“Ero concentrato più nel compiacere gli altri che nell'affermare me stesso e questa mia rinuncia sotterranea, silente, andava scavando dentro di me gallerie di frustrazione”

Fabrizio Coscia

Venerdì, 19 Maggio 2017 00:00

L'erba è verde. Martinelli e la non-scuola

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Marco Martinelli ha una voce piana, come internamente addolcita e – quando ti parla – sembra prenderti sotto braccio, in passeggio. Racconta, Martinelli, come si dice del pane o dell'acqua, usando parole chiare. Quando è a un appuntamento pubblico – come capitato all'Asilo Filangieri di Napoli, dove l'ho ascoltato un paio di mesi fa – tende a inclinare busto e volto verso la platea, come volesse anche fisicamente ridurre la distanza che la frontalità di una lezione o di una presentazione ufficiale prevede. Non solo: guarda Ermanna, di continuo. Poche frasi, poi uno sguardo ad Ermanna, ancora poche frasi, poi di nuovo uno sguardo ad Ermanna. Dev'essere questa sensazione rara e perdurante che chiamiamo “amore”.

Marco Martinelli non parla di codici espressivi con toni da regista-pedagogo mistero-filosofico-creativo né sottolinea col tono citazioni colte perché l'uditorio se ne accorga riconoscendone il sapere: Martinelli parla di teatro come si parla dell'esistenza, con lo stesso trasporto assoluto ma naturale con cui una madre narra dei figli alle amiche. Negli articoli che sono stati dedicati al suo libro vengono citati don Milani, Danilo Dolci e Gianni Rodari; a me invece viene in mente il Goffredo Parise che decide di scrivere i Sillabari dopo aver visto – seduto su una panchina, nella piazza sotto casa – un bambino col suo sillabario: “Sbircio e leggo: l'erba è verde. Mi parve una frase molto bella e poetica nella sua semplicità ma anche nella sua logica. C'era della vita in quel l'erba è verde, l'essenzialità della vita e anche della poesia” racconta lo scrittore veneto. Ebbene, Martinelli mi sembra un uomo in grado di ricordarsi, mentre discute di Pirandello o di García Lorca, che l'erba è verde. Di mio inoltre non dimentico di aver riso più volte ascoltandolo né dimentico che, ascoltandolo, ho pensato che esiste una felicità artistica, costata enormi fatiche sia chiaro, che non s'impunta in petto i suoi meriti ma si dedica a diffondersi, mettersi in contatto, diventare un contagio.
Se l'inizio di quest'articolo riguarda la voce di Martinelli – o quello che è il ricordo che me n'è rimasto – è perché il suo Aristofane a Scampia a me sembra non un libro scritto ma parlato: “Non potevamo essere più diversi: io nato sulla Via Emilia, figlio di genitori reggiani immigrati per lavoro a Ravenna alla fine degli anni Cinquanta, cattolici, padre impiegato e mamma casalinga, cresciuto in appartamento con una sorella e i primi elettrodomestici del miracolo economico, vestito all'Upim, svezzato con la lingua dei Vangeli e della televisione, mia madre che vietava a mio padre di usare espressioni dialettali, 'se no nostro figlio a scuola non impara l'italiano'; Ermanna di stirpe contadina, nonni anarchici, genitori repubblicani che parlavano solo il dialetto, nata a Campiano, Romagna profonda, sulla via Petrosa, un'antichissima strada romana che ha l'andamento tortuoso di un fiume, un'infanzia tra stalle e cactus fioriti, fossati immersi nella nebbia e ranocchie gracidanti. Finito il liceo scegliemmo entrambi Lettere Moderne e ci trovammo insieme a frequentare l'università a Bologna. Allora ci fu il lampo, il 16 aprile 1976. Avevamo vent'anni”.
Prima che una pagina letteraria pare una confidenza: di quelle che ti vengono da una persona che conosci da poco tempo per considerarla già amica ma con cui ti accorgi di stare bene, magari seduto ai margini, lontano dal rumore, su una panchina, sorseggiando una birra a canna, senza fretta: mentre il pomeriggio lascia posto alla sera con lentezza.

Aristofane a Scampia è il racconto della non-scuola delle Albe ma non ha nulla del saggio accademico, niente della pubblicazione da convegno teatrografico, destinato ai presunti esperti di settore: dalle pagine – e da quest'inchiostro tonale, che sembra destinato all'orecchio oltre che agli occhi – vengono invece i luoghi in cui la non-scuola è avvenuta, vengono i volti dei ragazzi e delle ragazze che le Albe hanno incontrato: Concetta, “piccola come un gattino”, che – durante le prove de I satiri alla caccia di Sofocle, a Mazara del Vallo – “chiede di parlare in via riservata, come se si trattasse di un colloquio tra due diplomatici”; Simone, che – nell'allestimento di Ubu sotto tiro a Napoli – suggerisce di ammazzare il re cavandogli il sangue e poi pittandogli “'o cazzo di rosso”; l'adolescente senza nome di pagina settantatré che, durante Le Troiane messo in scena a Ravenna, dice la battuta “Meglio dunque morire che vivere nel dolore” come “dicesse una frase tratta dal suo diario segreto”. L'America dei McDonald's e l'Africa, dove il teatro avviene in piazza, nello spazio vitale e pubblico in cui un figlio – uscito dalla pancia di sua madre – appartiene ogni giorno di più alla comunità; la Statale 16 e il salotto di casa, dove Victoria – tratti marcati, occhi neri infuocati, capigliatura corvina – ragiona di Romeo e Giulietta ragionando di baci, di fidanzamento, di tradimento e d'amore; l'Emilia Romagna del buongoverno rosso e l'estrema periferia meridionale: approdo sabbioso, confine di sosta e nuova patria liminare per centinaia di giovani africani.
Inutile quindi, in questo articolo, voler descrivere la non-scuola: inutile perché si tratterebbe di fare il riassunto di una storia che invece va conosciuta leggendo Aristofane a Scampia; perché questa stessa storia è giusto che arrivi ai lettori con le parole di chi l'ha fatta nascere e l'ha portata in viaggio giorno dopo giorno; inutile perché probabilmente la cosa migliore che possiamo fare rispetto alla non-scuola è incontrarla e viverla fisicamente (fosse anche solo come spettatori) poiché solo fisicamente è possibile comprendere che – più del titolo di un'opera o dello spettacolo che ne deriva – conta la scelta di farne parte, la predisposizione all'ascolto reciproco, la compresenza nel tempo lento e pieno del lavoro svolto assieme, la messa in discussione di sé, il sudore dopo una corsa, queste voci che si mischiano, gli occhi negli occhi e gli imbarazzi che svaniscono, gli errori che accrescono la pratica e il progetto, gli addii e i ritorni, la stanchezza e il furore atletico, l'improvvisazione artistica insospettabile e che viene fuori come da un pacco esce un regalo, l'emozione del contatto, la conoscenza di una parola nuova e questi versi detti all'unisono “per esprimere la voglia di ricominciare, di rialzarsi, di gridare al mondo che non ci si rassegna, che gli sbagli per quanto grandi non ci hanno atterrati”. Invece appunto qui due sensazioni, da condividere.

La prima.
I classici non sono soprammobili da credenza della nonna, libri destinati al peso crescente della polvere né sono un canone intangibile, un pantheon di pagine inchiodate, un elenco di scritti che non prevedono la libertà e la deroga, l'urlo, il gioco e il tradimento; i classici sono le nostre storie, siamo noi i classici giacché noi riguardano, di noi parlano e parlano di nostro padre e nostra madre, dei nostri amici, della città in cui viviamo, di questo tempo che è l'adesso-eterno e sempre rinnovabile della lettura e della messa in scena; sono dunque nostri i classici, ci appartengono, sono nostri più di quanto siano nostri i soldi che abbiamo in tasca. Occorre ricordarselo, ci dice Martinelli, occorre ricordarsi che nascono al presente (da un'urgenza) e che al presente avvengono: anche se sono stati scritti duemila anni fa. È tanto importante ricordarselo che i classici Martinelli li getta nella mischia con lo stesso istinto con cui chi porta il pallone lo mette al centro del campo perché inizi una partita di calcetto. Così racconta ai ragazzi non del Majakovskij imbalsamato dalla devozione rivoluzionaria ma quello “della prima giovinezza”, che a diciotto anni cammina per Mosca donando poesie ai passanti, sbalorditi dagli abiti che indossa: “Che senso ha se solo tu ti salvi?”; non gli racconta, Martinelli, del Molière infiocchettato dalla lunga tradizione di merletti, moine e guance rosse di belletto ma il ragazzino indisponente, corrucciato, testardo e innamorato del circo e del teatro che se ne va in giro con il nonno in cerca di chiasso, di schiamazzi e di sozzura, e che poi – alle fiere – si ferma ad ammirare i cortei dei comici, le farse dei burattini, i lazzi di Pulcinella; non gli dice dell'Aristofane conficcato nei primi capitoli d'ogni scritta Storia del Teatro: gli dice del loro coetaneo cresciuto in una New York del mondo antico che diventa in breve tempo una Beirut in fiamme, abbruttita e disfatta dalla guerra: “A questo spettacolo della Storia assiste attonito l'adolescente Aristofane. Pensate che si perda d'animo? Che rinunci al suo sogno teatrale? Niente affatto”. Martinelli strappa ai classici la camicia impostagli dalla convenzione, fa saltare tutti i bottoni in aria, ne mostra il petto nudo – guardate, respira! – permettendo ai ragazzi della non-scuola di rivestirlo come sentono sia necessario per loro, qui e ora.
La seconda.
Verso la fine del libro Martinelli racconta di essere tornato al Mini-cine San Rocco, ch'era la sala di legno scalcinato e di pareti scrostate su cui un tempo erano appese le cartine della Palestina, in cui vide il primo film al grande schermo e sulla cui ribalta debuttò con Ermanna, “una settimana dopo le nozze”. Adesso “è una sala elegante, ha cambiato nome, oggi ci sono il velluto blu alle pareti e le poltrone rosse in pelle” e “sul fronte basso del palcoscenico, ben esposto agli sguardi degli spettatori”, c'è “un cartello perentorio, come un'indicazione stradale che non tollera deviazioni alla norma: Vietato il palco ai non autorizzati”. La non-scuola, pur rispettando sempre la sacralità laica del palcoscenico, questo cartello ogni volta lo ha strappato consentendo l'accesso e la partecipazione anti-elitaria, la conoscenza, l'impegno concreto, la presenza multipla, la messa-insieme delle acerbità e delle differenze. Meglio ancora: la non-scuola ha ampliato il palco a dismisura perché accogliesse quanti più giovani possibile rendendo dunque palco l'aula del liceo, il giardino pubblico, il centro d'accoglienza per migranti, l'auditorium periferico, l'aia terrosa, la strada che a Lamezia porta a un teatro chiuso, serrato dall'amministrazione comunale. Ed è proprio con Lamezia, che voglio finire.

A Lamezia c'è un nuovo teatro, indipendente e autofinanziato, che si chiama TIP: piccolo foyer accogliente, con una parete tappezzata di libri che sta diventando biblioteca pubblica; angolo-bar e una sala che la sera si riempie di sedie pieghevoli. Al TIP s'adopera Dario Natale della compagnia Scenari Visibili e, con lui, Valeria, Domenico e “Squalo”; al TIP ho conosciuto Ivonne e Ilenia, al TIP ho conosciuto Nedia, diciassette anni, durante una tre gironi dedicata al teatro ed al suo pubblico. Condivisione dello spazio, parole messe in comune, visioni di uno spettacolo discusse il giorno dopo. Se cito il TIP e Dario Natale è perché il nome di Dario Natale si trova a pagina centoquattordici di Aristofane a Scampia e perché fu Dario Natale, racconta Martinelli, che nel 2010 propose di tradurre l'Arrevuoto napoletano della non-scuola (da cui nacque Punta Corsara) in calabrese: divenne Capusutta, quando la non-scuola fu invocata lì da Tano Grasso. Ancora Lamezia: occorre ricordare i figli e le figlie di quest'esperienza, che di quest'esperienza adesso sono i padri e le madri nel quotidiano e cioè il gruppo di ragazzi di Capusutta che − “tirando avanti”, mantenenendo una relazione a distanza col Teatro delle Albe e con la presenza fisica di Punta Corsara e il sostegno dell'Associazione La Strada e della Comunità per l'accoglienza per i minori migranti Luna Rossa − hanno tenuto in vita il progetto anno dopo anno, superando momenti di difficoltà, continuando a praticarne testardamente l'eresia.
Il TIP di Dario, Valeria, Domenico, “Squalo” e Ivonne, Ilenia e Nedia; Capusutta che continua con gli adolescenti lametini e migranti: due esperienze che dicono del contagio di cui ho scritto all'inizio, che come ogni contagio passa di corpo in corpo e di luogo in luogo; che dicono di una pratica che diventa semina, generando altrove urgenze ulteriori, simili o diverse; che dicono della necessità della relazione inter-generazionale, del bisogno d'aria nuova con cui si risponde all'arbitrio di ogni chiusura e che dicono di quanto siano importanti le parole che una ragazza decide di confidarti, guardandoti negli occhi, dicendoti della sua Antigone; di quanto sia importante l'“ostinazione asinina” coniugata in desiderio “di continuare a fare teatro, anche senza guide, autogestendosi, trovando il modo di provare un giorno alla settimana, autotassandosi per fare fronte alle spese”.
Non credo, sinceramente, che ci sia modo migliore di commentare Aristofane a Scampia che citare questi esempi ed è così, perciò, che chiudo quest'articolo.

 

 

 

Marco Martinelli
Aristofane a Scampia
Milano, Ponte alle Grazie –  Salani Editore, 2016
pp. 165

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