“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Mercoledì, 05 Aprile 2017 00:00

Due giorni con Abbondanza/Bertoni

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Due giorni a Novoli, due giorni con la Compagnia Abbondanza/Bertoni per due spettacoli diversi fra loro (ma non troppo, se è vero come è vero che tra i due si può ben individuare un denominatore comune espressivo), Le fumatrici di pecore e Romanzo d’infanzia. Due giorni in cui assisto a spettacoli sostanzialmente differenti nell’impianto compositivo, ma che s’accomunano per due fattori essenziali: da un lato la poetica di questa Compagnia e dall’altro la sintesi espressiva tra corpo e parola attraverso cui questa poetica si esprime.

E, se Romanzo d’infanzia è spettacolo che si rivolge esplicitamente ad un pubblico (anche) di bambini, Le fumatrici di pecore, che è invece messinscena destinata a un “pubblico adulto” – detto tra virgolette adoperate a mo’ di pinze, ché certe definizioni conservano sempre la loro buona dose di scivolosità – pure ci parla con un linguaggio, tutto teatrale, che conserva la fresca e (solo) apparentemente ingenua spontaneità del candore delle anime semplici, “infantili”, se a questo termine fosse concessa un’accezione che ne voglia rimarcare la purezza primigenia e fanciulla. Perché è un’anima fanciulla quella attorno alla quale si costruisce la drammaturgia di Le fumatrici di pecore; ed è un’anima fanciulla attorno alla quale quella che si imbastisce è una forma teatrale che si offre all’apparenza semplice semplice, ma che mostra di possedere alla propria base una solidità d’impianto ed uno spessore teatrali che portano a felice sintesi idea e azione, laddove l’idea si fonda su un rapporto intimo e intenso tra vita e teatro – con l’una che si lega a filo doppio all’altro – e l’azione si esprime in coreografie e movimenti che sembrerebbero in apparenza disegnare un lavoro ancora in fase preparatoria, ma che invece in effetti giocano abilmente sulla metateatralità, facendo proprio in modo che il gioco vita/teatro teatro/vita divenga in scena scoperta progressiva, meccanismo di una messa a nudo delicata, capace di sdoganare una “diversa abilità”, conducendola da una dimensione problematica ad una prospettiva ribaltata, in cui, sfrondando della percezione usuale e convenzionale il senso del diverso, se ne mostra a fondo non solo l’umanità, ma anche l’insospettata risorsa artistica ed espressiva; perché Patrizia Birolo ci appare su scena prima di tutto come espressione di un mondo interiore, attorno a cui si costruisce uno spettacolo che a più riprese ti fa chiedere se sia davvero uno spettacolo, dubbio instillato costantemente (e consciamente) in assito, a cominciare dalla nudità della scena con le attrezzerie a vista e continuando con una serie di riferimenti al compiersi delle azioni sceniche, con Patrizia e Antonella che entrano tenendosi per mano, come se non stessero entrando su un palco a far recita, per poi domandarsi, spaesate come due creature beckettiane: “Noi ora che facciamo?”.
L’inizio spiazzante è una dichiarazione d’intenti: “Noi iniziamo sempre così lo spettacolo. Cioè, lo spettacolo inizia dopo”, ci dicono mentre già sono in scena, mentre lo spettacolo (crediamo) è già cominciato e così siamo portati a chiederci, con dubbio un po’ sornione, dapprima se questo spettacolo sia cominciato o meno, poi se ciò a cui stiamo assistendo sia o non sia uno spettacolo; la risposta che mi do è ambivalente: lo è e non lo è. Proprio per quanto dicevo dianzi, Le fumatrici di pecore, più di ogni altra cosa, mi appare come un tenero gioco, finalizzato a mostrare la forma più semplice di un incanto, un incanto che passa attraverso una comunicazione verbale lineare, fatta di argomenti quotidiani – quali possono essere L’isola dei famosi o Matteo Renzi – e un codice espressivo corporeo, che vede le due donne muoversi in abbozzi coreografici, cui s’accompagna poi un passaggio dalla verbalità piana e regolare al linguaggio grottesco e surreale (il “fumare le pecore”, perché “il tabacco fa male”); e metafora spiazzante sono anche queste pecorelle progressivamente poggiate su un tavolino mezzo rotto, ninnoli adoperati a mo’ di sigaretta e che ci porteranno alla fine al recupero dell’esemplare smarrito, della pecorella diversa – magari nera – uscita dal gregge. E ci arriveremo dopo un ribaltamento evidente dei ruoli, allorquando la scena ci mostrerà Antonella lunga distesa per terra e Patrizia preoccupata e intenta a prendersene cura (“Ci penso io a te”, le dice china su di lei mentre la invita a stare al riparo).
Sono creature che si specchiano, Antonella e Patrizia, che si guardano, si riconoscono, si cercano, infine s’avviluppano in un tutt’uno, raccogliendosi come in preghiera, cercandosi con le braccia, evoluendo dapprima lente, poi deflagrando in un repentino ritmo in direzione hip-hop, fino all’esplosione finale in cui Patrizia canterà a tutta voce, invadendo persino la platea, Indietro di Tiziano Ferro.
Il gioco dichiarato di finzione raggiunge progressivamente il suo compimento mostrando due creature – teatrali e non teatrali ad un tempo, che si chiamano sul palco coi loro veri nomi, mentre giocano a recitare – che ci raccontano per allusione, grazie al meccanismo dell’evocazione per assurdo, in scena qualcosa che è oltre scena e che ci raggiunge come una staffilata dolce e tagliente che arriva dritto al cuore in quell’ultimo, tenero dialogo, quando le luci si sono appena spente:
– Antonella…
– Sì, Patrizia…
– È finito?
– Sì, è finito
– Per sempre?
E c’è, in quell’interrogativo finale, un senso di tenerezza infinita, per la vita che, mettendosi in scena, ci ha mostrato attraverso la finzione del teatro tutta la propria autenticità.

A meno di ventiquattr’ore di distanza, ritroviamo Abbondanza/Bertoni, in scena con Romanzo d’infanzia, altra piccola gemma di questa Compagnia, lavoro che ha alle spalle vent’anni di vita e che appare con immutata freschezza. Questa volta in scena ci sono Michele Abbondanza e Antonella Bertoni.
È il racconto coreografato, istoriato da tre fughe – ciascuna inserita in un quadro scenico – dell’esplorazione di un immaginario infantile, fatto di tenerezza, mancanze, distacchi, incomprensioni e fughe senza ritorno. Corpi danzanti che danno forma e anima alle creature sceniche, Michele Abbondanza e Antonella Bertoni “scrivono” su scena tre capitoli di un romanzo che ha per protagonisti due fratelli, Tommaso e Nina, e la distrazione dei loro genitori; il distacco, il disinteresse, le latenze, l’incapacità di entrare in empatia con le istanze primarie di chi è nella fase delicata dell’infanzia  sono le coordinate lungo le quali si sviluppa il racconto di storie di ordinaria “invisibilità”, in cui i bambini reclamano un’attenzione che non si ottiene, necessitano di un’effettività che è invece incapace di essere espressa da chi, nel mondo dei grandi, è distratto da altro e perde di vista le priorità. Prende forma, sempre attraverso la sintesi di linguaggio corporeo e verbale, un quadro famigliare che racconta di un rapporto profondamente complice tra due fratelli, all’ombra di figura genitoriali che quando non sono assenti, sono presenza proterva e autoritaria, punitiva e non comprensiva.
Le tre fughe attorno a cui si dipana Romanzo d’infanzia hanno come denominatore comune proprio l’intenso legame tra Tommaso e Lina, bambini soli che scherzano col fuoco (e scherzando incendiano casa) e che, quando sono costretti a separarsi perché Tommaso viene rinchiuso in collegio, si scambiano “il ciao più lungo della storia”.
Il racconto di questa tenera storia di abbandoni e fughe avviene in dinamico attraversamento del palco; Michele e Antonella, entrando e uscendo dai diversi personaggi (che siano genitori o figli), si rincorrono, giocano, interagiscono col pubblico, portandolo fisicamente “dentro” la storia, accompagnando coi corpi l’empatia che s’instaura tra gli spettatori e la storia. Sanno giocare con le corde sottili dell’intimo sentire, senza farle vibrare di melenso sentimentalismo, ma pizzicandole con quel garbo leggero di chi maneggia l’arte con cura e rispetto, trasfondendovi un afflato che sa di sincero. Per suggestione mi sembra di rivedere nella solitudine dell’infanzia negata e delegittimata, l’Antoine Doinel de I 400 colpi di Truffaut nella sua fuga finale verso il mare, nel tenero abbandono che contraddistingue il disagio della solitudine fanciulla.
I corpi danzano, le voci parlano, tutto si fonde in un linguaggio armonico che sa coniugare i due codici espressivi, che sa parlare al cuore con tenerezza profonda, che arriva al pubblico con un'immediatezza che non fa distinzioni fra adulti e bambini, accomunando tutti in un applauso venato di commozione.

 

 

 

Le fumatrici di pecore
un progetto di Antonella Bertoni
regia Michele Abbondanza
coreografie, scene e costumi Antonella Bertoni
con Patrizia Birolo, Antonella Bertoni
luci Andrea Gentili
organizzazione e ufficio stampa Dalia Macii, Francesca Leonelli
produzione Compagnia Abbondanza/Bertoni
coproduzione Provincia Autonoma di Trento
con il sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Dipartimento Spettacolo, Comune di Rovereto – Assessorato alla Cultura
lingua italiano
durata55’
Novoli (LE), Teatro Comunale, 4 marzo 2017
in scena 4 marzo 2017 (data unica)

Romanzo d’infanzia
testo Bruno Stori
regia e drammaturgia Letizia Quintavalla, Bruno Stori
coreografi e interpreti Michele Abbondanza, Antonella Bertoni
musiche Alessandro Nidi
spazio scenico Letizia Quintavalla
ideazione luci Lucio Siana
costumi Evelina Barilli
elaborazione sonora Mauro Casappa
voce fuori campo Silvano Pantesco
tecnici luci Andrea Gentili, Carlo Meloni
tecnici audio Tommaso Monza, Simona Cavrini, Mirko Bogunovic
organizzazione Dalia Macii
amministrazione Francesca Leonelli
produzione Compagnia Abbondanza/Bertoni
coproduzione Provincia Autonoma di Trento
con il sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Dipartimento Spettacolo, Comune di Rovereto – Assessorato alla Cultura
lingua italiano
durata 1h 15’
Novoli (LE), Teatro Comunale, 5 marzo 2017
in scena 5 marzo 2017 (data unica)

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