“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Domenica, 29 Gennaio 2017 00:00

Se ne va. Tutto come sempre

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Delicate e malinconiche note di pianoforte echeggiano nella sala ancora buia, mentre la luce filtra sotto l’orlo del sipario che si apre su un interno elegante, col pavimento di legno. Le pareti sono celeste polvere, con modanature di legno e delicate decorazioni geometriche bianche. Quel quadrato di parquet individua lo spazio scenico, lo delimita, rappresenta la traccia delle pareti invisibili che racchiudono la scatola, il microcosmo del dramma.

L’arredamento, semplice ed elegante, denota solida ricchezza borghese: un divano/dormeuse celeste polvere al centro; sul fondo un comò di legno chiaro; sulla sinistra un tavolino rotondo, col piano celeste polvere, e due sedie di legno con cuscini bianco crema; sulla destra una piccola scrivania di legno chiaro, con una seggiola di legno, più indietro, ancora a destra, un basso armadio di legno chiaro e un paravento, dello stesso celeste polvere, sul quale sono attaccate delle fotografie. La luce, abbacinante, meridiana si immagina, proviene da due finestre, che si spalancano sul fondo, schermate da leggere tende bianche.
La vicenda si riassume brevemente, nella sua semplice e grigia banalità: Hugo Losatti, rampollo di una solida famiglia borghese viennese, politicamente liberale, ha avuto un figlio da una ragazza, tenendolo nascosto alla famiglia fino a quando una caduta da cavallo non lo riduce in punto di morte e lo induce a chiedere alla madre, come ultimo desiderio, di accogliere in casa la donna e il bambino. Dopo un iniziale tentativo di accoglienza, per onorare la memoria del figlio, alla morte del bambino sembra più opportuno, in nome delle convenzioni, l’allontanamento della donna.
La storia, grigia e triste, come tante altre, era rivoluzionaria nel 1898: Arthur Schnitzler denuncia l’ipocrisia della società borghese, le convenzioni sulle quali si poggia, l’incapacità di amare, la meschinità delle piccole consorterie. Celeste polvere, bianco crema, bianco panna, questi i colori in scena: tutto uniforme, tutto coperto dalla cappa di mediocrità di una società che non si sbilancia, non si lancia, soffoca qualsiasi empito di pienezza, di vita, di spontaneità. Il desiderio di Hugo di riparare al torto che ha fatto per cinque anni alla donna e al bambino, nascondendoli alla famiglia per evitare scandalo, è percepito, da quella stessa famiglia perbene, come un capriccio, il frutto di una mente sconvolta dall’agonia, un’idiozia. La società custodisce gelosamente una moralità di superficie, ammettendo, o comunque scusando, l’esplodere carnale delle passioni, purché restino confinate fuori dalla propria cerchia, quella delle persone rispettabili. Le cose possono anche accadere, ma non devono trapelare all’esterno: il padre di Hugo cerca in un primo momento di far entrare la donna in casa come infermiera, per salvare, appunto, le apparenze, giustificare la sua presenza: “Non mi va che faccende del genere vadano in bocca alla servitù”. La traccia scura che borda il parquet sembra marcare, simbolicamente, il senso profondo della dinamica dentro/fuori, casa/il resto del mondo, vizio/virtù. L’importante è che gli opposti, o supposti tali, non si mescolino mai, come l’acqua e l’olio. Quando Toni entra in casa per la prima volta porge la mano per presentarsi alla madre di Hugo, che ignora il gesto, come se questo bastasse a cancellare la sgradita presenza. Solo Emma Weber, cognata dei Losatti, rimasta vedova in giovane età, sembra in grado di vedere in Toni una persona e non solo un simbolo, un oggetto, la madre del bambino che rappresenta l’ultimo legame con il figlio morto. Invita la cognata ad entrare in relazione con lei e non solo col bambino: “Negli occhi di sua madre troveresti tante altre cose, se provassi a cercare”. Ma questa volontà non c’è. Solo Franziska, la sorella di Hugo, viene cambiata dall’incontro con Toni, scopre che l’amore esiste, comprende che nel legame con la donna può continuare ad amare il fratello che ha perso. Gli altri restano uguali a se stessi, rinsaldati nelle loro convinzioni. Anche Emma si arrende al grigiore delle convenzioni, inerme, delusa, disillusa.
Quando il bambino muore tutto l’affetto che la famiglia Losatti era riuscita faticosamente a raggranellare viene meno e, d’un tratto, la donna torna a essere una scomoda estranea che deve uscire da quella casa, non può mescolarsi con i membri della famiglia: le sarebbe eventualmente permesso di restare fino a quando non trovasse una nuova sistemazione, mentre la famiglia è fuori, nella villa di campagna, per l’estate. Ovunque, purché lontana da loro.
E oggi? Franco Però porta in scena in Italia, per la prima volta, questa vecchia storia, pensando al presente, ai nuovi diversi, gli immigrati, di cui si diffida, che si accolgono a parole, ma poi, nei fatti...
Così si legge nelle note di regia, ma veniamo al loro eventuale compimento in scena. La vicenda è rappresentata in termini filologici e naturalistici: d’epoca gli interni, i costumi, gli atteggiamenti, classiche e impostate la dizione e la recitazione. Unici richiami, eventuali, all’attualizzazione della vicenda, il fatto che Toni ha il capelli sciolti, ricci e neri e quando gioca a nascondino col suo bambino malaticcio conta in arabo, una discrasia che non ha altro seguito, né testuale, né recitativo. Altro elemento di rottura rispetto al naturalismo perfetto è la scelta registica marcatamente metateatrale, che si esplica nei cambi di scena a vista (il morto si alza e aiuta gli altri ad apparecchiare la scena per il prosieguo del dramma), o nell’utilizzo della parete di sinistra come anticamera per i personaggi che devono entrare in scena, visibili al pubblico, ordinatamente seduti, in attesa, allineati lungo la parete, invisibili a chi agisce sulla scena, come se il quadrato di parquet, come si diceva, marcasse il confine tra ciò che sta accadendo in scena e ciò che è fuori e ne costituisse la preparazione. Per il resto nulla di nuovo, il bianco crema ricopre e fagocita tutto, il pubblico borghese applaude alla rappresentazione di se stesso e può tornare a casa, tranquillo e soddisfatto. Toni se ne va. Tutto torna a posto. Tutto come prima. Tutto come sempre.

 

 

 

Scandalo
di
Arthur Schnitzler
traduzione Ippolito Pizzetti
regia Franco Però
con Stefania Rocca, Franco Castellano, Astrid Meloni, Filippo Borghi, Adriano Braidotti, Federica De Benedittis, Ester Galazzi, Andrea Germani, Lara Komar, Riccardo Maranzana, Alessio Bernardi, Leon Kelmendi
scene Antonio Fiorentino
costumi Andrea Viotti
musiche Antonio Di Pofi
luci Pasquale Mari
produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Artisti Riuniti, Mittelfest 2015
lingua italiano
durata 2h 10’
Napoli, Teatro Mercadante, 24 gennaio 2017
in scena dal 24 al 29 gennaio 2017

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