“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 13 Marzo 2017 00:00

Nomos/Pietas: l’eterno conflitto tragico

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Il Teatro dell’Osso, mi si conceda il bisticcio linguistico, attinge ad una fonte primaria del mito e del teatro, l’Antigone di Sofocle, per denudare fino all’osso la problematica eterna del conflitto che oppone, da sempre la polis, ovvero la dimensione politica del cittadino, alla pietas, la devozione, la dimensione privata, personale, religiosa dello stesso.

Il potere della drammaturgia classica, prodotta in quella breve stagione che ha illuminato l’Atene del V secolo a.C. di luce immortale, è forte e da sempre innumerevoli sono stati i rifacimenti, le riscritture, le riproposizioni, le mimesi, gli stravolgimenti. L’elemento forte, il conflitto tragico, che muove l’azione, fa sì che in ogni tempo e in ogni luogo l’essere umano si sia confrontato con lo stesso tipo di domande, fornendo a se stesso e alla società risposte diverse, in funzione delle circostanze storiche, politiche, economiche. Spesso si ripropone una visione scolastica, una trasposizione del mito e del testo quanto più vicina possibile all’originale. Operazione più che legittima, beninteso, ma talvolta stucchevole e, appunto, scolastica, se non sostenuta da una potente intuizione teatrale. Altre volte, con risultati talvolta discutibili, si adatta il testo, per quanto possibile, alla sensibilità moderna, con tagli e traduzioni orecchiabili, costumi moderni o post-moderni, scenari apocalittici, suggestioni futuristiche. Altre volte, ed è il caso di Mirko Di Martino, si affondano le mani nella materia viva ed eterna del mito, si rimesta tra il sangue e le viscere e si tira fuori qualcosa di nuovo, un testo che nulla ha dell’originale, tranne i nomi dei protagonisti e le grandi linee dell’azione, ma che dell’originale conserva il potenziale di domanda, il senso della scelta, delle scelte, che ciascuno di noi deve compiere, in circostanze eccezionali, come la guerra, ma, in ultima analisi, quotidianamente.
Antigone, Creonte, Eteocle, Polinice, Ismene, Tiresia non appartengono più a Tebe e al tempo mitico degli eroi, ma sono piuttosto cittadini di una non precisata cittadina dell’Italia settentrionale, alla fine dell’ultima guerra. La città è stata liberata, la guerra è finita, ma la guerra non finisce quando tacciono i cannoni, la vera guerra comincia dopo, più sanguinosa e dolorosa ancora, se possibile, quando si tratta di ricostruire il tessuto connettivo della comunità.
Creonte, qui come al tempo di Sofocle, incarna lo Stato, il potere, con tutto ciò che comporta. Creonte vorrebbe essere uomo, vorrebbe provare pietà per la nipote, ma non può, qui come allora.
Antigone, qui come allora, è insofferente alle leggi dello Stato, quale che sia, perché segue altre leggi, non basate sul nomos, la norma scritta dagli uomini, ma sui nomima, le leggi non scritte, sacre, degli dèi. Per questo è stata staffetta partigiana, perché era giusto, perché lo riteneva giusto. Per questo tenta di seppellire il corpo del fratello Polinice, federale fascista, appeso per i piedi ad un lampione, affinché lo scempio del suo cadavere fosse di monito alla cittadinanza, testimonianza della giustizia dello Stato, della volontà di voltare pagina e dimenticare, dopo aver fatto giustizia, appunto. Polinice è stato un fascista, un torturatore, ma resta suo fratello e Antigone, qui come allora, non può essere diversa.
Anche Ismene, la sorella non può essere diversa: pavida, buona, ma tiepida. Non comprendeva perché Antigone sfidasse la legge portando i giornali sovversivi, non comprende perché, ora, voglia per forza dare sepoltura al corpo del fratello, rischiando la fucilazione. Lei pregherà per Polinice, ogni giorno, gli chiederà perdono per la sua viltà, ma non metterebbe a rischio la sua vita. Vorrebbe essere come Antigone, ma non lo è, non lo è mai stata. Ismene, in fondo, è ciascuno di noi: vorrebbe la pace, ma non è così semplice, perché la guerra colpisce tutti, in un modo o nell’altro, costringe a scegliere, a posizionarsi.
La scelta, apparentemente, è molto semplice: da un lato il bene, dall’altro il male. Polinice è un fratello, ma è un fascista, ha compiuto orrori e, come scriveva Piero Calamandrei, “pietà l’è morta”. Troppo semplice, quasi banale. Il testo di Mirko Di Martino, che riesce a combinare la necessaria aulicità e assolutezza di dettato con una lingua, allo stesso tempo colloquiale, non è una banale esaltazione della Resistenza, un’opera a tesi che si guarda come un compito ideologicamente ben eseguito. La distanza storica permette all’autore di trattare con rispetto e, insieme, consapevolezza, questo nodo centrale della nostra storia nazionale, la pietra angolare da cui è nata la nostra Repubblica, quella simboleggiata dalla bandiera che viene stesa in ultimo, sul fondale.
Essenziali gli elementi scenici, ma tutti sapientemente calibrati per creare la distanza storica, l’ambientazione, le suggestioni. Prima che la luce illumini la scena aperta, dando inizio allo spettacolo, si sente musica anni ’40 provenire da una radio e la radio, in scena, insieme ad un attaccapanni da cui pende una lanterna, è sufficiente a evocare il tempo altro dal presente in cui la vicenda si svolge. Il fondale, a sua volta, evoca contemporaneamente la struttura del teatro antico e la città attuale, con la serigrafia di una porta chiusa al centro, un semi-arco in pietra a sinistra, la guglia di un campanile a destra. Oppure la struttura sospesa che verrà utilizzata per rappresentare la Casa del Fascio: una sorta di gabbia cilindrica di catenelle con la chiusura sommitale conica, come da tendone da circo. E ancora, potentemente suggestiva nella sua icastica semplicità, è una barra di legno sospesa sul fondo, a mo’ di appendiabiti, con una sfilza alternata di giacche di pelle, rosse e nere e un abito bianco, da sposa, al centro. Le giacche saranno fatte cadere per terra, una per una, sia le nere che le rosse, con un rumore sordo, come di fucilata. Resterà solo l’abito bianco, al centro, a simboleggiare la promessa sposa, Antigone, fidanzata di Emone, figlio di Creonte, che scende a celebrare negli Inferi il suo matrimonio, seguita a ruota dal giovane.
Infine gli attori. Titti Nuzzolese e Luca Di Tommaso si caricano sulle spalle il peso di tutte le figure, restituendo a ciascuna occhi, voce, accenti, espressioni diverse. Un po’ legati forse nei movimenti, forse, tuttavia, per una precisa scelta registica, volta a restituire la fissità della recitazione antica, affidata ad attori maschi muniti di altri coturni e maschere. Titti Nuzzolese passa da Antigone ad Ismene con un battito di ciglia, e ancora diversa è la sua voce quando diventa la partigiana che prende in custodia Antigone, o il vecchio Tiresia, qui rappresentato da una vecchia tremula e cieca, ma il vecchio indovino, del resto, è stato anche donna nella sua vita e questa riproposizione non appare per nulla forzata. Luca Di Tommaso sa alternare sapientemente i toni tronfi e roboanti di Creonte, gonfio delle sue certezze ideologiche, con la comica semplicità di Bistecca, il messaggero, che si trova a dover riferire della disubbidienza di Antigone e poi della sua fucilazione, conscio che “a quelli che comandano, se vuoi essere creduto, non gliela devi dire la verità”. 
Gli applausi del pubblico (dispiace di constatare quanto scarno) scrosciano convinti, per una rappresentazione che ha saputo restituire nuova vita all’antico e, al tempo stesso, costringerci ad interrogarci sulla nostra storia, su ciò che siamo e su quello che vogliamo essere.

 


leggi anche:

Michele Di Donato, Un'Antigone, ovvero una Giovanna D'Arco (Il Pickwick, 19 aprile 2014)




Antigone 1945
riscrittura da Antigone
di
Sofocle
drammaturgia e regia Mirko Di Martino
con Titti Nuzzolese, Luca Di Tommaso
aiuto regia Laura Cuomo
scenografia Alfonso Fraia
produzione Teatro dell’Osso
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro TRAM, 9 marzo 2017
in scena dal 9 al 12 marzo 2017

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