"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 24 Febbraio 2017 00:00

"Macbeth" di Emma Dante, un sabba verdiano

Scritto da 

Il Macbeth è una storia di violenza dietro cui è malcelata la storia di un intero popolo assoggettato alla magia. Nella regia di Emma Dante, che con il suo Macbeth apre la stagione operistica del Teatro Massimo di Palermo il 21 gennaio, sono infatti le streghe il punto focale dell’opera: da loro spira la magia che riempie di sé ogni cosa. Queste, gravide di premonizioni, animali straziati da doglie demoniache, si cercano, proprio come le bestie, un posto in cui partorire. Portate dalla testa, che lotta contro il ventre rigonfio per stabilire l’andatura guidando gli arti, sono sgraziate e bestiali, e nella loro natura compromessa sta la ricchezza di questa regia. In ogni nascita c’è una nuova morte e in quel “Rimescete” il futuro è, senza imbarazzo, associato alla nascita.

Sin dal primo atto si apre davanti ai nostri occhi un mondo sommerso che viene fuori da una seta tempesta macchiata di sangue a sostituire simbolicamente il sipario. Streghe e uomini insieme provengono dallo stesso luogo formando un organo che pulsa corposo sotto una pelle ottocentesca di memoria verdiana. Come Shakespeare, la Dante mette in scena le passioni – violenza e bramosia – scoperchiando un vaso di Pandora camuffato da calderone sabbatico. Unici esseri di natura mitologica della tragedia, la surrealtà delle streghe, il loro non esistere, qui si fa essenza di tutto lo spettacolo. La fornicazione e la nascita non possono farci fraintendere la volontà di protagonismo delle streghe, fonte di tutti gli umori e i desideri di quelli che avrebbero dovuto essere i protagonisti Macbeth e Lady Macbeth, burattini di un Destino che li tiene legati per le spalle.
Questi due, qui Roberto Frontali e Anna Pirozzi, sono anch’essi belve dotate di corna e pelliccia che si muovono fugacemente in un’atmosfera dal sapore primitivo. Complottando tra loro per la scalata al potere, s’illudono di bypassare la caducità delle loro vite mirando, in vero, a esili troni che fanno intuire da subito la precarietà del potere dell’uomo che non ha possibilità alcuna di decidere per se stesso. La tragedia è esplicita e, forse, in questo senso la Dante può giocare di fantasia: tutto sommato si tratta di una regia abbastanza sobria, rispettosa del libretto, che si avvale di una semplicità stilistica vincente dove solo il bronzo dei cancelli di scena progettati da Carmine Maringola suggerisce la regalità di un’ambientazione del resto legata, invece, a una natura animalesca e glaciale ben resa dalle luci fredde e violacee di Cristian Zucaro e dai costumi di Vanessa Sannino.
La violenza è istintiva, selvaggia, è qualcosa in cui crediamo senza inganni scenografici: Macbeth miete le sue vittime una dopo l’altra e questi assassinii, contrastando con la maestosità delle scene d’insieme alla corte di Scozia, avvengono nella penombra di un palcoscenico vuoto: alla morte di re Duncan e, ancora di più, a quella di Banco, non intervengono grandi apparati scenici, invece sono i corpi degli interpreti, guidati dalla musica, a fare tutto. Nella partitura di Verdi è sensibilmente presente la regia delle uccisioni: i sicari ingaggiati da Macbeth per liberarsi di Banco (Marko Mimica) sono cacciatori che si muovono lentamente verso la preda; il gruppo omicida ha come “colonna sonora” la palpitazione del cuore di Banco espressa in versi bellissimi e note crescenti (atto II, scena IV), ed è calamitato dal movimento incerto della vittima che è sicura di morire, che vede e sente i suoi assassini venirgli incontro. Così il re Duncan (Francesco Cusumano) muore seguendo la drammaturgia musicale che, prolungando la coda dell’aria di Macbeth (Mi si affaccia un pugna!), lo vuole ingenuamente ancorato alla vita fino a che non trovi la rigidità della morte.
La Dante risolve questo sentimento in due bellissime scene: la prima è appunto quella dell’assassinio (atto I, scena XI) in cui Macbeth è sdoppiato nel suo alter ego che gli porge l’arma crociata e che si accanisce ripetutamente e con violenza inaudita sul re che, invece, risponde con l’abbraccio al traditore. Duncan si appiglia al collo di Macbeth riluttante a morire e, così facendo, annuncia la sua persecuzione come fantasma. La seconda è quella del funerale di Duncan  (atto I, scena XIX) il cui corpo nudo diventa quello di un martire acquisendo la sacralità che non aveva in vita. La sua svestizione, ad opera di ancelle caste, ha a che fare con la pietà e la processione funebre che lo accompagna al riposo è, anch’essa, un insieme di contrasti già presenti nella sua persona: sormontato da una corona di spade e da luminarie di festa religiosa, il corpo di Duncan è ancora caldo, le sue braccia sono mosse da scosse elettriche vitali che sanno però di dolore e di sconfitta.
Queste scene pregne di passione sembrano sogni, frutti del folle sgomento allucinatorio che perseguita per tutta l’opera Macbeth e la sua sposa.
Complici nella guerra, in vero, tra i due è Lady Macbeth a tenere in pugno il cuore tremante di Macbeth poiché ne conosce i sentimenti: la vera tragedia di Macbeth non sta nella brama di potere, ma è costituita dal di lui rifiuto a prestare ascolto agli avvertimenti della sua ben sviluppata coscienza morale. Ed è da questa che Lady cerca di difenderlo riportandolo spesso alla realtà: lei, davanti ai deliri del marito, ossessionato da un senso di colpa di cui lei stessa è artefice, lo riprende ricordandogli sempre che la sua forza è un obbligo; ai suoi tentennamenti lei risponde con salda fermezza. Lady è la vera assassina, qui interpretata da un’eccelsa Anna Pirozzi la cui voce è legata alla terra, a quel palcoscenico che solca gattonando come bestia mai sazia di sangue.
Lo squarcio aperto all’inizio dalle streghe ritorna alla sua natura umana in un’altra scena d’insieme (atto IV, scena I) meno prorompente eppure ugualmente toccante in cui Macduff (Vincenzo Costanzo), nuovo eroe della patria oppressa canta l’aria O figli, o figli miei! inginocchiato sul palcoscenico colmo di vittime velate e avvicina il volto alla fredda mano di un caduto accarezzando la morte ingiusta. Dietro di lui, che annuncia vendetta commossa e fiera, il coro staticamente maestoso crea un muro di lutto che noi non vediamo nitidamente ma ne sentiamo la voce.
In questo Macbeth non c’è mai lo sfoggio di una lirica fine a se stessa, c’è invece la volontà di far risaltare la drammaturgia musicale senza suppellettili che arriva, nel finale, a sgomberare il palcoscenico con il coro che lascia la scena per scendere in mezzo al pubblico che nelle spalle tremanti dei cantanti, nei loro petti affaticati, non può che sentirsi parte della tragedia. Tra la Dante e il maestro Gabriele Ferro c’è un’intesa di sensibilità artistica, un accordo silenzioso fatto di complici intenti a rimembrare una verità: il Macbeth è “una della più grandi creazioni umane” sostenne Francesco Maria Piave quando lavorava con passione al libretto verdiano, “se noi non possiamo fare una gran cosa cerchiamo di fare una cosa almeno fuori dal comune”.
Dopo il debutto palermitano lo spettacolo sarà replicato in luglio al Teatro Regio di Torino.     

 

 

 

 

Macbeth
musica di Giuseppe Verdi
libretto di Francesco Maria Piave
direttore Gabriele Ferro
regia Emma Dante
con Giuseppe Altomare, Roberto Frontali, Marko Mimica, Anna Pirozzi, Virginia Tola, Federica Alfano, Vincenzo Costanzo, Manuel Pierattelli, Nicolò Ceriani, Antonio Barbagallo, Emanuela Ciminna, Federica Quattrocchi, Riccardo Romeo, Francesco Cusumano, Nunziatina Lo Presti, attori della Compagnia di Emma Dante e allievi della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo, Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro Massimo
maestro del coro Piero Monti
scene Carmine Maringola
costumi Vanessa Sannino
coreografia Manuela Lo Sicco
maestro d'armi Sandro Maria Campagna
light designer Cristian Zucaro
assistente regia Giuseppe Cutino
assistente scene Roberto Tusa
assistente costumi Sylvie Barras                             
produzione Nuovo allestimento del Teatro Massimo
in coproduzione con Teatro Regio di Torino, Associazione Arena Sferisterio / Macerata Opera Festival
lingua italiano
durata 3h
Palermo, Teatro Massimo, 29 gennaio 2017
in scena dal 21 al 29 gennaio 2017

Lascia un commento

Sostieni


Facebook