"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Lunedì, 15 Maggio 2017 00:00

Per fortuna, è mio padre

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Il teatro che si fa memoria, si fa impegno, si fa testimonianza di storia personale e collettiva si trova spesso in circuiti ai margini dei grandi cartelloni guidati dagli imponenti carrozzoni politici che nascondono un vuoto culturale che restituisce allo spettatore altrettanta vacuità. Geograficamente a pochi passi da Piazza Plebiscito, il teatro Quartieri Airots ha messo in scena lo spettacolo di Antonello Cossia, datato 2007, che l’autore riporta spesso in scena per le suggestioni che il suo testo sa ancora riproporre.

La sala del teatro è piccola, piccola anche l’area che diventa palcoscenico che sulla sinistra ha una scala a chiocciola che funge da quinta. Sulla parete in fondo dei bancali sovrapposti, una borsa poggiata a terra da cui uscirà un guantone da boxe, ancora sulla sinistra uno sgabello che copre una bottiglia di vetro bianca su cui vi è un cappello di carta di giornale che una volta usavano indossare i muratori.
Antonello Cossia si fa voce narrante non solo della storia del pugile Agatino, ma anche dei personaggi che sono entrati nella sua vita e quelli che a latere hanno fatto parte di un’epoca cruciale della storia d’ Italia e del Mondo, anni difficili, complessi, in cui le speranze per il futuro e i dolori del passato convivevano in un travagliato presente. Erano gli anni ’50. Cossia nel suo monologo delinea sin da subito lo sfondo storico che si intreccerà di frequente nella narrazione dell’epopea di Agatino, ma soprattutto mette in luce il vero fulcro su cui poggia la sua scelta registica: la perseveranza. La tenacia della gente comune che ha il senso del dovere innanzitutto verso se stessa, che lavora sentendo il senso della missione, una perseveranza che ha del miracoloso se si pensa che gente di tutt’altro tipo oggi diventa famosa. La storia fatta dagli umili, manzonianamente parlando. Una canzone di quegli anni recita: “È primavera. Aprite le finestre al nuovo sole”, cioè “aprite le finestre ai sogni che facessero dimenticare”. La storia del pugile che nasce giocatore di pallacanestro inizia quando è scoperto abile picchiatore durante una rissa e guidato verso la palestra Fulgor, in uno scantinato malmesso in cui gli uomini che vi si trovavano avevano la perseveranza di inseguire un sogno. Agatino veniva da un paese della Campania, figlio della terra, muratore, che si allenava nella danza della lotta senza mai perdere l’attenzione, sempre vigile, inseguendo il sogno di una vita migliore. Come lui tanti erano i braccianti che speravano in un destino diverso, che volevano affrancarsi da una vita di miseria. Cossia racconta delle rivolte dei braccianti in Puglia e in Sicilia ancora relegati al ruolo dei servi della gleba che la polizia reprimeva in nome di uno Stato cieco, lontano come nel discorso di fine anno ’55 del Presidente Gronchi, di cui l’attore imita perfino l’eco delle parole vuote. Il mondo nel 1956 vide la lotta per l’indipendenza degli africani, la Russia di Krusciov, l’esplosione del mito Elvis Presley, passando dall’occupazione russa dell’Ungheria, dai risvolti della guerra fredda in Italia, del Belgio del disastro di Marcinelle e delle poesie di Rocco Scotellaro sul mondo rurale lucano.
Agatino diventa due volte campione d’Italia dei pesi piuma, si qualifica per le Olimpiadi di Melbourne in Australia del 1956. Cossia inserisce nel suo monologo frequenti iterazioni sia per creare un climax di suspense sia per insistere sull’eccezionalità dell’evento. L’umiltà di chi lavora sodo per inseguire il sogno non cerca la vittoria spesso legata alle variabili della Fortuna, ma promette di affrontare la competizione come solo può affrontarla un uomo che persevera: a testa alta. Nell’incontro con il pugile russo Vladimir Safronov, che vincerà la medaglia d’oro dopo aver sconfitto tutti gli avversari per KO, solo uno si difenderà senza cadere al tappeto: Agatino che manterrà la sua promessa di uscire a testa alta. Agatino in realtà era Agostino Cossia, il padre dell’autore/attore, che non ebbe la soddisfazione della gloria di un articolo sul giornale locale perché un errore di stampa lo trasformò così, ma pare che il pugile non se ne fosse dato una gran pena perché non fu mai né vanitoso né presuntuoso.
Cinquanta minuti di monologo hanno caratterizzato un tempo storico preciso, una storia di un uomo e della sua appartenenza all’umanità senza mai cadute di tono o di tensione narrativa, dimostrando ancora una volta non solo la validità del testo, per altro pubblicato nella collana per il teatro da Guida Editore, ma anche l’indiscussa bravura di Antonello Cossia come attore, autore e regista.

 


leggi anche:
Sara Scamardella, Vince chi resiste, “A fronte alta” (Il Pickwick, 4 febbraio 2013)




A fronte alta
di e con Antonello Cossia
spazio scenico Raffaele Di Florio
musica originale Riccardo Veno
costumi Stefania Virguti
still e video editor Francesco Albano
produzione Associazione Culturale Altrosguardo
lingua italiano
durata 50'
Napoli, Quartieri Airots, 12 maggio 2017
in scena dal 12 al 14 maggio 2017

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