“L'attore, ad un certo punto, per il pubblico e i teatranti si identificava con la sua maschera. Per Marcello era quasi una condanna. Ricordo la sua tristezza, talvolta, dopo un travolgente successo. Diceva: 'E quando sarò vecchio e non potrò più fare l'Arlecchino?'. Non c'era in questa domanda soltanto la semplice paura del'attore che invecchia e che deve lasciare il suo ruolo. C'era lo smarrimento del vero attore davanti a tutti i personaggi che non aveva e non avrebbe mai potuto fare”

Giorgio Strehler su Marcello Moretti

Venerdì, 03 Febbraio 2017 00:00

Spettralità eteree

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L’ultima volta che eravamo stati in cospetto del sovrano di Scozia e della sua sanguinosa storia la sua corte, i suoi spettri e le sue streghe erano apparsi in una messinscena d’impianto tradizionale e sostanzialmente filologico. Questa volta invece ci troviamo davanti ad un Macbeth che non solo cambia scena ed anche nome, ma ad una riduzione che provando ad esplorarne alcune pieghe di senso, si stacca dall’opera di partenza per provare ad intraprendere un percorso autonomo.

Una riduzione che è tale nella sintesi che prova a percorrere, una riduzione che prende la tragedia del sangue e del Grande Meccanismo e prova a “ridurla” in un composito assemblaggio di brandelli di senso, per esplorarne un anfratto, per togliere e immettere, sottrarre materia e creare interstizi nei quali inoculare la sostanza di una visione drammaturgica altra, che parta da un punto dato e fermo – da un’opera compiuta, dal Macbeth del Bardo appunto – per poi indirizzarlo verso un cammino proprio, da percorrere nel buio, tra il sinistro battere dei passi e il ferreo clangore delle armi, evocando il cupo aleggiare di spettralità impalpabili.
Sala Ichòs rivoluziona il proprio spazio scenico per assumere l’aspetto di un’arena che ne sfrutta in lunghezza l’interno; la platea si sposta lungo i quattro lati di un rettangolo che attraversa in tutta la sua profondità la sala; una pedana a fungere da campo d’agone, in terra un secchio, in fondo un tavolo che ha tutta l’aria di essere una sorta di altare sacrificale, ai piedi del quale piccoli manichini semrano alludere ad una siscendenza che non seguiterà. All'intorno agiranno in successione le figure shakespeariane, percorrendo per salti significativi la tragedia scozzese.
Nel suo farsi scenico, Opera senza corpo appare come uno spettacolo in divenire, la cui sostanza in nuce ancora non germoglia in piena compiutezza drammaturgica. Assistendo ad Opera senza corpo, però, possiamo dire che ci troviamo davanti a premesse interessanti come spunto costitutivo e che in scena provano a prendere una forma che del Macbeth conserva le atmosfere e il tessuto valoriale, ma soprattutto, per dirla con Bloom, ne conserva quell’aura da “tragedia dell’immaginazione”, poiché quel che avviene in scena nella visione di Gianni Tudino è di fatto una rarefazione immaginifica che tenta di sfrondare, di lavorare per sottrazione, condensando in un’arena abitata dai resti spettrali dei personaggi della tragedia shakespeariana le loro gemmazioni oniriche.
Privilegiando questa componente onirica, e facendo abitare la scena da una spettralità in cui il buio è fondo e l’atmosfera è truce, le diverse figure che agiscono recitando brani e scene della tragedia scozzese finiscono come per uscire dalla connotazione di ruoli e personaggi pur assegnati e riconoscibili, ma le cui essenze tendono a sfumare, a scappare, come a voler lasciare un vuoto funzionale:  “opera senza corpo”, ovvero in cui i corpi tendono progressivamente a svuotarsi, ad uscire dai caratteri per restare come eterei simulacri che in palco testimoniano d’un vuoto, un vuoto che sembra voler attanagliare le anime oltre i personaggi: Macbeth è lì, con Lady Macbeth, Banquo, le streghe, ma di fatto tutte queste figure assolvono ad una funzione maieutica, volta a spostare il dramma dal piano storico effettivo a quello di un inconscio in cui fluttuano inquietudini ataviche.
Intento ambizioso, quello di quest’Opera senza corpo, che ha però nel suo impianto rarefatto e sottile anche il suo limite, per cui lo scarto drammaturgico tra l’opera di rifermento – il Macbeth – e la sua scarnificazione è tale che l’efficacia del disegno così composto sia alterna e l’eterea e sbozzata connotazione data alle essenze che in scena danno corpo residuale ai personaggi ne confina la pregnanza in un quadro distante e separato da chi guarda, la cui percezione resta in bilico tra il buio della scena e la chiarezza dell’impianto, tra il colore del sangue e il vuoto delle anime. Vuoto che percepiamo, ma che non arriva nel profondo; come se a questo lavoro mancasse ancora un’ulteriore limatura che ne marcasse più decisamente le spinte e gli intenti e che ne facesse emergere con maggiore evidenza le peculiarità concettuali su cui si è incentrato il lavoro di scavo e rielaborazione rivolto a rendere quest’Opera qualcosa di altro e di differente.
Potrà perciò essere interessante rivederlo in una forma più matura e compiuta.

 

 

 

 

Opera senza corpo – Insania alla radice
liberamente tratto da Macbeth
di William Shakespeare
regia Gianni Tudino
con Angelo De Clemente, Giuseppe Giannelli, Rossella Sabatini, Ivano Salipante, Roberta Sorabella, Stella Spinosa, Roberta Tafuri
foto di scena Andrea Cordone
produzione Teatro KO
lingua italiano
durata 45’
Napoli, Sala Ichòs, 8 gennaio 2017
in scena dal 7 al 9 gennaio 2017

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