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Mercoledì, 14 Giugno 2017 00:00

La poetica "Antologia" di Moscato

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Enzo Moscato presenta alla decima edizione del Napoli Teatro Festival Italia Raccogliere & Bruciare – una riscrittura dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Marters – un'opera che si misura con l'epica Antologia di Edgar Lee Master "dopo averla imbrattata qua e là di lingua e di suoni napoletani" al fine di trasportare sul palco la solennità tragica e definitiva di un capolavoro assoluto.

L'autore/regista/attore partenopeo definisce il suo intervento sul testo ispiratore una 'trad'invenzione' lungamente meditata – le prime stesure risalgono al '94/'95. E, a spettacolo terminato, si può pienamente convenire sul fatto che Moscato abbia affrontato e vinto i limiti ambientali, temporali e linguistici dell'Antologia, mediante una 'trad'invenzione' di origine virtuosa; una forza propulsiva che dà slancio alle Memorie – ancora smaniose di vita e impreparate all'abisso gelido della “Spentaluce” – spingendole oltre i limiti dell'inespresso.
Un cast d'eccezione prende 'vita' in un paesaggio sepolcrale risucchiando il pubblico in un registro espressivo inizialmente ostico: le parole giungono ovattate dal sottofondo musicale e si spengono in sussurri, si potrebbe definire una sorta di 'renitenza rituale' in cui, le parole, si assemblano in qualcosa che, parafrasando la definizione di Masters, sono più prossime al verso che alla prosa. Ma lo smarrimento è solo iniziale, il piccolo universo partenopeo immaginato e proiettato da Moscato, si schiude nel momento in cui ci si abbandona ad esso – rinunciando alla luce e accogliendo l'oscurità – offrendo i codici d'accesso ad una Neapolis antica che risponde al nome di Spentaluce.
Gli attori, come lo stesso regista aveva anticipato, "si muovono poco o niente", la prossemica è ridotta all'essenziale, punto d'approdo di coloro che (usando le parole di Paul Valéry) "hanno ucciso la marionetta" ed ora esaltano la bellezza del corpo morto e inerte. I fantasmi, si/ci alimentano di visioni ripescate dal nulla e di luci strappate ad una vita passata. Una volontà sanzionatoria attacca e vanifica la distanza tra ciò che si è concluso e l'eternità, come se dopo tanta agitazione del corpo, l'incorporeo abbia da quest'ultimo mutuato le frenesie, attanagliato dall'ansia di chiarirsi e spiegarsi. Chiarire e spiegare cosa? Le ragioni della propria morte e, soprattuto, quelle che hanno regolato la vita.
Ecco Minerva, la poetessa del villaggio, affamata d'amore e di vita, ma defraudata di entrambe, che reclama la pubblicazione dei suoi versi; il Giudice affranto dal fatto che la morte ha cancellato tutti gli onori faticosamente ottenuti in vita; la Dottoressa, ingiustamente incolpata della morte di Minerva e costretta a convivere con la sua memoria infamata; il Cacciatore perseguitato dalla sua ultima preda; l'Operaio precipitato durante il lavoro e mai risarcito; e ancora assassini, suicidi, soldati pro patria mori, un esercito di fantasmi che chiede una memoria di sé ristrutturata o semplicemente una maggiore considerazione. Sono anime che hanno trasportato nell'aldilà l'integro fardello delle proprie sofferenze e passioni, che, alimentate dal ricordo eterno, dilatano i confini in un 'fine pena mai'.
I personaggi, prigionieri di un'idea fissa, la ripetono ad oltranza, a volte si accavallano, come alunni indisciplinati, dando vita al caos di una moltitudine di spiriti. I versi vengono svelati dalla ripetizione e sublimati nel passaggio dal sussurro incomprensibile all'eco di voci; quello che emerge in questo spettacolo è l'alchimia mesmerizzante ottenuta coniugando il verso e la prosa alla musicalità. Una menzione particolare va fatta ai bellissimi interventi musicali di Enza Di Blasio, che alimentano lo spettacolo di effetti suggestivi.
La scelta dei testi (sono stati scelti e riscritti ottanta frammenti narrativi su trecentosessantatré complessivi) è stata tale da consentire alla rappresentazione di non perdere il senso unitario dell'opera, gli epitaffi portati in scena non sono frammenti di vita isolati ma preservano, nonostante la riduzione, i nessi 'esistenziali' e/o 'mortali' presenti nell'opera originale, restituendo così allo spettatore il senso unitario cercato da Masters.
Durante lo spettacolo, Moscato, servendosi dei versi dello scrittore brasiliano João Guimarães Rosa, ripete più volte che: "Le persone non muoiono, restano incantate". E i morti di Spentaluce non sono solo incantati, ma capaci di incantare, in un crescendo di consapevolezza esistenziale che, in alcuni momenti, diventa dolorosa.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Raccogliere & Bruciare
liberamente ispirato a Antologia di Spoon River
di Edgar Lee Masters
testo, ideazione scenica, costumi e regia Enzo Moscato
assistente alla regia Angelo Laurino
con Giuseppe Affinito, Massimo Andrei, Benedetto Casillo, Salvatore Chiantone, Gino Curcione, Enza Di Blasio, Carlo Di Maio, Caterina Di Matteo, Cristina Donadio, Tina Femiano, Gino Grossi, Carlo Guitto, Amelia Longobardi, Ivana Maione, Vincenza Modica, Rita Montes, Anita Mosca, Enzo Moscato, Francesco Moscato, Imma Villa
e con la partecipazione di Oscar e Isabel Guitto, Isabella Mosca Lamounier, Lucia Celi, Rosa Davide
installazioni Mimmo Paladino
luci Cesare Accetta
musiche originali di scena Enza Di Blasio
ricerche musicali Teresa Di Monaco
costumi Daniela Salernitano
trucco Vincenzo Cucchiara
organizzazione Claudio Affinito
foto di scena Salvatore Pastore
coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Compagnia Enzo Moscato\Casa del Contemporaneo
paese Italia
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Galleria Toledo, 9 giugno 2017
in scena dal 9 all'11 giugno 2017

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