“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Giovedì, 01 Giugno 2017 00:00

Un corsivo sul Teatro Eliseo

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Per tre giorni – dalla pubblicazione dei primi dispacci d'agenzia al momento in cui scrivo questo corsivo – ci siamo indignati e divertiti: abbiamo ostentato immagini sui social accompagnandole con citazioni dotte o commenti ironici, inventato hashtag, scritto post colmi di risentimento, formulato ragionamenti e domande sulla questione, condiviso le lettere collettive che le associazioni di categoria hanno scritto e inviato ai cartacei, divulgato gli indirizzi mail dei politici che sono stati autori dell'emendamento inducendo così a scrivergli: che, a questo punto, agiscano di conseguenza salvando non un teatro romano ma il teatro italiano; che ricevano testimonianza diretta di un malessere economico di settore che traversa per intero il Paese; che paghino la loro disponibilità ad essere complici con l'intasamento della mail istituzionale.

Per tre giorni abbiamo alluso a parentele illustri e discutibili, accennato al trasformismo partitico, evocato scenari che poco hanno a che fare con le aule parlamentari e molto con le stanze private dove si cela ed esercita il Potere, con i corridoi dove avvengono gli inciuci tra gli amici degli amici, con le scrivanie dalle quali partono e arrivano le telefonate interministeriali. Per tre giorni abbiamo personalizzato ed abbiamo teatralizzato: da un lato, cioè, ne abbiamo fatto una vicenda individuale indicando alla pubblica piazza ora il beneficiato (Luca Barbareschi) ora i benefattori (i deputati Alberto Giorgetti e Sergio Boccadutri); dall'altro abbiamo collocato la vicenda dell'Eliseo nel ristretto perimetro del palcoscenico, ponendo in relazione l'esosità del contributo finanziario con la fatica e la povertà che impone il mestiere: sia quello dell'organizzatore, dell'artigiano o dell'artista teatrale. Così facendo abbiamo prodotto una duplice conseguenza: il dibattito non è diventato una riflessione di sistema, coinvolgendo tra gli altri chi questo sistema ha recentemente contribuito a normarlo per decreto; lo scandalo – giacché di scandalo si tratta – è stato confinato nelle pagine centrali del nostro quotidiano collettivo, quelle dedicate alla cultura e allo spettacolo: le meno lette, come sappiamo.
Ed invece.

Gli otto milioni garantiti all'Eliseo chiamano in causa non solo due deputati ma Dario Franceschini e Salvo Nastasi, ovvero l'attuale Ministro per i Beni e le Attività Culturali ed il sempiterno “ministro ombra” della Cultura Italiana, che era Direttore Generale per lo Spettacolo dal Vivo nel momento dell'ideazione e dell'attuazione del decreto del 2015 sulla nuova ripartizione del FUS. Li chiamano in causa perché gli otto milioni elargiti tre giorni fa non sono che l'ultima regalia di una vicenda di privilegi che dura da due anni giacché l'Eliseo è diventato un Teatro di Rilevante Interesse Culturale senza aver potuto presentare alcuna storicità – essendo una sala chiusa – né alcuna certificazione progettuale sostenuta da dati, risultati o bilanci attendibili; non solo: l'Eliseo è diventato Teatro di Rilevante Interesse Culturale nonostante la Casanova srl di Luca Barbareschi abbia firmato il contratto di locazione il 12 marzo 2015, cioè quaranta giorni dopo il termine stabilito dal MiBACT per la presentazione delle domande (31 gennaio, poi prorogato al 5 febbraio) ed abbia offerto, cito l'Ufficio Stampa del Ministero, “una programmazione e un calendario molto più breve di quello  di altri analoghi organismi”. Gli otto milioni garantiti all'Eliseo chiamano in causa Dario Franceschini perché è stato il Ministero – e non due deputati balzati per tre giorni all'onore delle cronache – a finanziare l'anno scorso il progetto speciale dell'Eliseo, Generazioni, reputandolo meritevole di 250.000 euro, cioè dello “stanziamento in assoluto più consistente fra i tredici progetti approvati nel 2016”. Ma questi otto milioni richiamano in causa Franceschini e Nastasi anche perché sono la spia ennesima e tardiva di un sistema finanziato male e normato per alcuni aspetti peggio con il decreto del 2015 che – giova ricordare qualche esempio di merito – partito con l'idea di individuare tre Nazionali (presumibilmente Milano, Roma e, per equilibrio geografico e per il valore della locale tradizione teatrale, Napoli) ne ha ratificati sette, così rispondendo alle diverse ed evidenti sollecitazioni politiche avanzate dalle istituzioni locali ed ha ampliato il novero dei Centri di Produzione, d'improvviso e in piena estate, inventandosi un quarto gruppo composto da cinque soggetti (CRT di Milano, Pupi e Fresedde di Firenze, Vittoria di Roma, Carcano di Milano e Diana di Napoli), smentendo le decisioni assunte in precedenza e senza che questi stessi soggetti abbiano neanche avuto il tempo materiale per elaborare e presentare un regolare ricorso alle autorità competenti.
Gli otto milioni vanno dunque iscritti a bilancio nella non-riforma di settore di cui Franceschini e Nastasi vanno considerati di fatto coautori, una non-riforma che persiste nella vaghezza progettuale, nella confusa individuazione di finalità specifiche da perseguire e nella mancata individuazione delle funzioni che ogni tipologia di teatro dovrebbe perseguire e attuare, una non-riforma priva di effettivi organismi di controllo e di efficaci misure utili a valutare quanto e come il denaro pubblico è stato impiegato, che ha accentuato la stabilità senza controintervenire sulla circuitazione attraverso una necessaria messa a norma dei circuiti; una non-riforma che si è rivelata incapace di fotografare il panorama artistico odierno (le sue esigenze, la sua fatica, le sue molteplici e più innovative poetiche) e che ha acuito le disparità tra le macro-aree del Paese, ampliato la distanza e reso più complessi i rapporti tra i soggetti finanziati e quelli privi di riconoscimento ministeriale, si è rivelata inefficace nell'incentivare il ricambio generazionale e ha costretto all'ampliamento degli organici (e dunque delle spese) d'amministrazione e di gestione, allo spreco attraverso la pratica del finanziamento produttivo a debito e ridotto il valore irrinunciabile del rischio artistico inducendo alla commerciabilità dell'offerta attraverso l'uso di meri parametri quantitativi.
Infine, perché nessuno sia escluso, gli otto milioni concessi all'Eliseo chiamano in causa, seppur indirettamente, anche i cinque membri della Commissione Prosa (Luciano Argano, Oliviero Ponte di Pino, Roberta Ferraresi, Ilaria Fabbri, Massimo Cecconi) perché smessa la giacca ministeriale momentaneamente indossata – terminato cioè il lavoro svolto a titolo gratuito e dunque solo per amore verso il teatro – facciano sentire pubblicamente la propria voce senza celare nel riserbo, e nella freddezza compositiva della Relazione redatta e resa pubblica nel dicembre 2015, ad esempio il parere di merito offerto sull'Eliseo, così da contribuire a far comprendere se altre ragioni, oltre quelle qualitative, hanno determinato la nomina dello stesso come Teatro di Rilevante Interesse Culturale.

Infine.
Otto milioni al Teatro Eliseo non sono uno scandalo teatrale ma uno scandalo politico ed istituzionale, un'offesa al Paese e alle difficoltà che lo contraddistinguono. Perché questi otto milioni sono un intervento ad theatrum se non ad personam, perché si tratta un dono finalizzato al sostentamento di un solo soggetto, in spregio a qualsiasi norma antitrust e dunque in piena violazione delle più elementari regole sulla concorrenza e di mercato, e perché sono un contributo pubblico concesso ad un privato: giova ricordarlo. Sono otto milioni non soltanto sottratti ad un eventuale aumento del FUS e negato alle altre realtà teatrali del Paese, finanziate o non finanziate che siano: sono otto milioni dati ad un privato e non impiegati – ad esempio – per la scuola pubblica, per la sanità pubblica, per il sostegno pubblico al mercato del lavoro giovanile, per il rifinanziamento pubblico del sistema pensionistico, per le spese pubbliche destinate al recupero delle aree terremotate, per un piano pubblico di nuova edilizia popolare, per il ripristino pubblico dei territori in difficoltà idrogeologica, per il sostegno pubblico al Fondo non autosufficienze e per le politiche sociali. Sono otto milioni offerti negli stessi giorni in cui sono negati i cinque milioni  alle famiglie delle vittime del terrorismo.
Giustificati per mesi con una motivazione bugiarda (il centenario dell'Eliseo, già festeggiato nel 2000), questi otto milioni dovrebbero appartenere alle prime pagine dei quotidiani generici, dovrebbero essere una notizia da telegiornale delle 20, diventare oggetto di approfondimento dei talk politici del martedì, produrre inchieste, interpellanze parlamentari, dovrebbero essere materia da Report tanto quanto lo sono stati altri sperperi di denaro pubblico, cioè di tasse pagate dai contribuenti e finite in abusi, sperperi ingiustificati, carcasse vuote, conti schermati all'estero o nelle tasche di qualche furbetto nostrano. Ed invece poiché riguardano il teatro, l'arte ed il suo artigianato, poiché riguardano lo spettacolo dal vivo – mondo ritenuto effimero, giocoso e superfluo, limitrofo alle pressanti questioni che regolano le nostre urgenze individuali e collettive – non producono purtroppo che un rumore ovattato, una discussione autoreferenziale, limitata ai (pochi) addetti ai lavori.

 

 

 

Leggi anche:
Alessandro Toppi, A Salvo Nastasi (Il Pickwick, 20 giugno 2015)
Alessandro Toppi, Intervista (im)possibile alla Commisione Prosa (Il Pickwick, 15 dicembre 2015)
Alessandro Toppi, Il costoso onomastico del Teatro Eliseo (Il Pickwick, 10 maggio 2017)

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