"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 19 Novembre 2016 00:00

Fanny & Alexander: il teatro è politica

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“Il teatro forse dovrebbe insegnare a disconoscersi”.
                                                                                                         (To Be Or Not To Be Roger Bernat)

 

Il pubblico: questo sconosciuto. Nessuno lo forma, nessuno se ne cura, come se quel limen tra palco e platea segnasse una sorta di oblio destinato a scomparire solo quando le luci si accendono per gli applausi finali. Produci e consuma. Produci, promuovi e consuma. Eppure, senza pubblico non c’è spettacolo.

E forse è questo l’elemento che rende il teatro l’unica arte ancora viva – in quanto analogica, artigianale, non riproducibile in serie – in un mondo di plastic fakes. In un sistema culturale funzionante non spetterebbe agli artisti (pre)occuparsi del pubblico. Anche se il teatro, inteso nella sua concezione più alta, ha sempre a che vedere con la “polis”, con un’ideale o reale comunità e, quindi, anche con chi fruisce (attivamente) lo spettacolo. Su tutte queste questioni ragiona e fa ragionare, più o meno esplicitamente, To Be Or Not To Be Roger Bernat, una conferenza/spettacolo di Fanny & Alexander, cui val davvero la pena di partecipare. Partecipare, non vedere. Questo lavoro è la prima tappa di un progetto più ampio che non poteva che avere Amleto, scrittura shakespeariana che più di tutte si presta al metateatro, come testo di riferimento.
Protagonista della conferenza, il professor/artista Roger Bernat (un energico e irriverente Marco Cavalcoli) che, dividendosi tra inglese, italiano, spagnolo e francese e tra scrivania e proscenio, dissimula, scompone, viviseziona, riscrive il play: da solo e poi con i volontari dalla platea, con noi "che abbiamo il privilegio di giocare con l’identità perché siamo borghesi".
Il palco è specchio, la “trasmigrazione d’identità” non è solo un fatto scenico, Amleto è una metafora universale: siamo tutti chiamati a recitare sul palco della vita, ma non siamo buoni attori. Ecco che il teatro, non solo nel caso di Amleto, altro non è che una lente prismatica che permette di osservare, dilatare, sperimentare, mettere in discussione o metabolizzare (anche psichicamente) la realtà: lo permette all’attore ma anche allo “spett-attore”, che – consapevole o no – nel processo della messa in scena ha una grossa responsabilità.
Fanny & Alexander conduce un’operazione sopraffina: innesta l’opera shakesperiana sul “teatro partecipativo” di Roger Bernat (di cui abbiamo anche un avatar sulla scrivania in scena) con cui la compagnia ha condotto una serie d’interviste che sono la base di questo lavoro. Bernat, artista e regista catalano, è direttore della compagnia FFF − “the Friendly Face of Fascism” − nata nel 2008 a Barcellona con lo spettacolo Domini Public che anche attraverso i lavori successivi riprende e approfondisce il discorso sul teatro partecipativo nato negli anni ’60. Il pubblico è invitato a sperimentare una condizione a metà strada tra lo spettatore e l’interprete: “spett-attore” appunto. Il partecipante diventa responsabile di questa sperimentazione poiché si trova immerso nel pieno compimento della creazione scenica. È lui che la compone (o scompone), la interpreta, s’interroga.
Applicando i principi base di questo processo, Marco Cavalcoli invita persone dal pubblico non solo a smontare e rimontare con semplici gesti o brevi pezzi di copione la tragedia (perennemente calata nel metateatro), ma si fa a sua volta dirigere, secondo quello che è il principio della “eterodirezione”. Tutto ciò si trasferisce anche sul dubbio amletico, nucleo di un intero play che, a ben vedere, altro non fa che parlare di teatro attraverso il teatro. Così “'essere' indicherebbe la passività di spettatore ma anche la sua responsabilità, mentre 'non essere' equivale ad abbandonare lo spettacolo”, venendo meno a quella responsabilità che il singolo spettatore condivide con tutti gli altri, come parte di un’agorà/comunità ideale che – ce ne rendiamo conto? – siamo noi, quelli seduti in platea. È questo forse l’aspetto più vitale e profondamente politico che questa conferenza/spettacolo mette in evidenza, in linea con la ricerca concettuale e sperimentale che da sempre questa compagnia porta avanti sul e con il contemporaneo. Aspetto spesso dimenticato, censurato, ignorato in primis dalle fantomatiche “riforme” del sistema dello spettacolo e su cui il teatro – nella sua concezione più pura, legata a una funzione primariamente politica di questa pratica − dovrebbe tornare.
E anche se eravamo una comunità un po’ sparuta l’altra sera, alla Galleria Toledo di Napoli − dove Fanny & Alexander non tornava da un bel po’ – direi che il peso della nostra responsabilità ce lo siamo preso tutto, addosso. Ed è stato un vero piacere.

 

 

 

To Be Or Not To Be Roger Bernat
ideazione Luigi de Angelis, Chiara Lagani
drammaturgia Chiara Lagani
regia Luigi de Angelis
con Marco Cavalcoli
produzione E / Fanny & Alexander
organizzazione Ilenia Carrone
amministrazione Marco Cavalcoli, Debora Pazienza
lingua italiano, spagnolo, inglese, francese
Napoli, Galleria Toledo, 12 novembre 2016
in scena 12 e 13 novembre 2016

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