“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 26 Dicembre 2016 00:00

La signora Frola, il signor Ponza e il coro

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La signora Frola sostiene che la giovane donna che si affaccia ogni giorno dal ballatoio, calandole nel paniere un biglietto recante i fatti del giorno, si chiami Giulia e che si tratti di sua figlia. Sarà vero?
Il signor Ponza, invece, sostiene che la giovane donna si chiami Imma e che ogni giorno reciti per non turbare la povera vecchia: mia moglie – sua figlia, cioè Giulia – è morta da anni e lei n'è rimasta scossa tanto da non comprendere che quella che ora vede è – per me – la seconda moglie mentre – per lei – soltanto un'estranea. L'annebbia, insomma, la follia. Sarà vero?

Sarà vero che lei è pazza o che è pazzo lui? Sarà lui che obbliga la consorte a non uscire di casa o – invece – sarà lei, la vecchia signora Frola, che assedia la casa del genero coi suoi ricordi, le sue insistenze, i suoi fantasmi? Ed è possibile comprendere davvero come stanno le cose e comprenderle fino in fondo – fino al nocciolo – al punto da poter dire: questa è la verità? O forse ha ragione Pirandello, che al Così è del titolo vi aggiunge subito, e tra parentesi, un (se vi pare) per dirci che “verità” è una parola declinabile solo al plurale e che ognuno si costruisce, si tiene, rafforza e avvalora la propria al punto tale che ogni uomo finisce per coincidere con le storie che (si) racconta? Cosa sappiamo dunque degli altri davvero e, di contro, cosa sanno gli altri di noi quando di noi si fanno un'idea fissa, ferma, immutabile, che sentiamo non ci corrisponde? Oppure, ancora: cosa sappiamo degli argomenti che la comunicazione odierna ci tira addosso tramite i media e di cui noi facciamo riporto sicuro nei nostri colloqui quotidiani? Cosa sappiamo, ad esempio, della guerra? Ed è una guerra o una “missione di pace”, come pure il Parlamento si ostina a chiamarla? E dell'omicidio (dell'omicida) con cui la televisione fa intrattenimento ogni sera cosa sappiamo? Cosa sappiamo del carnefice, da noi condannato a parole prima che inizi il processo?
Potrei, con gli interrogativi, continuare per una pagina intera.


Pirandello – un secolo fa – scrive Così è (se vi pare) e veste da commedia borghese i temi a lui cari della soggettività che sfrangia la scorza oggettiva del reale e della frantumazione dell'Io in nessuno e centomila: temi che appartengono alla letteratura italiana (Pirandello è una delle “stagioni dell'apocalisse” che uccide il naturalismo verghiano, per dirla con Mazzacurati: contribuiscono all'omicidio anche Svevo e Gadda) e che appartengono anche alla produzione artistica, filosofica, narrativa e teatrale europea: “Non v'è immagine sicura del Signor Teste. Tutti i ritratti differiscono tra loro” per citare Paul Valery.
Genera un meccanismo che possa funzionare in palcoscenico, Pirandello, per cui prevede un gruppo che convoca – e riceve – coloro di cui si (s)parla perché siano interrogati, producendo un sistema di entra-ed-esci calcolato al secondo, perché tanto la signora Frola che il signor Ponza suo genero siano commentati dagli/dalle appartenenti alla borghesia, a loro volta controcommentati dal personaggio di Lamberto Laudisi, portavoce del pensiero dubbioso, multiplo, relativista dell'autore. Si tratta di reiterare – nel 1917 – la composizione della scatola teatrale come stanza della nevrosi e della tortura, per usare la definizione di Macchia, la stessa in cui vengono perquisiti fino all'anima quasi tutti i personaggi di Pirandello: “Volete fare il tribunale?” dice, non a caso, il dottor Hinkfuss in Questa sera si recita a soggetto, “Il vero teatro!” gli risponde il primo attore. Così Pirandello accenna ad argomenti altissimi mantenendosi però coerente coi mezzi e le consuetudini teatrali del suo tempo, tant'è che Così è (se vi pare), pur essendo una “commedia”, è anche definita o definibile come “trattato”, “manifesto”, “parabola a tesi”, “teorema” e sua “dimostrazione”: da un lato abbiamo dunque la materialità artigianale della scena e degli interpreti; dall'altro il senso ulteriore dell'opera, valido ancora oggi, valido domani, valido sempre: quanto è vero ciò che crediamo (o che ci dicono) sia vero?
Così è (se vi pare) perciò è interpretabile in molti modi: come trama da stanza chiusa o come denuncia della borghesia primo-novecentesca, la stessa che per ipocrisie, affarismo, delazione, arrivismo, cecità umana, disinteresse o complicità colpevole trascina l'Italia al fascismo e alle guerre mondiali; è interpretabile come delirio patologico o come rito, giacché la signora Frola e il signor Ponza sono/sembrano figure evocate, che appaiono carnalmente dopo essere state chiamate a manifestarsi; oppure – invertendo la dinamica drammaturgica – Così è (se vi pare) può essere intesa come opera che anticipa le visite dei personaggi pirandelliani all'autore: creature che vogliono esistere, perché ne venga risolta la tragedia, e che perciò chiedono ai loro interlocutori di potersi esprimere, di poter essere dette/scritte, di poter accadere in palcoscenico.
Ancora: l'opera può essere impostata in maniera tribunalizia (uomini e donne indagano, giudicano, condannano altri uomini e donne) ma anche come assedio cerebrale: così i borghesi diventano vittime della loro ossessione, in preda continua come sono agli stessi discorsi, agli stessi pensieri, alle loro fissazioni; l'opera può avere una dimensione realistica – ambientata cioè tra divani e tappeti – o può avvenire nel buio, ridotta in un antro oscuro dal quale avanzano larve corporee o solo voci; dell'opera se ne può esporre la crudeltà dialogica – che è crudeltà fisica – o se ne può rendere la narratività teatralizzata (il passaggio dalla novella al dramma); qualcuno ha visto nel salotto un palcoscenico, per cui quando arrivano i protagonisti gli ospiti ne diventano pubblico ritirandosi nell'ombra, qualcun altro ha messo invece in relazione il terzetto principale di Così è (se vi pare) al terzetto composto da Pirandello, sua moglie e sua figlia, vedendo nella commedia la rappresentazione metaforica delle pulsioni e delle accuse d'incesto; alcuni hanno inteso la trama come un j'accuse del perbenismo pettegolo e voyeuristico, altri l'hanno letta come trama che conferma l'impossibilità novecentesca della tragedia, altri ancora hanno rilevato in Frola, Ponza e la loro moglie/figlia la vocazione eternamente suicida del personaggio pirandelliano di fissarsi in una forma per sottrarsi al flusso della bassa vita quotidiana. Basta aver letto il lungo diario tenuto da Massimo Castri per la sua regia, d'altronde – edito nel 1981 da Ubulibri in Pirandello Ottanta – per rendersi conto della plurisignificanza dell'opera: da “situazione d'incesto come la rappresenterebbe però il sogno” a “drammaturgia sulla cancellazione dell'identità”, da “testo che non vuol dimostrare proprio nulla” a “macchina teatrale celibe, che non produce significato ma che, proprio per questo, determina inquietudine”.
Ebbene, rispetto a tutto ciò come collocare la riscrittura e la regia di Flavia Giovannelli? Sarò sincero con chi mi sta leggendo: non lo so.


Il lavoro di taglia-e-cuci alla base di Parla così la verità è chiaro: frammenti della novella pirandelliana di partenza – La signora Frola e il signor Ponza, suo genero – vengono incastrati nella partitura teatrale, a sua volta depurata dalla verbosità in eccesso. Così le primissime scene dell'opera, in cui il consigliere Agazzi e la signora Amalia, Dina e la signora Sirelli e consorte, il cameriere e Laudisi parlano di Frola e Ponza in attesa che Frola e Ponza compaiano vengono compresse nell'immagine iniziale dello spettacolo: un crocicchio di dodici tra donne e uomini giungono a centro sala, prendono posto sulle panche e la sedia, sovrapponendo in progressione la propria voce alle altre: si tratta – riferimento alla novella – degli “abitanti di Valdana” e, più precisamente, dei coinquilini del “casone nuovo” che si trova “all'uscita del paese”; insomma, sono “quelli de il Favo”. D'altronde, non si dice in Così è (se vi pare) che il modo “in cui vive questo signore”, cioè il Ponza, ha “suscitato la curiosità naturalissima di tutto il paese”? E non si dice ancora che “la smania di penetrare questo mistero” rischia di far “impazzire tutti quanti”? Eccolo dunque tutto il paese, eccoli quindi tutti quanti: un coro li rende Flavia Giovannelli, perché il coro è rimando alla città intera, è chiacchiera individuale che si fa discorso collettivo, è sguardo onnipresente e fonte inesauribile di diceria, è rappresentante morale, giudice supremo, vox populi vox dei. Ancora: questo coro – dal quale gli interpreti si staccano di volta in volta per rendere un barlume del loro personaggio, una battuta o ampie sezioni della trama – è una voce-che-funziona-all'unisono per gran parte dello spettacolo e dice ora un frammento della novella (esempio, la descrizione del signor Ponza: “Tozzo, senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi su la fronte bassa”) ora una didascalia (“E tutti e due abbracciati, carezzandosi a vicenda, tra due diversi pianti, si ritireranno bisbigliandosi tra loro parole affettuose”) ora – soprattutto – assume la posizione e il punto di vista di Laudisi, il suo filosofeggiare per assiomi, le sue brevi asserzioni monologanti: così, a coppia, i membri del coro si parlano – ad un punto –  interrogandosi  e rispondendosi a specchio (“Chi è pazzo di noi due? Eh, lo so: io dico 'tu' e tu col dito indichi me”) per poi proseguire affermando che “il guaio è che, come ti vedo io, non ti vedono gli altri. E allora, caro mio, cosa diventi tu? Un fantasma, caro, un fantasma”.


Alla riscrittura – che denota padronanza del materiale pirandelliano – non segue però una regia dai segni rigorosi e coerenti nel suo darsi scenico. Esempio: lo spazio di Parla così la verità è un luogo non-identitario, uno spiazzo di passaggio che funge ora da sede di una riunione di condominio, ora da cortile del palazzo, ora da stanza chiusa di una casa privata: a questa (non) denotazione ambientale si contrappongono lacerti del realismo che fu: le giacche a quadroni e le collane di perle, le pettinature d'annata e i cappelli con veletta, il trucco calcato attorno agli occhi, una radiolina che colloca lo spettacolo al 1958 tramite i suoi frammenti sonori: che relazione ha questo cascame semicaricaturale e verista – o da “teatro teatrale” d'allora, per usare una definizione di Pirandello – con un palcoscenico che vive di praticabili neutri (tre panche e una sedia di legno chiaro) e di pareti nude del teatro? Ancora: il coro assume spesso posizione frontale ma questa frontalità ora è aperta, come se le parole fossero rivolte al pubblico, ora invece sembra chiusa, per cui alcune battute – anche quelle dette all'unisono – paiono volte solo all'interno. Inoltre: come mettere in relazione la verisimiglianza interpretativa richiesta agli attori, quest'assoluta aderenza al ruolo e al personaggio, con la coralità medesima – che è dichiarazione manifesta di epicità – e, ancora, con l'uso continuo degli spazi oltrescena (esempio: il corridoio d'accesso al palco dell'Elicantropo)? E che senso ha la collocazione a metà del Novecento, in bilico cioè tra il presente e il 1917 in cui l'opera fu composta?
Dunque spazio, tempo, alcune dinamiche attorali e una coralità di cui non mi appare sempre chiara la funzione sembrano suggerirmi una rigore registico ancora da trovare, un'identità dello spettacolo che è ancora in embrione: chi sono Ponza e Frola per Flavia Giovannelli? Sono due figure teatrali rievocate in palcoscenico? Sono gli spettri ritornanti del dettato pirandelliano? Sono personaggi in cerca d'autore? Sono creature che non possono agire ma solo dirsi? Sono la proiezione vedibile dei pensieri collettivi? Sono coloro che non riescono a vivere ma che possono solo prendere coscienza d'aver vissuto? Sono persistenze della vecchia commedia borghese (il Così è) cinti dal disordine dei pensieri (se vi pare) di una struttura dunque volutamente bipartita? O sono un rimando a questo falso preso per vero, con cui riempiamo le nostre giornate? Sono gli stranieri di  una comunità che li rifiuta? Sono l'identità superficiale della comunicazione odierna, l'imbroglio fatto passare per certezza, l'opinione tramutata in fatto? O sono –  ancora –  una donna e un uomo, di cui non riusciremo mai a sapere abbastanza: come mai sappiamo davvero abbastanza di chi ci vive accanto, della persona che amiamo o detestiamo, dell'altro e di noi stessi?
Questo, in definitiva, mi lascia la regia: un'indeterminatezza di fondo per cui non sono riuscito a comprenderne il punto di vista registico sull'opera, la direzione dell'approfondimento che è stato effettuato, la forma e il contenuto che deriva dall'approfondimento e che si vuole condividere al pubblico.
Invece più chiaro mi è parso un altro aspetto di Parla così è la verità.


I quindici interpreti sono neodiplomati all'INDA – l'Istituto Nazionale del Dramma Antico – mentre Flavia Giovannelli è la loro insegnante di Educazione al dire. Forse è qui che va cercato il senso dello spettacolo: Parla così la verità è uno “studio” su Pirandello che immagino sia stato svolto collettivamente (come un lavoro di classe) e che è utile – prima ancora che a rendere in forma nuova o diversa Così è se (vi pare) – per far lavorare assieme questo gruppo di giovani e giovanissimi attori appena formatisi. Il testo di Pirandello diventa cioè lo strumento per cominciare a mettere in pratica ciò che si è appreso: la lettura e la comprensione di una drammaturgia, la ricerca – all'interno della stessa – di un significato nascosto, il lavoro di regia e quello attorale, l'attribuzione dei ruoli, la funzione che ogni ruolo assolve all'interno di un meccanismo complesso com'è ogni spettacolo di compagnia; la propria presenza e la relazione da stabilire e mantenere con la presenza dell'altro, il movimento inteso come azione e dinamica, lo sfruttamento degli spazi oltre-palco, l'utilizzo dei praticabili e dell'attrezzeria, la frontalità aperta e chiusa ed il tuo corpo all'interno di questo spazio, l'assolo che ti tocca – il monologo al cospetto di un pubblico doppio: i tuoi compagni di recita e gli spettatori in platea – e la frase pronunciata in controtempo rispetto al rumore di fondo o la battuta che invece dovete saper dire in coro.
Guardarsi, quindi, e ascoltarsi, stare insieme, comprendere l'interdipendenza scenica, l'importanza di una relazione vitale perché risulti credibile lo spettacolo che state interpretando. Qui è la ragione plausibile di Così parla la verità se lo spettacolo è assunto come tentativo ed esperienza formativa prima che come prodotto chiuso e finito: una compagnia – numerosissima per gli standard della teatralità odierna – che sta imparando ad agire come un organismo unitario, che sta apprendendo come ci si impegna all'unisono, che sta affrontando i suoi primi viaggi in tournée, che sta facendo prova di cosa voglia dire lavorare in teatro e farlo non a casa propria bensì lontano dalla scuola e dal territorio d'appartenenza, al cospetto di un pubblico che non è il tuo pubblico abituale.
Così anche il coro che approfondisce, incide, commenta e giudica i due personaggi e la loro vicenda assume un significato diverso, che aggiunge poco a una vera reinterpretazione del classico pirandelliano: è invece il mezzo attraverso il quale gli attori stanno imparando a respirare all'unisono, a pronunciare la parola con un'intonazione corretta e non prevaricante, a far parte di un gruppo apportando al gruppo il proprio timbro ovvero: la propria unicità.
Un'esperienza sul fare in concreto il teatro prima che la condivisione di una regia matura, capace di regalare qualcosa di inedito alla rilettura di quest'opera di Pirandello. Questo è Parla così la verità, o meglio: così mi parso.

 



Le foto, di Sebastiano Trigilio, fanno riferimento ad un allestimento precedente.

 



Parla così la verità. Omaggio a Luigi Pirandello
regia
Flavia Giovannelli
con Dario Battaglia, Alessandro Burzotta, Andrea Cannata, Aurora Cimino, Carla Cintolo, Cinzia Coniglione, Corrado Drago, Alice Fusaro, Marcello Gravina, Ivan Graziano, Virginia La Tella, Anita Martorana, Riccardo Masi, Francesco Torre, Giulia Velentini
produzione CASO 19 Teatro
lingua italiano
durata 1h 30'
Napoli, Teatro Elicantropo, 16 dicembre 2016
in scena dal 15 al 18 dicembre 2016

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