“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Giovedì, 21 Marzo 2013 12:41

In scena, per morire

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“Tra il desiderio dell’anima mia e me ci sono Clarence, Enrico, e il suo giovane figlio Edoardo, e tutti gli eventuali discendenti dei loro corpi, pronti a succedere prima che io possa impiantarmi: una previsione che gela i miei propositi. Dunque, io mi limito a sognare il potere; come uno che sta sopra un promontorio e guarda una spiaggia lontana dove vorrebbe arrivare, desiderando che il suo piede sia pari al suo occhio; e rimbrotta il mare, che si frappone, dicendo che l’asciugherà con una secchia per spianarsi la strada: parimenti io bramo la corona, essendone parimenti lontano, parimenti rimbrotto gli ostacoli che si frappongono, parimenti dico che li eliminerò alla radice, lusingandomi di poter compiere l’impossibile”.

Chiunque cercasse questa battuta di Riccardo all’interno del Riccardo III non affatichi gli occhi e smetta di sussultare le pagine, voltandole con fretta inaudita. Queste parole appartengono all’Enrico VI perché è nell’Enrico VI che Riccardo inizia la sua recita.
Dopo la parola “impossibile”, ecco la prima frase che viene: “Il mio occhio corre troppo, il mio cuore troppo presume”. Non è il momento. Per Riccardo – nell’Enrico VI –  non è il momento: lontano è il legno del trono, l’oro della corona, ogni altro ornamento del potere: lontano quanto “una spiaggia lontana” da cui si è distanti un mare che va prosciugato.
Non è il momento per quest’essere con cui la Natura ha scherzato alleandosi alla Deformità: il braccio come un arbusto secco, la gamba destra più lunga dell’altra, una spalla curva e rigonfia. Non è il momento per questo grumo espulso e rifiutato dal ventre di sua madre, la cui nascita indesiderata fece stridere la civetta, cantare la cornacchia, acquattare il corvo sul comignolo mentre i cani presero a ululare, le gazze schiamazzarono sinistre e “spaventose tempeste schiantarono gli alberi”. Non è il momento per questa storta carogna nata già coi piedi in avanti, nata coi denti, nata tra le urla di donne che chiedevano, a Dio, dell’errore commesso.
Non è il momento: “Il mio paradiso sarà sognare la corona; e – da vivo – reputerò questo mondo l’inferno, finché il deforme tronco che mi sostiene la testa non sia recintato con la fulgida corona. Eppure non so come arrivare alla corona, perché molte vite stanno tra me e il mio fine”. Ma basta un attimo per comprendere la maniera per giungere dove si desidera giungere, per ottenere ciò che si vuole ottenere: “Posso sorridere, e mentre sorrido uccidere, posso gridare ‘Va bene!’ a ciò che mi opprime il cuore, e bagnare le mie gote con lacrime finte, e atteggiare la faccia per ogni occasione”.
Può recitare, Riccardo; sarà recitando che conquisterà la corona: “Dispongo di più colori che un camaleonte, posso cambiare forma come Proteo se mi conviene. So fare tutto questo, e non prendere una corona?”.
L’ultima battuta di Riccardo, a mezza pagina sola dalla fine dell’Enrico VI, dopo aver appena baciato Lady Gray, inchinandosi alla bella regina: “A dire la verità, così Giuda baciò il suo Signore e gridò ‘Ave’ intendendo ogni male”.
Questa frase, detta mentre cala il sipario e gli applausi scrosciano ignari, è la prima battuta di un’opera già pronta dietro al sipario medesimo. Questa frase è già il Riccardo III poiché Riccardo, alla fine dell’Enrico VI, ha già concepito il suo Riccardo.
Il Riccardo III è la recita di Riccardo. Il Riccardo III è l’opera di Riccardo. Riccardo è l’autore, il regista, l’aiuto regista, il capocomico, il primo attore, il protagonista, il suggeritore del Riccardo III. Svestito l’abito che tocca alla comparsa di una storia, tolto il mantello di chi giace sul fondo della scena, masticata l’ultima lettera di un ruolo che lo confina di lato, Riccardo produce in un attimo il copione della sua stessa vicenda (“Non mangerò, stasera. Datemi carta e inchiostro”) perché la sua stessa vicenda trovi compimento in ribalta.
Così Riccardo (e non Shakespeare) scrive per sé 8800 parole (solo Amleto potrà vantare più inchiostro, richiedendo più fiato), scrive almeno quattro monologhi con i quali potrà parlare direttamente agli astanti, scrive un sontuoso inizio di trama che lo veda – da solo – al centro del palco: “Ormai l’inverno del nostro scontento si è fatto estate nel bel sole di York”.
Così Riccardo (e non Shakespeare) tramuterà gli anni in ore, i mesi i minuti, i giorni in secondi per poter incontrare Anna, non dopo interi autunni e intere primavere, ma nell’istante medesimo in cui la fanciulla piange da vedova.
Così Riccardo (e non Shakespeare) richiamerà alla platea sempre gli stessi nomi (Enrico, Eduardo, Elisabetta, Margherita) accompagnati sempre dagli stessi titoli (il duca di York, il duca di Clarence, il principe di Galles, il marchese del Dorset) dandogli – tuttavia – poco più che lo spessore di spettri (o d’avanzi di drammi già consumati davanti ad un pubblico) perché sia esaltata la sua sagoma orribile (vi basti la Regina Margherita: “Misera ombra, regina dipinta, riproduzione di ciò che ero stata, programma lusinghiero di una atroce pantomima, pupazzo posto in alto per essere scagliato bene in basso” e “soffio, bolla, drappo dardeggiante per essere meglio bersaglio di ogni colpo, regina da burla per riempire la scena”).
Così Riccardo (e non Shakespeare) allestirà il proprio spettacolo facendo – di un palco vuoto e di pochi arnesi già in uso in altre tragedie – un regno intero con la dimora sontuosa provvista di torre, stanze e galere.
Così Laura Angiulli (e non Riccardo) allestirà il proprio spettacolo componendo un vero e proprio saggio teatrale su Riccardo, riproponendone le battute a lui destinate nell’Enrico VI, tramutando in ombre o fantasmi il resto dei personaggi ed affidandosi poi del tutto alla polisemica libertà shakespeariana di mutare il senso agli oggetti, di far apparenza con l’invisibile, di dare un ruolo ed un ruolo ed un altro ruolo ancora ad un unico interprete.
Così Laura Angiulli fa – di un velo – un corpo e la tomba di quel corpo; così fa – di un lampadario – il giorno e la notte; così fa – di Alessandra D’Elia – Anna, Elisabetta e la regina Margherita tanto quanto – di Stefano Jotti – fa Giorgio ed Enrico. Così Laura Angiulli fa del palco di Galleria Toledo (su cui siamo invitati a sostare, seduti) la corte di Riccardo, tramutando gli spettatori in nobili d’Inghilterra ma – allo stesso tempo – ponendoci in tondo evoca, disegna e realizza la rifondazione circolare dello spazio teatrale elisabettiano: il grande 0 su cui è possibile – per dirla con l’Enrico V – supporre che “siano adesso racchiuse due potenti monarchie”, dividere “in mille parti ogni singolo uomo” per veder apparire gli eserciti, sentire i cavalli “stampare i superbi zoccoli sulla docile terra” alla sola parola “cavalli”.
Così Laura Angiulli testimonia che – citando Jan Kott – “non hanno alcun significato i nomi storici o la fedeltà agli avvenimenti” perché i drammi storici di Shakespeare (uno di seguito all’altro, uno come l’altro, uno quanto l’altro) sono “una interminabile Settimana dei Morti” in cui “è sempre alba, sera o notte”, in cui “il tempo non esiste”, in cui “c’è solo la presenza della storia in modo quasi fisico”, in cui ogni notte è sempre “la stessa notte” poiché è di notte che avviene “il passaggio del potere”. Per questo abbassa la temperatura dei fari e taglia la luce in bagliori, rifinendo i corpi con l’ausilio dell’ombra, delle tenebre, dell’oscuro.
Così Laura Angiulli testimonia che – citando ancora Jan Kott – “in Shakespeare non ci sono dèi, ci sono solo dei re di cui ognuno è, a turno, ora carnefice, ora vittima, e degli uomini vivi e veri, che hanno paura”. Così il Riccardo di Giovanni Battaglia tende le braccia, le mani, le dita verso la corona, che si avvicina lentissima, ma il contatto col ferro spinoso è raggelante: trema, Riccardo, per un attimo; per un attimo Riccardo sospira, placa la sua bramosia, silenzia il suo odio, acquatta la sua libidine perché sa che, appena avrà cinte le tempie, inizierà il suo vero calvario.
Così Laura Angiulli testimonia che – citando per l’ultima volta Jan Kott – “la storia è un Grande Meccanismo” i cui cadaveri giacciono, accumulati come le carcasse al macello, ai piedi del trono. Testimonia che ogni dramma è identico a tutti gli altri drammi nel luccichio delle spade, nei passi dei soldati, nella conta dei dispersi: “Io avevo un Eduardo, finché un Riccardo non lo uccise; io avevo un Enrico, finché un Riccardo non l’uccise; tu avevi un Riccardo, finché un Riccardo non lo uccise” diviene perciò non uno strepito o un urlo di vinta fierezza ma una nenia, che sorge flebile e che flebile si trascina, sparendo nel buio.
Così Laura Angiulli testimonia – e, in merito, Jan Kott non può più essere citato – che il Riccardo III è un’opera scritta da Riccardo perché Riccardo la interpreti: ponendolo ad un passo soltanto da chi osserva, facendone sentire il respiro e i silenzi, offrendone ogni mimica del volto e i piccoli ghigni, i sorrisi accennati, gli sguardi insistiti Laura Angiulli – infatti – avvalora Riccardo quando Riccardo si palesa per autore (“Ho teso trappole: rischiose insinuazioni, profezie da ubriachi, libelli e sogni”); quando si palesa per regista (“Sai tremare, cugino, e impallidire, mozzare il fiato nel mezzo del discorso, e poi ricominciare, e poi fermarti, come sconvolto e pazzo dal terrore?”); quando si palesa per attore (“Ci fu mai donna così corteggiata? Ci fu mai donna così conquistata?” commenta dopo la recita nella quale, da Anna, è stato appena chiamato “istrione”).
È mezzanotte fonda, gli ultimi spiriti sono appena dissolti, i lumi emettono un striscia sottile. Tremano gocce fredde di spavento al volto dormiente di Riccardo. Riccardo sogna, il sogno è l’a-parte che si è lasciato per ultimo perché si confessi, poche pagine prima di sparire per sempre: “Di che ho paura? Di me? Qui sono solo. Riccardo ama Riccardo: io sono io. C’è un assassino qui? No. – Ma sì, io. Allora fuggi. Come, da me stesso?”.
Il Riccardo III è l’opera scritta da Riccardo perché Riccardo ne sia padrone e servo, assassino e assassinato. Dal Riccardo III Riccardo non può uscire, evadere, fuggire: questa vicenda d’inchiostro, allestita sul palco per amore di sé, svela tutta la sua crudele essenza di prigione drammatica. Mancano pochi attimi, solo qualche frammento che riferisca di una battaglia di cui ci arriveranno solo i frammenti. “Non c’è speranza per me: nessuno che mi voglia bene, nessuno che abbia pietà di me se muoio. E perché mai dovrebbero, quand’io stesso non provo pietà per me stesso?”.
Riccardo sa che tra breve non sarà più Riccardo. Sussurrata l’ultima battuta (“Il mio regno per un cavallo”) caleranno le luci, nell’aria suonerà la parola “amen” ed egli – tra gli applausi che battono forti – finirà nell’elenco in cui i morti si assommano ai morti, in cui i drammi si assommano ai drammi.
Riccardo non è più Riccardo.
Riccardo non è più.

 

 

 

Riccardo III, invito a corte
da Riccardo III
di William Shakespeare
drammaturgia e regia Laura Angiulli
con Giovanni Battaglia, Alessandra D'Elia, Stefano Jotti
scena Rosario Squillace
luci Cesare Accetta
assistente alla regia Flavia Francioso
responsabile tecnico Luigi Agliarulo
produzione Il Teatro coop. Produzioni/Galleria Toledo
Napoli, Galleria Toledo, 20 marzo 2013
in scena dal 20 al 24 marzo 2013

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