"Che m'importa della gloria quando io scrivo per il pane?"

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Venerdì, 10 Febbraio 2017 00:00

Occhi aperti al buio

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Ho sempre pensato che la prima volta avrei voluto fare l’amore al buio. Invece è successo di giorno e, sul momento, chiudere le veneziane avrebbe rovinato l’atmosfera. È andata bene anche senza buio, forse meglio, era bello vederci. Fatto sta che pensare di fare l’amore al buio, prima di sapere esattamente di cosa si trattasse, mi dava uno strano senso di libertà. Non ci si vergogna di niente se nessuno ci può vedere. Il buio fa sentire liberi.

Questo mi è successo, prima di tutto, entrando nella sala del Teatro al Buio all’Istituto dei Ciechi di Milano. In fila indiana, nella stanza bianca antistante la sala del teatro, ci fanno appoggiare la mano sulla spalla del vicino di posto, in testa alla fila sta una guida dell’Istituto, che ci guida davvero, incredibilmente agile e padrona dello spazio invisibile. La fila indiana, a piccoli passi, supera due grandi tende per entrare nella sala del teatro e a tentoni ciascuno trova la sedia da cui assistere allo spettacolo. Solo due tende separano la luce dal buio assoluto, diverso da tutti i bui che ci capita di incontrare normalmente. Nella sala mi accorgo che non vi è differenza fra tenere gli occhi aperti e gli occhi chiusi. Il mio corpo impiega qualche minuto ad abituarsi. Nemmeno un’ombra, nemmeno una sfumatura. Un nero talmente denso da smettere di essere nero, perché smette di essere un colore. È vero che lo stesso non-colore si prova nel percorso Dialogo al buio, sempre proposto dall’Istituto dei Ciechi, ma a teatro questo buio è ancora più paradossale.
Ci sediamo tutti, come prima di qualsiasi spettacolo: c’è chi sussurra, chi ride, chi fa un colpo di tosse. Ci comportiamo esattamente come faremmo in una sala illuminata, in attesa che si abbassino le luci e compaia qualcuno sul palco. Il teatro cui siamo avvezzi nasce dal buio, che avvolge platea e palco, e all’improvviso viene spezzato dalle luci puntate sulla scena. Questa volta, invece, la scena è invisibile.
In un primo momento, mi sforzo di vedere qualcosa, di afferrare il minimo movimento, di cogliere qualche angolo meno buio del buio. Ma, dopo poco, mi arrendo e mi abbandono a questo buio assoluto, che non mi capiterà più di provare tanto facilmente. Ecco allora che diventa un’occasione di libertà. Comincio ad assumere pose sconvenienti, tengo le gambe aperte, faccio smorfie idiote. Poi, per un attimo, mi prende il pensiero che l’attore possa indossare occhiali speciali per vedere al buio. Mi ricompongo. Mi chiedo se gli altri stanno composti oppure qualcuno ha deciso di cogliere quest’opportunità di invisibilità per fare le boccacce e stare seduto storto. Siamo in una posa così abituale, tutti insieme, corpi fra i corpi, fianco a fianco, in una platea, eppure abbiamo la possibilità di non essere visti e di non veder noi stessi. Anche solo l’idea di questa vicinanza buia è di un’intimità disarmante. Il tempo passa in modo diverso. Il mio corpo comincia ad abituarsi, ci prende gusto. Sento il peso della mia treccia sul collo e la consistenza del cotone del vestito, le scarpe col tacco mi stringono più del solito, forse perché non hanno senso, non posso essere bella al buio. Posso solo sentire. Gli odori sono fortissimi. Ho tagliato una cipolla per preparare la cena e, nonostante abbondante sapone sotto il rubinetto, sulla mia mano ne è rimasta una traccia che prima mi sembrava appena percepibile. Ora invece è come se la cipolla ce l’avessi sotto il naso, tutta intera. Penso che stiano sentendo tutti quest’odore, mi vergogno. Eppure, lo sento talmente forte che non mi dà fastidio, è buono, si fonde con la mia mano e con tutti gli altri odori della sala, Chanel Numéro 5 e naftalina.
In questo tripudio dei sensi, comincia lo spettacolo. Una voce. Il buio è sempre buio, ma adesso, oltre al buio, c’è anche il teatro. Ascolto le prime parole e mi accorgo di quanto sia strano sentire una voce senza vedere un corpo. Si tratta di un modo diverso della presenza. Non è come la radio, da cui esce una voce senza corpo. Qui non c’è alcun oggetto, nessuna mediazione tecnologica, la voce esce da un corpo che si muove davvero fra i nostri corpi, nel buio assoluto. Seguo questa voce, seduta in una platea fatta come tutte le platee, sono immobile e attenta. Non perdo una parola, mi aggrappo ad ogni variazione di tono. La voce è l’unico appiglio dello spettacolo. È una linea che avvolge, corre avanti, torna indietro, salta, gira, attraversa ogni tipo di dinamica. Ci accompagna. È naturale seguirla, forsennatamente. Ci si fida. E la voce non viene meno alla fiducia che vi riponiamo. Ogni tanto ci ricompensa con una risata. Ci chiama in causa. Mentre ascolto questa voce, mi chiedo come sia possibile costruire uno spettacolo per il buio. Mi chiedo come funzioni il processo di creazione, quali differenze vi siano rispetto ad uno spettacolo che può contare sulla luce, o meglio, sulle infinite luci di scena possibili. Come si fa a immaginare un teatro in cui nessuno ti vede? Alessandro Girami mi sorprende, rispondendo che il buio è innanzitutto un’occasione di libertà per l’attore – libertà che non serve per fare le smorfie, come per me, spettatrice bambina – libertà che permette di crearsi un corpo a partire dalla voce, senza le spese e le attrezzature di un trucco infinito. Il buio aiuta a dar forma in maniera immediata ad una figura e ad un’età improbabili. Al buio è possibile divenire esattamente chi si vuole: non solo impersonare un carattere, ma avere la precisa consapevolezza che il pubblico raffigurerà il proprio personaggio, ciascuno, esattamente, a modo suo, perfetto. Il buio fa diventare l’attore precisamente come il pubblico lo desidera. L’immaginazione ha un’esattezza completa. Tutto quello che si immagina è perfetto. Insomma, non si può dire che non ci è piaciuto.
Ma come è possibile mettere in scena uno spettacolo al buio e muoversi come se ci fosse la luce, senza perdere qualsiasi riferimento spazio-temporale? Alessandro mi conferma, intanto, che non usa occhiali speciali per vedere al buio (per fortuna, non mi ha scoperta). La costruzione del movimento e la cura della voce sono millimetriche, risultato di uno studio dello spazio condotto alla luce, a occhi chiusi, con diverse gradazioni di buio. Alle spalle di questo spettacolo sta un allenamento di anni. Vi sono tecniche e azioni fisiche per orientarsi al buio: so cosa devo fare per arrivare da qui a lì, mi dice Alessandro, so cosa deve succedere nel mio corpo, non basta contare i passi, ho imparato a capire come risuona la mia voce in ogni punto della sala, come trasferirla da un luogo all’altro, quali direzioni scegliere. Questo genere di maestria lascia a bocca aperta.
Nondimeno, l’elemento più sorprendente dello spettacolo è la relazione che si instaura fra l’attore e il pubblico. La fiducia totale nei confronti della voce che guida quest’avventura rende gli spettatori assolutamente partecipi del testo. La pièce a partire dalla quale è costruito lo spettacolo, Grazie di Daniel Pennac, è particolarmente efficace. Si tratta di un discorso di ringraziamento di un artista cui è stato conferito un premio per l’insieme della sua carriera. Il testo, oltre che esilarante, è ricco di spunti di riflessione sul significato della parola “grazie”, di cui troppo spesso si abusa, in ambito pubblico e privato. Il protagonista si chiede in che misura abbia senso ringraziare per educazione e per cortesia. Spingendosi al di là di tutti i luoghi comuni, finisce col ritirare un premio togliendosi il tappeto rosso da sotto i piedi. Dal momento che il testo è un discorso pubblico, tutti voi spettatori siete davvero con me, sostiene Alessandro, fate parte della pièce, siete voi il pubblico cui si riferisce il testo di Pennac. Sentendo questo coinvolgimento totale, nella libertà del buio, gli spettatori si sciolgono alle risate più sfrenate, agli applausi continui, finanche all’entusiasmo di interagire e interrompere continuamente. Scompaiono le barriere fra palco e platea, saltano i freni inibitori, non vi è più separazione. Tutti insieme, nella storia di questa voce.
Siete sulla mia barca, spiega Alessandro, dove vi faccio sentire il vento, il mare, l’odore che voglio, e allora non è più buio, ognuno riempie lo spazio invisibile con le sue immagini particolari. Si vede tutto quello che si deve vedere, niente di più e niente di meno. La perfezione dell’invisibilità. Alla fine si ha tanta voglia di dire Grazie ad Alessandro Girami, grazie perché questo è uno dei rari casi in cui il teatro è davvero un’esperienza, un’opportunità di scoprire livelli sconosciuti della percezione. Questo spettacolo è un nuovo modo del teatro.  O forse, è l’essenziale del teatro − ed è proprio vero, l’essenziale è invisibile agli occhi.

 




Teatro al buio
Grazie
dal testo di
Daniel Pennac
di e con Alessandro Girami
lingua italiano
durata 50 minuti
Milano, Istituto dei Ciechi, 26 gennaio 2017
in scena 26 gennaio 2017
prossime repliche
15, 17, 18 e 19 marzo 2017

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