“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Lunedì, 08 Maggio 2017 00:00

Büchner, Martone e il dramma della rivoluzione

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La regia di Mario Martone decide di rappresentare Morte di Danton, il celebre e denso testo di Büchner, con un allestimento ricco di attori e scenografie (dirottato dal Mercadante al Politeama vista la scandalosa crisi del Teatro Stabile di Napoli) che sembra seguire un percorso già avviato negli ultimi anni attraverso la sua più recente cinematografia, da Noi credevamo a Il giovane favoloso.

L’interesse per la storia, sempre presente nella produzione del regista partenopeo, sembra assumere una tendenza insieme ‘monumentale’ e ‘critica’, con grandi affreschi di periodi storici attraversati però da personaggi – minori e maggiori – che ne vivono o denunciano il fallimento; un percorso che ricerca il confronto con quelle “grandi narrazioni” che sembrano non più ‘agire’ il nostro tempo – a detta delle analisi del post-moderno – ma che di certo costituiscono ancora il terreno a partire da cui provare a comprendere il presente  e la sua crisi.
Il sipario è ancora calato quando appare sul proscenio Danton, un bicchiere di vino in mano, come rivolto alla platea. Sfila la prima tenda e si sentono fuori scena rumori di festa, vocii, musica e tintinnare di vetri; ancora più in fondo sfila un’altra tenda e scopre finalmente la scena di una festicciola: uomini e donne che bevono e  ridono, un letto a baldacchino dove si consuma un’orgia, tra colonne neoclassiche disseminate per la stanza, mentre da fuori giungono rumori di tuono.
Sin dalla prima scena Martone condensa gli elementi principali del dramma di Büchner, caratterizzato dal contrasto esistente tra la tensione verso la libertà, il ‘godimento’ della vita, contrapposto invece alla virtù, al dovere astratto e inflessibile della legge morale. Per un verso la forza del desiderio, della vitalità debordante e imperfetta dei corpi e dei sensi, come una sorta di caduca ricerca o espressione della felicità o, più sinceramente, del piacere, seppure consapevolmente avvertita come decadenza nel suo raffronto al passato: “Adone viene sbranato da un cinghiale mentre noi da un maiale”; dall’altro le forze, altrettanto furiose, ma di segno opposto, dell’austera giustizia, seguita dal “geometrico” corollario del Terrore, implacabile vendetta delle ingiustizie non solo personali, ma storiche. Si tratta altresì della lotta politica e morale tra due anime della rivoluzione, tra due leader politici nel momento della loro massima contrapposizione, mentre come sfondo via via più pressante compaiono il popolo e le persone comuni – tante e significative le donne – che dai margini di quadri apparentemente secondari, con l’avanzare delle scene, irrompono sempre più al centro dell’azione storica, per colpire o essere colpite. Per un verso la Carmagnola, il canto dei sanculotti contro il Re e la Regina, dall’altro la Marsigliese, l’inno patriottico di tutta la nazione, quando essi si scontrano, come simboli di due opposte rivoluzioni oppure, più precisamente, come la degenerazione della rivoluzione stessa che “divora i suoi figli”. A condensare emblematicamente tale contrasto, un quadro molto suggestivo in cui “Allons enfant de la Patrie... è cantato in scena da attori che vengono ricoperti da un telo calato dall’alto fino all’altezza del capo, mostrandoli come corpi senza testa, mozzati dalla scena, a intonare l’inno della rivoluzione.
In primo luogo, impersonato da un bravo e convincente Giuseppe Battiston, capace di esprimere le diverse sfumature del personaggio, i suoi eccessi, senza essere mai eccessivo, c’è Danton, uno degli eroi politici del ‘glorioso Settembre’: il protagonista del dramma sfila grasso e opulento da un letto a un altro, quasi cinico e demotivato per troppa consapevolezza, pronto al riso ‘canagliesco’ e gaudente piuttosto che all’orazione politica messa ormai da parte. Eppure, egli è fortemente caratterizzato da un fervore e uno slancio d’animo che tuttavia si fanno avanti soltanto quando ormai la sua vita (e forse la Rivoluzione stessa) è messa a rischio dal Terrore, dalle accuse del Tribunale, dove la sua parola, all’inizio così burrascosa e incisiva, viene gradualmente sopraffatta dai rumori crescenti, condannandolo al tagliente silenzio finale della ghigliottina.
Di contro c’è Robespierre, l’Incorruttibile, l’inflessibile che punisce il vizio e la dissolutezza, difensore del popolo contro la miseria e lo sfruttamento perpetrato nei secoli dai ricchi, borghesi e aristocratici, interpretato da Paolo Pierobon che, se ne riesce a esprimere bene la nevrotica intensità manichea, per un altro verso appare fin troppo dinamico nella sua corporeità, che invece nell’immaginario storico ci sembrava piuttosto ben suggerita dalla postura gessata delle colonne presenti in scena, come a simboleggiare la Legge, immobile, astratta e impietosa con cui tende ad identificarsi.
Tuttavia, al di là degli interni privati e goderecci, come delle sale più o meno ufficiali della politica e della Storia, dove dominano l’uno e l’altro protagonista, Danton e Robespierre, la regia colpisce per la capacità (certo non nuova in Martone) di espandere il dramma al di là del palcoscenico e, quindi, di espandere la rappresentazione verso la storia, quella ritenuta ‘minore’, dove sfilano uomini e donne che mettono in scena la loro personale e sociale fragilità, i loro drammi quotidiani, quelle vicende che la grande Storia inghiotte, travalica e strumentalizza, oppure lascia cadere nell’oblio. Se i diversi livelli di drappi rossi che sfilano, aprendosi e chiudendosi, riescono a dare forma e profondità – oltre che una trovata per l’allestimento veloce dei continui cambi di scena – tale profondità ‘interna’ al palco fuoriesce, si spalanca alla platea attraverso l’uso delle luci, che in più riprese illuminano la sala anziché il palcoscenico, nonché attraverso l’entrata e l’uscita degli attori tra le file degli spettatori seduti, quasi a richiamarli, a integrarli nella rappresentazione. Come suggeriscono infatti anche i ripetuti richiami ad andare a teatro inseriti nel testo, la rappresentazione mette in scena “la storia”, non gesti e azioni meramente ‘letterarie’, non i soli quadri da ‘prima pagina’, ma più ampiamente quel teatro del mondo che invece ne contiene le forze reali, furiose quanto più divengono marginali e oscurate, che giungono alla Storia assumendo voce e guida solo ad opera di “padri”, di capi carismatici che salgono alla ribalta proprio grazie ad esse.
Il continuo attraversamento della quarta parete messo in atto dalla regia sembra così suggerirci la necessità di andare a scovare quelle forze, la traccia che esse hanno impresso prima di salire al centro della scena, finendo inghiottite e deformate nel grande flusso: perché disperdendosi quelle forze, la forza stessa della rivoluzione, il suo senso può disperdersi. Insomma, ci piace pensare che sia anche un richiamo alla responsabilità di chi guarda, a non rimanere semplicemente spettatori oppure, sebbene da spettatori, a cercare di guardare al di là delle sole luci della ribalta.

 

 

 

 

Morte di Danton
di 
Georg Büchner
traduzione Anita Raja
regia e scene Mario Martone
con Giuseppe Battiston, Fausto Cabra, Giovanni Calcagno, Michelangelo Dalisi, Roberto De Francesco, Francesco Di Leva, Pietro Faiella, Gianluigi Fogacci, Iaia Forte, Paolo Graziosi, Ernesto Mahieux, Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Totò Onnis, Carmine Paternoster, Irene Petris, Paolo Pierobon, Mario Pirrello, Maria Roveran, Luciana Zazzera, Roberto Zibetti
e con Matteo Baiardi, Vittorio Camarota, Christian Di Filippo, Claudia Gambino, Giusy Emanuela Iannone, Camilla Nigro, Gloria Restuccia, Marcello Spinetta
costumi Ursula Patzak 
luci Pasquale Mari 
suono Hubert Westkemper
registi collaboratori Alfonso Santagata, Paola Rota
scenografo collaboratore Gianni Murru
con la collaborazione di Bruno De Franceschi
foto di scena Mario Spada
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
lingua italiano
durata 3h
Napoli, Teatro Politeama, 28 Aprile 2017  
in scena dal 26 Aprile al 7 Maggio 2017

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