scrutato da un posto in platea, racconta prima di tutto dello stato di salute di una realtà come In-box, rete virtuosa della teatralità nostrale (curata dalla Residenza Straligut), la cui crescita è il primo aspetto che mi porterò via una volta partito da Siena. Funziona e pare funzionare bene In-Box e, dalla mia angolazione di osservatore, registro l’impressione di un ampliamento del progetto, oltreché di una stabilizzazione; la stabilizzazione risiede nella rete di riferimento (e di “approvvigionamento”) che ormai In-box rappresenta – pur con le possibili incertezze che una scrematura su vasta scala può comportare – per una ampia fetta di operatori teatrali, mentre la crescita è intrinseca al progetto stesso, che registra un’attenzione sempre maggiore da parte degli operatori – e degli osservatori – del settore, convenuti a Siena non solo e non necessariamente per selezionare spettacoli da mettere in programma nei propri spazi, ma anche per uno screening di una parte dell’offerta teatrale che sta già attraversando e che continuerà ad attraversare le platee italiane.
In più, rispetto alla precedente edizione delle finali di In-Box a cui mi era capitato di assistere (a La Spezia nel 2015), questa edizione si caratterizza per un respiro “reticolare” maggiore, sviluppando un rapporto fattivo e proficuo con altri organismi di settore, come Puglia Off che cura la parte “social” della rassegna, come Teatro e Critica che tiene contestualmente alle finali un workshop di scrittura critica, o come il progetto In-Box Millenials affidato a Gherardo Vitali Rosati che coordina una giuria di giovanissimi chiamati a valutare gli spettacoli in rassegna.
A voler ricercare un filo comune, un trait d’union che più o meno sottotraccia leghi ciò che va in scena nell’intensa due giorni senese, colpisce il ricorrere di prerogative emergenziali che attengono alle dimensioni più personali ed alle esigenze più immediate: la casa, il lavoro, la dimensione intima e personale dell’individuo nel suo rapporto col mondo, con il contesto che lo circonda. Sicché, nella maggior parte degli spettacoli che si susseguono ricorrono, sia pur declinate – com’è ovvio – in maniera differente e specifica, tematiche che identificano un filo sottile, un comun denominatore che vede le differenti ambientazioni fare riferimento (con la sola eccezione di Teato Rebis, il cui Scarabocchi sfugge per sua intrinseca natura a questo tipo di catalogazione), ad una dimensione contestuale che pone al centro il rapporto fra individuo e contesto: è un uomo solo che vive probabilmente il suo ultimo giorno nella propria casa il protagonista di Homologia, è una dimensione tutta domestica quella in cui Òyes ambienta il suo Vania, è la casa e chi la abita a costituire il nerbo concettuale di My Place, è un contesto urbano fatto di interni abitati da protagonisti in dialogo quello di Sempre domenica di Collettivo Controcanto ed è infine una satira metaforica quella di Hallo! I’m Jacket! che s’accasa in un teatro per rivendicare il diritto di abitarlo in barba a certo convenzionalismo che quella casa teatrale talvolta rischia di minarla dalle fondamenta. Nello specifico, passando in rassegna i sei spettacoli, si ha un panorama composito che va incontro ad istanze di pubblici diversificati.

Si parte dal Teatro de’ Rozzi, dal suo palco all’italiana e dai suoi duecento e passa anni di storia alle spalle; e si parte con Homologia di Dispensa/Barzotti, spettacolo che avemmo già modo di apprezzare (e recensire su Il Pickwick con Alessandro Toppi) durante la scorsa stagione di MutaVerso a Salerno e che, proprio in virtù di questa visione comparativa, non rende appieno il proprio valore, penalizzato dalla visuale “costretta” di un palco tradizionale, mentre più congruo al suo respiro scenico era parsa una dimensione spaziale più ampia, in cui le scene di teatro di figura acquisivano efficacia anche grazie ad una prospettiva dilatata in larghezza, consona alla spazialità dinamica della messinscena.
È comunque Homologia uno spettacolo d’eterea delicatezza nel suo racconto di una solitudine sempiterna, che abita la vita d’un uomo, legato al passato dalla sopravvivenza dei ricordi, intabarrato in una dimensione domestica che chiude fuori ogni contatto col mondo esterno, mondo esterno che gli entra in casa sotto forma del riverbero catodico di uno schermo, con gli echi di spot pubblicitari lontani, più distanti di quanto lo spazio e il tempo possano far percepire. Lemure di se stesso, quest’uomo ha fattezze che una maschera distorce, rendendocelo dissimile: è una distorsione dell’umano; o meglio, è l’uomo deformato dal tempo e dal sentimento del tempo, che sembra sfuggire eppure rincorrerlo sotto forma di ricordo, di flashback che lo porta a rivedersi, a riguardarsi volgendosi indietro.
Le immagini si susseguono in una danza condotta sulle punte estreme del tempo, di un tempo inesorabile, che pare accompagnare quest’uomo – solo – verso il passo d’addio alla vita, volgendosi indietro per guardare a se stesso, mentre il suo corpo va esaurendo il patto di permanenza stipulato con la vita; e sono immagini che, una dopo l’altra, finiscono per dare il senso tenero e malinconico di una solitudine consunta, che s’anima del dedicarsi a piccoli gesti d’una tenerezza quasi infantile (le caramelle messe in fila, scelte con cura, scartate e infine imboccate, le scatole con i doni, una torta con la candelina, le stelline di Natale), e che dinanzi ad uno specchio lungo quant’è lungo lo spettacolo riguarda se stesso proiettandosi all’indietro, ad un passato di cui egli stesso è proiezione futura che si realizza al tempo presente della rappresentazione, offrendoci la maschera dell’uomo coi solchi lasciati impressi sul suo volto da un accidente chiamato vita.

Dai Rozzi al Costone per Teatro Rebis ed il loro Scarabocchi, bozzetti dal fumetto alla scena, che prendono la forma volutamente incongrua dell’abbozzo sfalsato: come vignette cattive, politicamente scorrette, potenzialmente disturbanti, i tre attori in scena incorniciano in sequela vignette viventi, nichilismi scarabocchiati, ma è una carica eversiva – tutta testuale – che fa molta fatica a trovare una propria compiuta dimensione drammaturgica ed un’unità compositiva che renda scenicamente funzionante l’amalgama fra testo e azione.
Se deve scuotere non scuote, se deve spiazzare non spiazza, se deve disturbare non disturba, se non per il suo protrarsi oltre quella che potrebbe già essere la sua naturale conclusione, dilatandosi in un finale multiplo che in coda alla sua struttura farraginosa attacca un’appendice che nulla aggiunge alla (già scarna) economia drammaturgica della messinscena, che mentre tenta di rifarsi alle graffianti stand-up comedy alla Lenny Bruce, dimentica di essere inserita in un tempo mutato, in cui la parola dissacrante, per farsi veramente eversiva, deve riempirsi di un senso assolutamente non comune, in un’epoca in cui la soglia del lecito, del politicamente corretto e perché no, anche del buon gusto, s’è oggettivamente livellata verso il basso. Le “maschere” degli attori in scena, il loro motteggiare truce, sono aspetti che vanno sottolineati in positivo, fungendo da validi strumenti per una carica iconoclasta che pure permea il testo, ma che parimenti meriterebbero di essere messi al servizio di una migliore concezione drammaturgica, che non si limiti ad un affastello scenico di strisce a fumetti slegate da un’unità di senso e di dimensione scenica.

Terzo spettacolo della prima giornata è il Vania di Òyes, che ritrovo ad un anno di distanza, già visto ed apprezzato a Castrovillari durante Primavera dei Teatri; spettacolo che trovo sostanzialmente uguale a come lo ricordavo, magari anche più brillante, rodato da un anno di affinamento che mi fa sembrare accentuati i pregi che già erano riscontrabili. La trasposizione di Vania (che diventa Ivan) in un interno familiare del Settentrione d’Italia ricalibra l’originale cecoviano su una realtà contemporanea, riscrivendolo praticamente in toto (saranno forse due in tutto le battute che restano dal testo originario), conservandone però senso, struttura ed atmosfera, ironia, valori e profondità; tutta la cappa di statica ignavia che pervade i personaggi dell’originale si trasfonde in un interno contemporaneo in cui la suppurazione di rapporti incompiuti ed inconclusi vive nell’ombra e sotto l’egida di un vecchio morente, che non vedremo in scena se non sotto forma di un mixer registico e di cu non udremo la voce se non sotto forma di un rantolo che strascica da respirazione assistita. È un contesto “malato”, come sembrano suggerire i supporti per reggere le flebo che completano lo scarno arredo di questa dimora cecoviana post-litteram, in cui le aspettative trascolorano in frustrazioni ed i rapporti si consumano all’ombra dei rimpianti; è un contesto in cui si fa fatica a comunicare, a dirsi il vero, è un contesto in cui si parla degli altri per parlare di sé, un contesto in cui alla vita si sopravvive, stagnando nell’immobilismo dell’attesa.
La connotazione dei personaggi fa sì che i calchi cecoviani acquisiscano propria consistenza, rigenerandosi con lo spessore di figure a tutto tondo, che vivono il presente e ne descrivono le angustie in cui vagola una generazione – quella dei quarantenni – che, un po’ per colpa e un po’ per l’avversione del  destino, non è riuscita a seguire i propri sogni (giocare a pallone e vivere al mare, per Ivan/Vania) e che nemmeno riesce a declinare nei crismi dell’accettabile un presente fatto di disillusa amarezza.

La seconda giornata si apre con My Place – Il corpo e la casa, della residenza lombarda Qui e Ora. Si tratta di uno spettacolo che sceglie una forma rarefatta ed eterea, mettendo in scena, offerti alla visione in tutta la loro imperfetta normalità, tre corpi di donna coperti dal solo abbigliamento intimo e che attraversano il palco in maniera giocosa, evoluendo, correndo, giostrando all’intorno, invadendo la platea, cercando l’interazione con il pubblico. Mostrano con disinvoltura la pancia, le smagliature, hanno il fiatone dopo aver corso e non ne fanno mistero e, mentre concedono allo sguardo degli astanti l’usualità di corpi quotidiani, vi innervano su – coadiuvati da inserti video – breve drammaturgia testuale che s’incentra sul problema della casa, degli sfratti, delle emergenze abitative.
Corpo e casa, ovvero due dimensioni intime e complementari, sono le linee guida lungo le quali si dipana My Place, che però denota una struttura non bilanciata, che ne limita la complessione omogenea; leggerezza e disincanto ne sono le componenti più apprezzabili, mentre l’impianto drammaturgico e la propensione eccessiva alla messa in scena di stilemi che possono ricordare da presso quelli di un laboratorio teatrale finiscono per eccedere rispetto al messaggio stesso che si cerca di veicolare. Lo spettacolo si fonda su una ricerca sul campo, i cui esiti prendono forma in maniera proiettiva: case e corpi, case non più abitate da corpi umani che rivendicano dignità d’esistenza e lo fanno mettendosi a nudo, mostrandosi nella loro semplice e reale essenza; la ricerca di Qui e Ora racconta di un contesto emergenziale, che probabilmente può sentire più urgente ed immediato il portato di My Place, che di quel contesto può considerarsi rifrazione immaginifica, lasciando negli occhi di chi vi assiste, soprassedendo all’imperfezione dell’impianto, uno sguardo di indulgente delicatezza.

Al Teatro del Costone va poi in scena lo spettacolo che risulterà alla fine vincitore assoluto di questa edizione di In-Box, aggiudicandosi un numero di repliche per distacco maggiore rispetto a tutti gli altri: Sempre domenica, del Collettivo Controcanto, è lo spettacolo alla fine del quale percepiamo già la sensazione – da parte del pubblico – che si sia instaurato un rapporto empatico tra palco e platea superiore a tutti gli altri.
Sono giovani i componenti della compagnia e, sotto la guida di Clara Sancricca, inscenano una drammaturgia semplice e immediata, che parla al cuore delle urgenze e delle difficoltà delle giovani generazioni di oggi, spaesate e spiazzate da una società nella quale il loro posto è malcerto e precario.
Entrano uno alla volta in scena gli attori e s’accomodano su sei sedie disposte in fila, dalle quali intesseranno un reticolo di dialoghi che vedono i sei protagonisti entrare ed uscire da diversi personaggi che affrescano un contesto antropico contemporaneo, fatto di rapporti genitori-figli, di rapporti di coppia, di difficoltà nello studio e nel lavoro; il ritmo è serrato, ogni storia segue una propria progressione logica concorrendo, ciascuna per la sua parte a comporre il quadro complessivo; non c’è un movimento di scena che sia uno, tutto lo spettacolo è incentrato sulle parole, sui dialoghi che, rimanendo sul posto, i ragazzi intrattengono, raccontando – anche con leggerezza e ironia – storie di ordinaria precarietà, vicissitudini lavorative, disagi, sconfitte, progetti abortiti. La staticità della scena riflette l’immobilismo di una condizione, la staticità (per lo più indotta) di una generazione che reclama, senza neanche alzare troppo la voce, il proprio posticino in un angolo di mondo. Piace, Sempre domenica, anche per certa ingenuità che ancora lo attraversa e lo caratterizza, per una sua spontaneità di fattura che lo fa apparire ancora imperfetto, con qualche ruvidezza attorale e qualche sporcatura negli attacchi delle battute; ma è probabilmente proprio questo limite a diventare uno dei suoi punti di forza, ovvero questa capacità di arrivare immediato perché parla la lingua dei ragazzi che lo interpretano, attori che sembrano incarnare e rappresentare in scena le persone che sono giù dal palco. Ha un limite di tenuta, Sempre domenica, l’ora e trenta della sua durata ad un certo punto sembra scontare l’esubero di una ventina di minuti, d’altra parte necessari a portare a compimento tutte le storie che si sono intersecate; ma, al di là di questo neo, resta l’impressione frizzante di uno spettacolo, capace di giocare sul proprio impianto dialogico a ritmi serrati, creando un effetto comico e straniante. Uno spettacolo che ci consegna una storia ancora da scrivere, un percorso ancora da seguire. Una parabola ancora da raccontare.  

A chiudere la due giorni senese è Hallo! I’m Jacket! Il gioco del nulla, della compagnia livornese Dimitri/Canessa, spettacolo di dichiarata fattura metateatrale che gioca coi meccanismi del teatro inscenando una strampalata giocoleria fatta di “gare di performance” e gag in successione che prendono di mira quel diffuso intento di prendersi troppo sul serio di certo teatro, quello per intenderci  di certe terminologie usuali in cui ricorrono spasmodicamente espressioni come ‘urgenza’, ‘qui ed ora’, ‘ricerca’ adoperati con inflazionata facilità. Hallo! I’m Jacket! si presenta come un gioco da palco volutamente sgangherato, inanellando una serie di scene da commedia slapstick intercalate da riferimenti alla teatralità contemporanea più o meno velati (i tecnici chiamati Emma e Dante, per dirne una), a cui fornirà senso definitivo la comparsa di Jacket, personaggio, deus ex machina, ma in fondo fantoccio posticcio che fungerà da chiosa ad uno spettacolo confusionario per scelta, amabilmente schizoide nel suo farsi beffa della deriva performativa di certa teatralità contemporanea, abbarbicandosi ostinato ad una dimensione diretta del rapporto fra scena e platea, ribadendo con scanzonata buffoneria una vocazione al teatro per quel che è, una casa dell’arte senza superfetazioni e sovrastrutture.

Si viene via da Siena con un bagaglio composito e con una piacevole sensazione per quel che si è visto e per il contesto in cui lo si è potuto vedere e comparare; qualche spettacolo visto lo rincontreremo e sarà interessante vedere quale e quanta strada avrà fatto da qui. Per ora ci lasciamo alle spalle le mura antiche di questa città a forma di arnia nelle cui celle, per due giorni, s’è incasellato un po’ di teatro.

 






In-Box dal vivo 2017
Ideazione e progettazione Frabrizio Trisciani, Francesco Perrone
direzione artistica Fabrizio Trisciani
comunicazione Francesco Perrone
direzione organizzativa Elena Tedde Piras
organizzazione Alice Bellini, Anna Amato, Carmen Sessa, Massimiliano Ferrari
ospitalità Vincenzo Losito
ufficio stampa Natascia Maesi
grafica Andrea Pisano, Loreta Dell’Ospedale
promozione e social media Puglia Off
foto Costanza Maremmi
distribuzione Carmen Sessa
Siena, Teatro de’ Rozzi e Teatro del Costone, 19 e 20 maggio 2017


Homologia
drammaturgia Alessandra Ventrella, Rocco Manfredi, Riccardo Reina
regia Alessandra Ventrella
con Rocco Manfredi, Riccardo Reina
luci Emiliano Curà
suono Dario Andreoli
produzione DispensaBarzotti
residenze artistiche UOT – Teatro alla Corte, Teatro delle Briciole
lingua spettacolo senza uso di parola
durata 55’
Siena, Teatro de’ Rozzi, 19 maggio 2017
in scena 19 maggio 2017 (data unica)


Scarabocchi
drammaturgia maicol&mirco, Andrea Fazzini
regia Andrea Fazzini
con Meri Bracalente, Sergio Licatalosi, Fernando Micucci
scenografie Cifone
musiche Maestro MAT64
produzione Teatro Rebis, maicol&mirco
lingua italiano
durata 55’
Siena, Teatro del Costone, 19 maggio 2017
in scena 19 maggio 2017 (data unica)


Vania

liberamente ispirata a Zio Vanja
di Anton Čechov
ideazione e regia Stefano Cordella
drammaturgia collettiva
con Francesca Gemma, Vanessa Korn, Umberto Terruso, Fabio Zulli
costumi e realizzazione scene Stefania Coretti, Maria Barbara De Marco
disegno luci Marcello Falco
organizzazione Valeria Brizzi
produzione Òyes
con il sostegno di
fUnder 35, MiBACT, Regione Umbria, Comune di Gubbio, URA NEXT – Laboratorio delle idee per la promozione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo
lingua italiano
durata 1h 15’
Siena, Teatro de’ Rozzi, 19 maggio 2017
in scena 19 maggio 2017 (data unica)

My Place – Il corpo e la casa
ricerca materiali e drammaturgia Francesca Albanese, Silvia Baldini, Silvia Gribaudi, Laura Valli
regia Silvia Gribaudi
con Francesca Albanese, Silvia Baldini, Laura Valli
assistente alla regia Roberto Risen
disegno luci Silvia Gribaudi, Domenico Cicchetti
produzione Qui e Ora Residenza Teatrale
lingua italiano
durata 55’
Siena, Teatro de’ Rozzi, 20 maggio 2017
in scena 20 maggio 2017 (data unica)

Sempre domenica
drammaturgia Collettivo Controcanto
regia Clara Sancricca
con Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero
produzione Collettivo Controcanto
lingua italiano
durata 1h 25’
Siena, Teatro del Costone, 20 maggio 2017
in scena 20 maggio 2017 (data unica)

Hallo! I’m Jacket! Il gioco del nulla
drammaturgia e regia Elisa Canessa
con Federico Dimitri, Francesco Manenti
disegno luci Marco Oliani
assistenza artistica Stefano Cenci, Giorgio Rossi
produzione Compagnia Dimitri/Canessa
in coproduzione con Associazione Sosta Palmizi
con il sostegno di MiBACT – Dipartimento dello Spettacolo e Regione Toscana – Settore Spettacolo, Armunia Festival Inequilibrio
lingua italiano
durata 1h
Siena, Teatro de’ Rozzi, 20 maggio 2017
in scena 20 maggio 2017 (data unica)

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