“L'attore, ad un certo punto, per il pubblico e i teatranti si identificava con la sua maschera. Per Marcello era quasi una condanna. Ricordo la sua tristezza, talvolta, dopo un travolgente successo. Diceva: 'E quando sarò vecchio e non potrò più fare l'Arlecchino?'. Non c'era in questa domanda soltanto la semplice paura del'attore che invecchia e che deve lasciare il suo ruolo. C'era lo smarrimento del vero attore davanti a tutti i personaggi che non aveva e non avrebbe mai potuto fare”

Giorgio Strehler su Marcello Moretti

Domenica, 05 Febbraio 2017 00:00

Marco Baliani e Lella Costa ci dicono del profugo

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HUMAN in maiuscolo afferma il concetto di umanità: “Umano è il corpo nella sua integrità fisica e psichica, nella sua individualità” (note artistiche). Ma sbarrato da una linea nera, proprio al centro, nega la validità dello stesso concetto. In che mondo lo nega? Nel mondo civilizzato che ci hanno costruito intorno, o meglio, che noi abbiamo costruito per noi stessi, che abbiamo strutturato rigido, inflessibile, serio. Noi che abbiamo sognato la libertà e l’uguaglianza come diritti universalmente condivisi, noi che abbiamo adottato un linguaggio comunitario per rendere eterni quei diritti, siamo costretti a usare parole come carità e umano con quel certo imbarazzo che ci sorge dalla scoperta della loro fallibilità.

Marco Baliani e Lella Costa con HUMAN, una produzione Mismaonda (con Sardegna Teatro e Marche Teatro) che ha debuttato al Teatro Biondo di Palermo il 20 gennaio scorso, hanno provato a superare questo imbarazzo nell’affrontare il tema della migrazione. Si incontrano dopo una lectio magistralis tenuta da Baliani nell'aula magna dell'Alma Mater Studiorum di Bologna sullo stesso tema. Probabilmente hanno avuto modo di rivedersi a Palermo dove nella stagione passata la Costa ha partecipato al cartellone del Biondo con Ragazze. Nelle lande scoperchiate del fuori e dove Baliani ha rimesso in scena il suo Kohlhaas sul palcoscenico del Teatro Lelio. Calamite per Roberto Alajmo che decide di accaparrarseli per la stagione corrente: i due, tanto lontani nello stile e tanto vicini negli intenti, accordano di unire le forze.
“Con la nostra ricerca teatrale vogliamo insinuarci in quella soglia in cui l’essere umano perde la sua connotazione universale, (...) indagare quanto sta accadendo in questi ultimi anni, sotto i nostri occhi, nella nostra Europa, intesa non solo come entità geografica, ma come sistema 'occidentale' di valori e di idee: i muri che si alzano, i fondamentalismi che avanzano, gli attentati che sconvolgono le città, i profughi che cercano rifugio”.
La scelta del titolo tuttavia pare più originale e più incisiva dello spettacolo; la faccia più incisiva del contenuto. Ricorrendo alla letteratura Marco Baliani – che si salva per la malia della sua parola immaginifica proveniente dal teatro di narrazione – e Lella Costa danno il via alla loro speculazione dalla reminiscenza del mito di Ero e Leandro, i due amanti che vivevano sulle rive opposte dell’Ellesponto, di valenza simbolica e profetica. Partendo da qui pare abbiano voluto portare sulla scena lo spaesamento dell’uomo di tutti i tempi che vive migrando attraverso il tempo, segnando generazioni senza essere sempre consapevole della sua responsabilità nella storia del mondo. Per farlo hanno raccolto testimonianze, attinto a ricordi, personali e di altri, rielaborato il proprio parere, arricchito con svariati punti di vista un diario di bordo che ha tracciato così una trama episodica che salta dal passato al presente continuamente. Ci raccontano l’indifferenza d’oggi a questa odissea ribaltata che siamo abituati a vedere, senza osservare, e crediamo di poter bypassare pigiando un tasto sul telecomando. Ci racconta la Costa il luogo comune di un Nord Italia stereotipato attraverso l’incertezza e le manie di un’anziana vedova – in questo l’attrice ritorna alla sua verve ironica e lo fa magistralmente. Insieme ai giovani attori David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis e Luigi Pusceddu mettono in scena immagini certo poetiche, armoniose nella loro estetica, di gusto anche, che si danno il cambio sfumando l’una nell’altra con cambi di luce rossa e bianca, passando per il buio. Manca però in questo insieme di cose la regia: Marco Baliani, che scrive e parla infinitamente meglio di come gestisce la regia, ha specificato nelle sue note che l’intenzione di HUMAN fosse quella di inquietare, nel senso di porre allo spettatore domande che non hanno risposta. La sua sobrietà stilistica e la sensibilità che lo contraddistinguono avrebbero dovuto farci sperare che questa inquietudine, tanto agognata, provocasse sulla platea un silenzio, una riflessione intima; quello che abbiamo avuto è stato invece il consenso, la risata liberatoria, le “spallucce” di un pubblico (generico) che, se nel privato ignora e ha vergogna di parlare dei nostri porti affollati di profughi, in questa sala si è sentito libero di fare sì col capo, commuoversi un poco, forse, per rimettersi il cappotto e tornare a dimenticare. Che cosa non ha funzionato? Il troppo volere evitare la retorica e l’enfasi degli autori è sfociato in un troppo voler dire con il canto, con la poesia, con l’operetta buffa, con il cabaret qualcosa che come un boomerang è stata negata nella sua affermazione.

 

 

 

HUMAN
di Marco Baliani, Lella Costa
collaborazione alla drammaturgia Ilenia Carrone
regia Marco Baliani
con Marco Baliani, Lella Costa, David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu
musiche originali Paolo Fresu
con Gianluca Petrella
scene e costumi Antonio Marras
disegno luci Loïc Francois Hamelin, Tommaso Contu
produzione Mismaonda
in collaborazione con Sardegna Teatro, Marche Teatro
lingua italiano
durata 1h 40'
Palermo, Teatro Biondo, 20 gennaio 2017
in scena dal 20 al 29 gennaio

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