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Lunedì, 20 Febbraio 2017 00:00

Del vestire

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Non so se al lettore è mai passato per la mente in teatro, durante l'attesa della magica apertura del sipario, di correre in platea completamente nudo, strillando come una bambina capricciosa. Che c'è di strano? Probabilmente sarà una sensazione di libertà estrema. Se potessi tradurre questa sensazione in un sapore, penso che sceglierei un cono gelato al cioccolato e limone, farcito di chiodi e cavi elettrici, che sta per gocciolare su un paio di pantaloni e scarpe bianchi, simili a quelli indossati dai marinai insomma, seduto in posizione del loto sopra un lussuoso tappeto persiano.

L'immagine proposta è ambigua; e se un giorno qualcuno corresse completamente nudo in platea, sono certo che gli spettatori, i quali solitamente a teatro attendono di farsi notare e divertirsi, noterebbero divertendosi, ambiguamente, uno spettacolo che sulle scene manca da parecchi anni: la "negoziazione" rispetto a quanto accade nella realtà, e non necessariamente la digestione – di quanto mangiato e di quanto fruito.
La "negoziazione" è un processo psichico tanto complesso, e molti di noi, nel corso della vita, non assaggeranno questo gelato (anche se non lo escluderei). Mark Roberts, tra i più famosi streaker del mondo, che vanta circa quattrocento esibizioni vestito della propria pelle, soprattutto in eventi sportivi, sa bene a cosa mi riferisco. Che egli lo faccia per la sensazione di libertà estrema, o per altro, non lo sappiamo; eppure, nel realizzare la sua performance, l'uomo, a mio avviso, propone una porzione di realtà davvero interessante: ed è lì, nel momento in cui Roberts più sorridente della scheggia di una bomba viene braccato dalla sicurezza, tra il velo che lo "veste" nascondendolo agli spettatori e il suo corpo nudo, ovvero nel passaggio tra ciò che perde e quello che con costrizione subisce, sì, è lì che si manifesta la libertà.
Voi, in questo momento, dovete immaginarvi nudi. Sì, nudi. Nude le vostre braccia, nude le vostre gambe, nudi l'addome, la schiena e il bassoventre. Poi dovete concentravi sul contatto che il vostro corpo ha con l'aria intorno. Ebbene, dove siete finiti? Si ha il presentimento che buona parte di noi stessi sia scomparsa; o meglio, che adesso ci sia una certa "geografia" del corpo gelato. Potreste essere chiunque, anche semplici insetti?
In Vestire gli ignudi, opera scritta e rappresentata in poco meno che sette mesi, nel 1922, Pirandello riesce a boicottare le possibilità della realtà e del teatro, inserendo all'interno della scena le possibilità etiche della vita. Narra di una donna ciò che le donne non vorrebbero mai sentire; narra di un uomo le sue paure; narra, della morte, gli involucri. Alla fine noi esseri umani risultiamo quello che per Pirandello siamo: pupi o insetti nudi (fate un po' voi, ma sappiate che gli "insetti", al drammaturgo, piacevano particolarmente).
Del Pirandello, andato in scena al Teatro Pirandello, e adattato dal presidente della Fondazione Pirandello, nonostante il concentrato di Pirandello elevato al cubo, possiamo dire che i tagli effettuati hanno confezionato una velocità inedita, la quale nell'esecuzione poco corroborava la perniciosità pirandelliana, rendendo questa quasi cinematografica, di facile fruizione, "denudando" dunque la struttura originaria (non erano unicamente gli ignudi da vestire – insisto con un umorismo incomprensibile) del tipico ritmo in cui danzano i contrasti, inscritti in un'atmosfera da romanzo noir del secolo scorso, e allontanando, anzi astraendo, la composizione dai rimandi della cronaca (e mai come oggi, dopo il purtroppo celebre delitto del Centro Italia per esempio, subito liquidato dalla massa come il capitale di una società in fallimento, composto da una triangolazione di dolore efferato, l'analogia era quasi consequenziale e da cogliere al volo, seppure non presente nel dramma data la differenza dei contenuti, bensì evidente nel confine perenne tra moralità e amore).
La storia ha ruotato attorno a una grande finestra posta in fondo al palco, i cui vetri erano leggerissimi veli che diventavano trasparenti se illuminati dalle luci retrostanti, mostrandoci delle scelte coreografiche che, soprattutto, sono state utili a legare la chiave allegorica del prologo con l'epilogo.
Il resto è andato con una cornice di sobrietà ben dosata, alla moda con il teatro contemporaneo che preferisce l'essenzialità asettica all'illusione materiale; alla violenza e alla noia; ai riferimenti temporali. Cioè al teatro. E forse per consolarsi. Perché, ripeto, non c'è più "negoziazione" o desiderio di libertà e follie pirandelliane. Altro che coni gelati e nudismi.
Pessima la platea: centoventi minuti a tossire; novanta minuti a scartare caramelle; sessanta minuti al cellulare; trenta minuti a sussurrare.

 

 

 

 

Vestire gli ignudi
di
Luigi Pirandello
adattamento e regia Gaetano Aronica
con Andrea Tidona, Gaetano Aronica, Claudia Gusmano, Barbara Capucci, Stefano Trizzino, Fabrizio Milano
scene e costumi Antonia Petrocelli
disegno luci Cristina Vassallo
assistente alla regia Riccardo Contrino
produzione Fondazione Teatro Pirandello
lingua italiano
durata 2h
Agrigento, Teatro Luigi Pirandello, 19 febbraio 2017
in scena dal 17 al 19 febbraio 2017

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