"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 28 Marzo 2017 00:00

Onde dentro onde

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Come si muove il mare, quando va e viene, con ritmo continuo, come fanno le onde a scandire un movimento che è un ritmo, battere e levare. Così, ripetendo il moto del mare, sul palco di Mari c’è una donna che fa per uscire di scena, e poi rientra sempre. Così, un uomo fa la terraferma, immobile, svolge e riavvolge il filo da pesca, la sua tela di Penelope forte e trasparente.

La storia di quest’uomo e di questa donna va in scena da quattordici anni e ha fatto letteralmente il giro del mondo, arrivando fino a Hong Kong. Al Teatro Libero di Milano la pièce è in dialetto messinese, nondimeno, scevra da qualsiasi accento regionalistico o folkloristico, tradotta in francese, in polacco o con i sopratitoli in inglese, ha egualmente incantato il pubblico di ogni dove.
I personaggi non sono due coniugi siciliani, ma due archetipi. Sono due modi del movimento che si intercettano senza riuscire a trovare una linea continua e comune. Lui pesca e lei se ne va. Ma in realtà, lui non pesca niente, e lei non se ne va mai. Si chiedono di continuo che cosa stanno facendo, senza rispondersi. Non lo sanno. Lui deve pescare e lei deve andarsene, ma non fanno niente. Non succede niente. Onestà dell’oggettività.
Nel buio della platea, noi aspettiamo. Non che vi sia bisogno che qualcosa succeda. Aspettiamo di vedere la prossima linea dello sguardo di lei. Aspettiamo, rapiti dalle mani di lui che riavvolge il filo da pesca, le parole che arrivano. Noi siamo dentro il mare, loro sono sulla riva.
L’uomo e la donna hanno bisogno l’uno dell’altro, si cercano, ma senza dichiararlo, senza ammetterlo nemmeno a sé stessi. Si guardano solo quando l’altro non vede, sorridono di nascosto, appena appena, con il cuore che scoppia in faccia per il minimo accenno di incontro. La donna va continuamente verso di lui, poi di nuovo indietro, e via verso il suo amore. Giocati dentro un elastico invisibile, i suoi passi che si allontanano non vogliono andare via. Il linguaggio femminile è quello che tira fuori dai silenzi. Provano a dirsi qualcosa, ma non sanno cosa dirsi, non sanno come dirselo. È difficile incontrarsi, sempre, anche quando si dorme fianco a fianco ogni notte.
Il dialetto è una lingua fatta delle parole della vita, della materia, della quotidianità – Vuoi dormire, vuoi mangiare, sei stanco? Che altro posso dirti con questo linguaggio povero? Il limite della comunicazione è molto vicino. Eppure, ben al di là del dialetto, è chiaro che, per dirti quello che sento, non ci sono parole. La parola è un pretesto. È superficie, sotto cui straripa un puro sentimento. Provare a esprimerlo, a toccarlo, è come toccare il mare. Devi dirmelo quando sei sveglia, non fare finta di dormire, toccami quando russo – chi? io? – canto sempre per te, anche quando tu non ci sei – non ti ho mai sentita cantare, canta più forte che ti sento – chi? io? – mi pensi? cosa pensi?
È quello che ci si chiede sempre, al fondo di ogni domanda vera: che cosa sono io, che cosa sono io per te. È un mistero. Su ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere. Il linguaggio è destinato ad interrompersi. Possiamo solo provare, nel ritmo dell’andare e venire, a trovare un momento in cui fermarsi. Per stare. Insieme. Trovare il tempo dell’anima, dove naufragar m’è dolce, quell’istante infinito che è l’unico tempo vivibile perché non ha misura, dura per tutta l’eternità.
Mari, capolavoro di delicatezza essenziale, è una poesia in scena che tratteggia la possibilità dell’incontro e dell’abbandono: quel momento esatto, quel momento eterno, in cui io accetto di aver bisogno di te, senza difese.
Sulla riva del mare, un passo prima, può essere infinito questo nostro volerci e abbiamo bisogno di essere sicuri di volerci. È il posto delle rassicurazioni e delle promesse. Voglio che tu mi veda. Voglio che tu mi voglia. Non trovo le parole, ma voglio essere sicura che tu mi voglia. Apoteosi della volontà. Ci si può fare male, ma ci si può difendere, perché le armi funzionano ancora, ancora le parole hanno un significato, si può dire: mi fido. Poi il passo, che è l’abbandono. E non ho più paura di toccare il mare. Se siamo l’abbandono, allora non possiamo infinitamente volerci, perché non c’è che infinito, mare, dentro e fuori di noi. Se accettiamo l’abbandono, allora siamo affermazione senza conferme, mani capaci di incontrarsi, onde dentro le onde, indistintamente vita.



 

leggi anche:
Alessandro Toppi, Se il mare non è mare (Il Pickwick, 15 gennaio 2014)

 

 


PALCO OFF
Mari
di
Tino Caspanello
regia Tino Caspanello
con Tino Caspanello, Cinzia Muscolino
costumi Cinzia Muscolino
elaborazione del suono Giovanni Renzo
assistente alla regia Andrea Trimarchi
produzione Teatro Pubblico Incanto, Associazione Culturale Solaris
lingua dialetto messinese
durata
1h
Milano, Teatro Libero, 25 marzo 2017
in scena dal 24 al 26 marzo 2017

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