“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 13 Maggio 2017 00:00

Dalla verità alla realtà

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Un giallo? Forse... Un dramma delle periferie? Chissà... Nessuno può tenere Baby in un angolo di Simone Amendola e Valerio Malorni suggerisce queste prime domande, per poi, progressivamente allontanarti dalla mente la necessità di una risposta univoca e di una catalogazione di genere. Perché parlandoti di un efferato fatto di cronaca e delle possibili verità che lo compongono, ti sta in realtà parlando di tutt’altro: sta costruendo, attraverso un meccanismo di scrittura di raffinata acutezza, un ragionamento profondo sull’essenza dell’animo umano e su come la verità possa essere una e molteplice, smussata e plurima e non necessariamente un monolito granitico e monodimensionale

Nessuno può tenere Baby in un angolo potrebbe essere un gigantesco, articolato e raffinato McGuffin, per come ti conduce in una storia, portandotici dentro, sviscerandola e componendola con tutta la dovizia di particolari, essenziali ed accessori, che concorrono a comporre un quadro preciso dell’accaduto: una ragazza trovata morta, il capo mozzato in una borsa griffata col marchio della pompa di benzina, un imputato – il benzinaio – verso il quale tutti gli indizi sembrerebbero convergere; mentre in realtà ti sta raccontando di una solitudine contemporanea, di un uomo piccolo piccolo, dalla vita grama, di un amore balenato come possibile, di un omicidio truculento, che sono elementi che compongono un paesaggio esteriore, cui fa da contraltare il paesaggio interiore del sé, di quest’uomo messo davanti al rapporto con la verità: Lucio, trentotto anni, benzinaio, protagonista apparente, in realtà strumento teatrale di una maieutica dell’abisso in cui ciascuno può sprofondare. E la verità è una coperta troppo corta per coprire tutta la gamma delle sfaccettature del reale.
Vuota e scura la scena, illuminata da pochi tagli di luce che confinano la verità in un limbo umbratile e incerto, un seggiolone sovradimensionato a fondo palco, come a voler rendere più marcata l’enormità di una colpa imputata rispetto alla piccolezza di chi ne è il presunto colpevole, incasellato nella mediocrità dei giorni sempre uguali di una vita usuale, routine di un lavoro normale, che se nel suo immaginario di bambino veniva identificato con malloppi di banconote compresse in portafogli a mantice, nella vita adulta vede quei mazzetti di soldi come semplice mezzo di sostentamento, non certo di affermazione.
Lucio, trentotto anni e una vita dispersa, sciupata ad aspettare qualcosa che tarda ad arrivare, fosse anche l’amore di una donna, perché quelle importanti le ha perse “per distrazione” ed ora sì, tutto sommato lo farebbe pure un figlio; quella prospettiva che balena, dopo un incontro fortuito in coda alla posta, un tentativo di attaccare bottone all’apparenza andato oltre ogni più rosea aspettativa, grazie ad una battuta ben riuscita di cui s’è meravigliato lui per primo, riconosciuto come “il benzinaio del vialone”, etichetta che sembra incollarlo ancora di più al proprio destino di solitudine: è questo il panorama umano che si dipinge nei contorni netti e sfaccettati che il corpo d’attore di Valerio Malorni assai bene incarna.
Lungo tre scene si delinea il vissuto di Lucio, portato impietosamente dai fatti in cospetto della propria coscienza; c’è un disvelamento schizofrenico, che vede la verità danzare lungo un filo sottile, tra interrogatori, controinterrogatori, confessioni e contraddizioni, accompagnata ora da tono concitato e rabbioso, ora da una intonazione più piana e tranquilla, a tratti messa alle strette da una voce fuori campo oppure messa a confronto con un manichino (finzione nella finzione) che funge da avvocato; una verità a brandelli che, mentre si dipana (o sembrerebbe farlo) ci ha già dimostrato la sua complessità non riducibile alle categorie binarie di giusto e sbagliato, di colpevolezza e innocenza. C’è il mistero complicato dell’animo umano nella filigrana sottile di questo spettacolo, c’è la sottigliezza psicologica – che spazia dai toni accorati a quelli stranianti ed ironici che vedono Malorni riapparire in scena travestito da torero e improntando un maccheronico spagnolo – una sottigliezza psicologica che sottende ad ogni equilibrio interiore e che si traduce in fragilità possibili, quelle di un uomo che si rincantuccia rannicchiato e in lacrime dinanzi ad una colpa – presunta, possibile, probabile – che altro non è se non la cartina di tornasole per evidenziarne la triste e umana realtà.
Perché è la “realtà” di Lucio che finisce per interessarci, non la “verità” storica e giuridica di quanto gli è capitato o di quel che ha commesso; ce ne allontaniamo progressivamente... il “giallo” cambia colore per tingersi di una cupezza delicata: vogliamo davvero conoscerne il finale o forse Simone Amendola (che lo scrive magnificamente) e Valerio Malorni (che altrettanto magnificamente lo interpreta) ci hanno già sottilmente portato altrove? Il confine s’assottiglia fra quel che è e ciò che appare fino a sfumare, la verità è una coperta corta, si diceva, eppure dai tanti lembi, che ci scivola fra le mani senza che la si riesca ad afferrare con presa certa da una parte che possa essere quella giusta, così lasciandoci fra le dita un vischioso senso di frustrato smarrimento.
Nessuno può tenere Baby in un angolo: non un giallo, ma uno specchio di una e di tante realtà interiori.

 

 


leggi anche:
Alessandro Toppi, Che sapete di me? Che sappiamo di lui? (Il Pickwick, 25 ottobre 2016)

 



Nessuno può tenere Baby in un angolo
di Simone Amendola, Valerio Malorni
scritto da Simone Amendola
collaborazione al testo Sandro Torella
regia
Simone Amendola, Valerio Malorni
con Valerio Malorni
scenografia Faisal Dasser, Giulia Giorgi, Fosca Giulia Tempera
foto di scena Claudia Pajewski
produzione Blue Desk
residenze produttive TAN Teatri Associati di Napoli, Carrozzerie not, Roma
con il sostegno di Festival Attraversamenti Multipli
lingua italiano, romanesco
durata 1h 25’
Napoli, Start Teatro – Interno5, 26 marzo 2017
in scena dal 24 al 26 marzo 2017

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