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Martedì, 13 Dicembre 2016 00:00

Conoscersi per dirsi addio

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La partita a Trivial, il cartoccio di “alici calde calde”, un viaggio Roma-Lecce in auto; il film al cinema, questo letto e questo divano, le cuffiette per sentire la musica, così da isolarsi dagli altri e dal resto; i croccantini del cane, la felpa larga – indossata per restare a parlare tutta la notte – e i calzini rossi o il boxer a righe, i capelli che stai cominciando a perdere e che ti danno la misura del tempo che passa; un bacio evitato con imbarazzo, questo schifo di lavoro per cui sei costretta a startene sui pattini a distribuire volantini, il tempo impiegato a leggere l'unico libro che possiedi e le tasche vuote, perché oggi non hai i soldi neanche per un caffè o la benzina.

Teatrodilina in Banane racconta condizioni destinate a finire, stanchezze che stanno cercando il loro sfogo definitivo e rapporti che sembrano talmente intensi da sembrare irrinunciabili salvo rivelarsi leggeri, sottili e strappabili come un foglio di carta – l'amicizia, l'amore, un legame di parentela, la presenza o l'assenza della famiglia, la lontananza da casa e questo sentimento d'affetto che sembra nascermi dentro e che si rivela solo una suggestione momentanea – e lo fa traendo dalla vita minuzie ordinarie per farne un continuo snodo drammaturgico: il regalo che ti ho fatto e che non ti piace, la birra che abbiamo bevuto sulla spiaggia, la volta in cui abbiamo fatto l'amore, lo squillo notturno al cellulare, questo gesto con la mano (che significa “devo andare”) o questo abbraccio, più lungo del previsto, con cui mi stai dicendo addio senza parlare. Così facendo l'insoddisfazione che non ti fa dormire, la preoccupazione per il futuro, il dolore di un'assenza, la malinconia che si prova quando si resta da soli, il bisogno di cambiare, l'insofferenza verso se stessi e verso gli altri, l'infelicità – che sono la materia stessa dello spettacolo – non trovano quasi mai dichiarazione esplicita ed ostentazione diretta ma diventano qualcosa di sotteso, che va intuito o interpretato. E d'altronde: nella vita di tutti i giorni compiamo forse gli atti drammatici degli eroi shakespeariani, viviamo le condizioni equivoche dei personaggi di Pinter o mostriamo l'arguzia universale di cui sono maestre le figure di Beckett? Piuttosto i nostri sentimenti – i più lancinanti e sinceri, i più necessari e sentiti – trovano coniugazione nei piccoli gesti o nelle circostanze che, al momento, ci paiono di poco conto e portano a scelte che, nella maggior parte dei casi, non producono il fragore della tempesta ma si realizzano invece nel silenzio, sottotraccia, senza che gli altri quasi se ne accorgano.


Quattro personaggi: Pino, il suo amico Elio, la cugina Palma, il fidanzato di Palma: Max. Chi sono davvero? Potrei affermare: amici tra loro (Elio e Pino), qualcuno parente tra loro (Pino e Palma), qualcun altro – invece – sembra amarsi (Palma e Max). Scrivo tuttavia: sono persone sole, che vivono uno stato di abbandono costante, vissuto nel pieno della compresenza e della compagnia. Due aspetti me ne danno conferma: le dinamiche di relazione ed il lessico.
Le dinamiche di relazione.
In Banane assistiamo a un tourbillon di incontri, di coesistenze, di ospitalità ottenute e ricambiate al punto che potremmo pensare a queste creature come le protagoniste di una vita sociale attivissima: “gli altri” con cui uscire a divertirsi, il viaggio dalla Puglia a Roma per lavoro, l'impegno quotidiano in azienda o il cane di cui prendersi cura; in realtà Pino, Elio, Palma e Max si rivelano al confine della miseria emotiva e finanziaria: Pino passa le giornate in casa a leggere un libro, sprofondato tra il letto ed il divano; Elio per riempirsi lo stomaco saccheggia il frigo degli altri; Palma è irrealizzata nel lavoro e insoddisfatta nell'amore mentre Max pare afflitto da gelosia atavica, scatti d'ira repressi e una misantropia latente, poi acuita dalla perdita dell'unico essere verso il quale mostra una dolcezza assoluta: il cane. Figure al cospetto di una sconfitta umana che si sta manifestando giorno dopo giorno sempre più chiaramente Pino, Elio, Palma e Max si rivelano monadi immerse in un turbinio confuso ed apparente: incapaci di ascoltare ed essere ascoltate, di capire ed essere capite, vivono accanto agli altri senza mai riuscire ad essere l'uno per l'altra davvero e fino in fondo. Così Elio non bada alle parole di Pino, preferendogli l'audio della televisione, Palma getta le scarpe che Pino le regala, Max non comprende il bisogno che Palma ha di evadere da una relazione alla quale l'hanno costretta più le circostanze che il sentimento mentre Pino, stanco di stare qui – ovvero in questa condizione di decadenza e di pantano – abbandona Elio partendo per la Grecia ossia: si dirige verso un nuovo fallimento. Mi viene perciò da scrivere che, in Banane, ognuno sembra fondamentale per l'altro ma nessuno lo è per davvero: non è invece che un ripiego; non è che la persona di cui ci si accontenta, quel che passa il convento, l'altro di cui potremmo fare a meno ma dal quale – per noia, spossatezza emotiva, per mancanza di coraggio o d'iniziativa – non ci stacchiamo: non ancora, almeno. Ecco dunque la formalità del legame di sangue (Pino e Palma), l'amicizia ridotta a mera compagnia (Elio e Pino), la pochezza di una relazione d'amore (Max e Palma) fatta di imposizioni e di silenzi, di accomodamenti momentanei, confusioni, vaghe abitudini sedentarie.
Il lessico.
Per comprendere la distanza tra ciò che appare e ciò che è basta porre attenzione alle parole che i quattro dicono e al modo nel quale le pronunciano. Pino, Elio, Palma e Max parlano di continuo – “chiamami per qualunque cosa”, “somigli a quell'attrice”, “questa città è un posto pericoloso”, “t'accompagno perché tanto non sto facendo nulla” e “il dna ha una forma elicoidale”, “l'Uganda è l'unico Paese africano che ha un uccello nella bandiera”, “andiamo a vedere un film di supereroi” – ma in realtà non si dicono nulla che sia davvero significativo e necessario: per questo l'aggettivo “archetipico” alimenta una discussione in cui tutti affermano la stessa cosa senza comprendersi; una freddura – “Sai cosa fa un ginocchio in discesa? Rotula” – viene ripetuta per l'ennesima volta senza riuscire più a far ridere o avvengono dialoghi come questo:
“Torni a Lecce?”.
“Vicino Lecce...”.
“È bella Lecce!”.
“Ci sei stato?”.
“No”.
Ovvero: non conta vivere davvero un'esperienza e farlo fino in fondo (nel caso: aver visitato Lecce); conta invece alluderla, blaterarla o usarla come argomento per ingannare il tempo, noi stessi e gli altri, il destino che in questo istante vuole che stiamo assieme.
“Max, io non sono felice!”.
“Ma perché, io ti sembro felice?”.
Ad un punto Palma e Max riescono finalmente a confessare ciò che per loro è urgente ma non si tratta che di un accidente passeggero, di un momento-chiave che rivela per contrasto il resto della trama: così come prima di queste due battute è stata rimossa la morte di una madre, infatti, dopo si ritorna a un'incomunicabilità effettiva mascherata da comunicazione superficiale. È tanto vera questa impossibilità di dire e dunque di confrontarsi e comprendere che – quando Max parla al cane raccontandogli l'addio di Palma – non riesce a completare le frasi: “Succede quando due persone si vogliono...” o “può capitare che...”. Insomma: le parole “bene” o “si lascino” – ciò che conta davvero perché è ciò che accade: io ti voglio bene; io ti lascio – sono espressioni affermative, certe, definitive e che, pertanto, non possono essere pronunciate. Ulteriore conferma: i quattro personaggi sono tutti contraddistinti da difficoltà o limiti linguistico-espressivi: Pino tace, celando nel silenzio ciò che pensa, desidera o prova; Elio utilizza frasi-fatte; Palma parla un dialetto che necessita di traduzione; Max emette sillabe distorte e sonorità strascicate. Comunicare tra noi, ci dice Banane, sta diventando – emotivamente, fisicamente e culturalmente – un problema non più risolvibile.


Tutto ciò trova forma dichiaratamente teatrale sul palcoscenico, o meglio: abbiamo l'immedesimazione del falso-che-sembra-vero per le quattro figure che risultano tuttavia collocate in una scenografia irrealistica e allusiva. Per dirla meglio: in Banane – fatta eccezione per gli uomini e la donna che ne fanno parte – nulla è plausibile e tutto appare metaforico.
Abbiamo: una scacchiera per tappeto, composta da quarantadue caselle giallo-nere, che funge ora da spazio aperto (una stazione, la spiaggia, la strada) ora da interno chiuso (il monolocale romano, la casa leccese, un padiglione d'azienda, il cinema, il centro commerciale). Sulla scacchiera: quattro casse di plastica che diventano – di volta in volta – letto e divano, mobile di casa, sediolini d'auto, poltrone del cinema, stand, tumulo di sabbia e – in una sola occasione – ciò che realmente dovrebbero essere: casse che contengono frutta. Si aggiungano: uso del sonoro oltre-scena; utilizzo del corridoio laterale; attraversamento dello spazio centrale della platea; simulazione mimica dell'uso di oggetti inesistenti.
Alla definizione di un contesto fasullo viene associato il fasullo dello sfaldamento cronologico: Banane non possiede la continuità della trama lineare ma si articola ponendo in successione una quarantina di micro-scene dalla durata variabile (tra i due e i cinque minuti l'una), intervallate da brevi istanti di buio in cui vengono ridefinite le posizioni delle casse. Se nel durante degli eventi la quarta parete è presente – le battute sono interne, non c'è alcuna relazione con il pubblico né vi sono accenni di metateatralità e la frontalità è sempre chiusa, come se noi che sediamo in platea non esistessimo – invece negli intermezzi si sfrangia: le casse hanno infatti gli orli fluorescenti e, questa caratteristica, serve ad avvertire gli spettatori – e a renderli dunque consapevoli – che il proseguo della storia porta a una mutazione in corso dello scenario. Teatrodilina espone dunque i suoi trucchi o meglio: non rinuncia alla dichiarata teatralità nel mentre fa teatro così come non vi ha rinunciato con Uccelli migratori (penso a una casa le cui pareti sono strisce di iuta) o Le vacanze dei signori Lagonìa (i trenta secondi che fanno da prologo allo spettacolo, durante i quali i due attori si preparano – la forcina, gli occhiali, l'abito di scena – stando in penombra ed essendo così visibili agli spettatori).
Dunque.
I gesti apparentemente secondari e le circostanze minute che sono – che fanno – la nostra vita; i moti dell'anima affidati alle dinamiche di relazione e ad un lessico sabotato dall'interno, che non funziona e che vive di sottrazioni, confessioni accennate e poi ritratte, desideri segregati nel silenzio; una teatralità scenograficamente dichiarata, cui associare l'immedesimazione attorale, l'aderenza assoluta tra l'interprete e il personaggio: sono tre caratteristiche che, tra le altre, dimostrano lo sviluppo di una poetica artistica coerente, la crescita di un'identità riconoscibile spettacolo dopo spettacolo. C'è nelle opere di Teatrodilina – sotto il manto dell'ironia, talora del grottesco o del comico che contraddistingue alcune scene o qualche personaggio – l'espressione di un dolore vero, di una mestizia umanissima; c'è una sofferenza a tratti lancinante ma che non strepita mai, che non urla diventando offerta plateale di sé ma che invece persevera tacita, insistendo come un malessere. Così capita di ridere per una frase, per un momento della trama, per una trovata umoristica ma – alla fine – Banane lascia un senso di tristezza, un retrogusto amaro, dimostrandosi non solo o non tanto un “road movie”, come pure definisce l'opera la compagnia, ma una (a tratti allegra) sinfonia di incontri, separazioni e addii.
Pensavamo di poter stare assieme ed invece non ci resta che andare ognuno per la propria strada.

 

 

 

 N.B.: su Banane si veda anche: Sara Scamardella, Le banane non sono mai troppe (Il Pickwick, 24 novembre 2014)

 

 

Banane
scritto e diretto
da Francesco Lagi
con Francesco Colella, Leonardo Maddalena, Aurora Peres, Mariano Pirrello
luci Martin Emanuel Palma
disegno suono Giuseppe D'Amato
scene Salvo Ingala
costumi Daniela Tartari
organizzazione Regina Piperno
foto di scena Loris Zambelli
produzione Teatrodilina, Progetto Goldstein
lingua italiano, dialetto pugliese
durata 1h 30'
Napoli, Piccolo Bellini, 7 dicembre 2016
in scena dal 6 all'11 dicembre 2016

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