“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Venerdì, 09 Dicembre 2016 00:00

In memoria di Danilo Dolci

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Danilo Dolci, un poeta, un missionario civile, un uomo puro. Danilo Dolci, l’uomo che digiunava davanti al mare ascoltando Bach, facendo propria la fame altrui, Danilo Dolci, che per “protestare” costruiva asili, fognature, dighe. Danilo Dolci che predicava (e praticava) la non violenza. Danilo Dolci, la sua storia troppo poco conosciuta, troppo spesso dimenticata, va in scena sul palco del Teatro Comunale di Ceglie Messapica in una domenica mattina di novembre.

Le sedie sul palco a raccogliersi in platea ospitano un pubblico che s’assiepa come fosse un’assise assembleare: è un po’ come se a parlarci, di fronte, fosse proprio Danilo Dolci, la cui figura rivive pregna nell’intenso monologo di Giuseppe Semeraro.
Rivive Danilo Dolci, rivive il suo afflato poetico, politico, civile e sociale in un atto teatrale tanto misurato quanto appassionato, in cui Giuseppe Semeraro, per raccontarne, costruisce un monologo a più voci, in cui intonazioni, posture e gioco delle luci concorrono a istoriare una vicenda umana e poetica a tutto tondo, benché necessariamente descritta in sintesi attraverso passaggi significativi, brandelli di storia che sembrerebbero avere l’evidenza del puro buonsenso, se solo gli uomini e la storia non amassero perversamente l’autolesionismo paradossale dell’ingiustizia, quell’ingiustizia e quel paradosso che indurrebbero anche al riso, se non fossero gravidi di un carico tragico.
Entra subito in medias res, Semeraro, raccontando di Danilo, di Partinico, della fame, di bambini e di stelle che non stanno ferme; racconta un mondo, visto con gli occhi di chi quel mondo l’ha visto da presso, l’ha vissuto da dentro e ha tentato – pure con successo – di migliorarlo. Evoca in assito Danilo Dolci e quell’umanità “bandita” a cui dedicò la sua missione d’uomo libero e poeta.
Così, sulla scena e davanti all’assise riunita in platea, come fossimo le genti di Trappeto, di Partinico a cui si rivolgeva Danilo, Giuseppe Semeraro dà vita a un monologo fondamentalmente a due voci: da un lato quella di Danilo Dolci, dall’altra quella di “Zimbrogi”, al secolo Gallo Ambrogio, pastore diseredato, che sul palco assurge a simbolo di quell’umanità reietta e dimenticata. Due facce e due anime di uno stesso mondo condiviso, benché provenienti da mondi diversi e distanti: da un alto abbiamo Danilo e la sua poetica missionaria portata dal nord in un angolo di Sicilia, a far proprie le necessità di un popolo di esclusi, un popolo costretto a fare i conti con fame e vessazioni, ignaro di ciò che è proprio diritto e votato all’accettazione prona del sopruso; dall’altra Zimbrogi, con la sua immediatezza popolare, le sue diffidenze iniziali, la sua semplicità d’animo. Semplicità che accomuna anime distanti eppure vicine, fino a diventare un tutt’uno: così, un faro dall’alto illuminerà Giuseppe Semeraro quando darà voce a Danilo, un altro faro lo illuminerà quando darà voce a Zimbrogi, fino a che lo stesso faro, dall’alto, lo illuminerà nel dare voce sia all’uno che all’altro, come a sottolineare quella piena identità raggiunta, quella comunanza solidale che lega la figura di Danilo Dolci a quella di Zimbrogi e – attraverso Zimbrogi – a tutta la massa dei diseredati, dei poveri, dei dimenticati che, in un angolo di Sicilia decisero di seguire la follia poetica di un uomo che s’inventò lo “sciopero al contrario” (ovvero lavorare per protesta) e che fece sentire il rumore della fame col silenzio del digiuno. Ce li ritroviamo entrambi, sotto un medesimo faro, Danilo e Zimbrogi, illuminati dalla stessa luce, parlanti con voci diverse per dire cose simili, in cospetto d’un giudice per rivendicare la legittimità di un agire che ha come unico scopo il bene comune, per reclamare il diritto al lavoro così come sancito dalla Costituzione. E ce li ritroviamo, Danilo e Zimbrogi, vivere in scena come due anime di un corpo unico e popolare, che simbolicamente vive nel corpo di Semeraro e in quell’unico fascio di luce che ne accomuna le variazioni di tono e di timbro vocale.
Nella nudità della scena, la figura di Danilo Dolci si staglia enorme mediante l’evidenza oggettiva delle sue azioni, rivivendo appieno nel corpo e nella voce di Giuseppe Semeraro.
Ne scaturisce una messinscena densa e intensa, che mostra di non aver intenzione di affrescare l’immagine di un santino devozionale, bensì di raccontare una storia reale, calata nel reale, fatta di carne e fame, di aneliti e mancanze, di istanze disattese e di gente dimenticata. Istanze disattese di gente dimenticata cui dedica una vita in forma di missione Danilo Dolci, con la semplicità dell’evidenza, con l’incontrastabilità della non violenza.
Una storia di disperazione da cui nasce la speranza, una storia di disgregazione da cui sortisce aggregazione, una parabola umana e civile che vede un popolo crescere e imparare a desiderare e a sognare ciò di cui ha bisogno. A Partinico ci sarà finalmente una diga e torneranno le anatre, perché Danilo ha aiutato a crescere, perché Danilo ha insegnato a sognare.
Digiunando davanti al mare fonde afflato poetico e istanza sociale in un riuscito mix, che prende forma di partitura teatrale felice. Giuseppe Semeraro è abile nel calibrare e amalgamare i personaggi di una storia che trasmette con empatica immediatezza tutto il proprio appassionato sentire. Una storia che si chiude con un drappo bianco che si svolge a fondo palco con su scritto: “Ciascuno cresce solo se sognato”, mentre il sonoro originale della voce di Danilo Dolci ne evoca in modo ulteriore la presenza, fino a sfumare con gli applausi.

 

 

 

Digiunando davanti al mare
(un progetto di Giuseppe Semeraro dedicato a Danilo Dolci)
drammaturgia Francesco Niccolini
regia Fabrizio Saccomanno
con Giuseppe Semeraro
produzione Principio Attivo Teatro
lingua italiano
durata 50’
Ceglie Messapica (BR), Teatro Comunale, 20 novembre 2016
in scena 20 novembre 2016 (data unica)

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