"Che m'importa della gloria quando io scrivo per il pane?"

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Venerdì, 17 Febbraio 2017 00:00

Per la stessa ragione del grido

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C’è un teatro che nasce da un’urgenza. Germoglia perché è necessario, è stato seminato dal mondo ed è il mondo a chiamarlo in vita (non in scena). Da quarant’anni le Albe cavalcano l’onda di una necessità, onda lunga che li ha portati oggi alla soglia di Maryam.
In questi tempi consumati dalla paura del diverso, le Albe danno voce a tre madri musulmane devote a Maria. Le tre preghiere, che sono lamenti e maledizioni e urla sommesse, rappresentano un punto d’incontro paradossale fra due culture, cristiana e islamica, perse a farsi la guerra e dimentiche delle loro radici comuni.

Andando al fondo di queste religioni, si scopre che Maryam è la figura femminile più importante dell’Islam. L’idea di questo spettacolo proviene da un viaggio a Nazareth durante il quale l’autore, Luca Doninelli, vede una lunga fila di donne musulmane che vanno a pregare Maria nella Basilica dell’Annunciazione. Così, si scopre che, in mezzo al terrore che affolla la cronaca lontana e vicina dei nostri giorni, il culto di Maria è un ponte possibile. L’incontro fra Cristianesimo e Islam avviene paradigmaticamente nel punto esatto in cui si toccano umano e divino: la morte del figlio. Le donne musulmane che invocano la madre di Gesù hanno perso un figlio come lei. Soffrono del più grande dolore che si possa immaginare, madri di figli annegati in mare o scoppiati in piazza. E allora si rivolgono al divino, spinte da una pulsione naturalissima dell’essere umano in quanto umano. Nelle preghiere a Maria, tutte le donne sono uguali, prostrate dalla stessa morte, sorelle nella stessa vita.
Le madri invocano la madre di Gesù alla ricerca, se non di una speranza, almeno di una risposta plausibile all’assurdo del loro dolore, una risposta che vada al di là di ciò che è visibile e comprensibile, al di là del mondo. Il bisogno del divino sorge da un’attesa di risarcimento, dal desiderio di risolvere il male e ricucire i fili del dolore. La perdita del figlio appare un evento contro natura, un non-senso assoluto. Non esiste morte più contraddittoria. Maryam evoca tutto lo strazio, il cuore strappato dal lutto, il nulla di senso che resta come nulla di vita. D’altronde, l’evento della morte, di per sé, lascia sbalorditi. Non possiamo credere veramente alla morte, non possiamo permetterci di pensarla fino in fondo, se non quando ci cade tra i piedi. Non possiamo pensare che le persone che ci circondano, intorno alle quali costruiamo la nostra vita, possano lasciarci davvero da un momento all’altro.
Sulla scena delle Albe il pensiero impossibile della morte viene scolpito dai tratti di una voce di ferro e di fuoco. Bellissima, piena di grazia e di forza, capace di crudeltà e di abbandono, Ermanna Montanari è madre di un amore che sfugge alla retorica. Maria combattente che non ha risposte, né vendette, né riscatti. Non ha perdonato Dio per aver lasciato morire suo figlio, anche se poi è risorto. Maryam non conosce rassegnazione o pacificazione, lascia intatto il dolore della perdita. Puro, intero, assoluto, questo dolore somiglia ad un enigma. Mentre i problemi si possono risolvere, gli enigmi non hanno una soluzione, mettono alla prova, bisogna sopportarli ed esserne all’altezza. Il dolore delle madri che hanno perso i loro figli è un enigma che si erge come una montagna, e non si può livellare. È possibile soltanto provare a scalare, magari insieme. Ecco allora un amore imprevisto, “sconosciuto ai macellai, ai becchini, ai sacerdoti, ai procuratori generali”, che si genera nella condivisione della sofferenza. Se Maria avesse potuto salvare suo figlio dalla croce, sarebbe stata paga di una beatitudine distante dal mondo e nessun’altra donna mai si sarebbe rivolta a lei. Al contrario, Maryam è amata perché sta dentro la stessa sofferenza. Com-passione – è il segreto del teatro – nella voce di Maria, sentiamo tutti questo dolore. L’immedesimazione si spande come un contagio. Abbiamo voglia di gridare.
Ermanna Montanari si muove impercettibilmente, fissa nello spazio, legata alla sottile asta del microfono. Il modo del suo corpo, assolutamente presente, vivo ma immobile, impetuoso ma trattenuto, fa crescere una smania sotterranea negli spettatori. Le luci di Francesco Catacchio riempiono la scena nuda. Solo la voce si sposta e sposta i corpi tutti intorno. Il confine fra palco e platea si scioglie. Il dolore immobile nei gesti sembra riflettersi nelle sonorità coraniche, ora solenni ora forsennate, delle musiche di Luigi Ceccarelli, con la regia del suono di Marco Olivieri. Un velo ci separa da Maryam. Inafferrabile, il corpo di donna è un’ombra, è tutte le ombre del mondo, tutti i nomi della storia. Sul telo viene proiettato il testo dello spettacolo in arabo intervallato da immagini di città sventrate e fiumi di gente, esodo e apocalisse. Sono immagini cui siamo abituati, ci passano a fianco ogni giorno dentro l’anestesia dei telegiornali. Crediamo di sapere a memoria che cosa succede in Palestina, ne siamo quasi annoiati. Maryam combatte l’assuefazione alla tragedia, crea una reazione organica negli spettatori e dimostra che a teatro non si impara niente, ma si cambia. Operatività della metamorfosi.
Ecco una strada possibile per il teatro: né sperimentazione fine a sé stessa, a porte chiuse, tecnica della meraviglia autoreferenziale, miracolo senza testimoni; né banalità di un teatro politico senza ricerca, che lascia vaghi sensi di colpa e avanza la pretesa di informare sulla realtà. Maryam racchiude l’urgenza della restituzione al mondo di un senso, anche per il non-senso del dolore assoluto. È il teatro come gesto politttttttico, poliedrico fiore del mondo. In questo rito dello stare insieme di corpi e voci, ci ricordiamo che è morto Dioniso, Dioniso è vivo in noi. E persino nel mezzo del sacro e della disperazione, si sente un profumo di eresia e di felicità.



leggi anche:
Michele Di Donato Le Albe, dal buio alla luce (Il Pickwick, 15 febbraio 2017)

 

Maryam
ideazione, spazio, costumi, regia
Marco Martinelli, Ermanna Montanari
testo Luca Doninelli
con Ermanna Montanari
musica Luigi Ceccarelli
regia del suono Marco Olivieri
disegno luci Francesco Catacchio
direzione tecnica Luca Fagioli
assistente spazio e costumi Luca Magnani
consulenza e traduzione in arabo Tahar Lamri
in video Khadija Assoulaimani
voci e percussioni in audio Marzouk Mejri
realizzazione video Alessandro Renda
realizzazione musiche Edisonstudio Roma
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
in collaborazione con Teatro degli Incamminati/deSidera
lingua italiano, arabo
durata 1h
Milano, Teatro dell'Elfo Puccini, 11 febbraio 2017
in scena
dall’8 gennaio al 12 febbraio 2017

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