“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 18 Novembre 2016 00:00

“Un Principe”: recitare l’Abisso

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Buio.
Luce, ma solo vivamente “recitata” con una penombra accesa: il buio è uno stato interiore definitivo, così come lo è il vuoto dello spazio scenico. Appena Amleto si muove e parla, in sala ridacchiano tutti, più o meno divertiti, più o meno sorpresi. O inquietati, come chi scrive. Si ride perché forse, Amleto è “un principe” come nell’immaginario sono tutti i principi, virile, autorevole nelle movenze e nella voce, con-fuso con la forza, la consapevolezza, la tenacia e la spada, un personaggio che all’inizio della tragedia di Shakespeare è rabbuiato, scosso dalla morte del padre e disgustato dal tradimento della madre, un uomo luminoso e distante, sensibile e sensibilmente astuto, che per vendicare l’ingiusta morte del padre, studia e recita la parte del folle, una pazzia scaltra e turbolenta dunque, come lo è il suo “dire”, così capace di spalancare la realtà, così potente da distruggere un regno.

E invece questo Amleto, il protagonista di Un Principe, spettacolo teatrale della compagnia Occhisulmondo ispirato alla tragedia di Shakespeare, è folle sin dall’inizio della storia, prima centrale scelta della regia (che è di Massimiliano Burini, con l’assistenza di Matteo Svolacchia), e la sua follia, altra scelta registica decisa, è traduzione e sinonimo di “bestialità primitiva”, inconscia e infantile (decisione che sembra evocare la traduzione di Eugenio Montale del verso dell’Amleto: “Eccoli. Io devo fare il tonto”): l’Amleto di Un Principe è folle ma com’è folle il “tonto”, lo sciocco, e forse per questo tutti ridono; e soprattutto, progetto registico più apprezzato da chi scrive, questo Amleto è folle come la follia è sinonimo di un’umanità solo rincorsa, ricordata a memoria, “recitata”, è pazzo, questo Amleto, come sono pazzi i burattini, e per questa ragione inquieta lo spettatore. Fiaccato, svigorito, mansueto, rigido e docile ad ogni compito, anche al più crudele, freddo, ma come appare freddo chi ignora se stesso, chi non sa di essere una marionetta: questo Amleto insegue umanità, passo, voce, parole e storia dell’Uomo-Amleto.
Questo Amleto recita il corpo dell’Uomo-Amleto come fanno i burattini che rispondono al dettato imposto dai fili: circense, cammina sempre con la stessa compunta e innocente andatura, accordando le braccia al movimento delle gambe, i piedi che non smettono mai di strisciare sul suolo, e quando “appare” per la prima volta in scena, va avanti e indietro come incastonato in un carillon, terra di mezzo tra i vivi e i morti, abitata da altre oscure marionette – eccezionale per la resa dello spettacolo, il lavoro di ricerca contemporanea sul corpo svolto dagli attori della compagnia, tutti mascherati da marionette.
Questo Amleto recita la voce, le parole e la storia dell’Uomo-Amleto, finge come chi vuol fingere di essere un Uomo e non è umano: ha la stessa, monotona, tonalità di voce, quella del pupazzo obbediente, del soldatino che mima un principe, anzi, quella di una marionetta che mima un soldatino che mima un principe, e anzi, definitivamente per chi scrive, questo Amleto recita la voce e i versi di un bambino che gioca il gioco dell’attore, e che recita una marionetta che mima un soldatino che vuol essere un principe. Inquieta, perché non fa che ridacchiare, non sa “recitare” l’orrore di vivere che così, “Hi-Hi-Hi-Hi-Hi-Hi-Hi”, non sa rispondere alla fortuna-“Puttana” che così, “Hi-Hi-Hi-Hi-Hi”, non sa dire e muovere verità ed eventi che con quel “Hi-Hi-Hi-Hi-Hi”, verso incastonato tra i versi originali solo lievemente ripensati da Massimiliano Burini, che per Un Principe firma anche la drammaturgia – un verso che è, per chi scrive, la resa perfetta del cerimoniale vocale, cupo, sacro e simbolico di un essere irreale costretto a fingere la recita dell’essere umano, e che in questa rincorsa, per quanto l’operazione progettuale sia differente nelle intenzioni e nei risultati, ha però ricordato, per stridore e angoscia prodotti, non solo la voce “provata” dal legno del Pinocchio riscritto da Giorgio Manganelli, ma anche la “lontananza” profonda e inquieta, vuota, proveniente dal Nulla, generata dalla voce di Sonia Bergamasco per la Fatina del Pinocchio di Carmelo Bene.
Questo Amleto recita perfino (soprattutto) la recita amletica della follia. Come nel testo originale di Shakespeare, anche qui si interrompe e dice spesso “io devo fare il matto”, ma mentre lì nel testo è evidente, in qualche maniera, “la scelta” della follia come strategia per la vendetta, qui, in Un Principe, Amleto è folle sin dall’inizio, e per questo la sua dichiarazione, il suo ora-devo-fare-il-matto, suona solo come una “battuta” da burattino – l’unica pazzia che può essere riconosciuta come “reale” sembra quella di Ofelia. Ma il teatro, si sa, è Gioco, e in un attimo ciò che è vero si capovolge nel suo contrario.
Ci sono, difatti, quattro momenti dello spettacolo durante i quali improvvisamente la sua follia si mostra come scelta di una “coscienza” umana, e Amleto s-vela di “essere” davvero l’Uomo-Amleto, di essere umano, e non una marionetta. Quando? 1) Quando incontra il fantasma di suo padre. Qui, difatti, smette di trascinare i piedi sul suolo e li solleva da terra, salta, liberando anche un soffio vocale lontano dalla sonorità legnosa del burattino. 2) Quando parla con Ofelia e, improvvisamente, con voce di uomo, sussurrando le dice: “Scappa via Ofelia. Vattene via da qui. Siamo tutti imbroglioni”. 3) Nel finale della pantomima costruita per incastrare il delitto e gli inganni del re, quando urla “Luce, luce, luce!” – rappresentazione di cui Amleto, tra le altre scelte di regia, è unico attore e interprete, e si rivolge a noi (siamo dunque noi i corrotti ai quali far sfuggire di colpo la verità, noi il pubblico da turbare, come esseri umani e cittadini della realtà postmoderna). 4) Durante il celebre monologo dell’Amleto, rivisitato e “spostato” in avanti rispetto al testo originale. Qui, davanti ai cadaveri di Ofelia e Polonio (e siamo ancora noi i cadaveri, come uomini e come cittadini), Amleto svela ad alta voce, con una sonorità lieve e umana, la viltà della nostra coscienza e, dopo aver strappato la corona, sputa fuori il suo interrogativo feroce (il nostro), posto come cupo ammonimento: la necessità di decidere, di compiere delle scelte, di essere responsabili, di “Essere o non essere. Tutto qui”. L’arte dello specchiamento teatrale viene compiuto, e riesce. 
Per tutte queste ragioni, Un Principe sembra dichiarare un doppio obiettivo: mostrare come uno Stato e una società marciscono (il nostro Stato, la nostra Società), e mostrare, proprio come Shakespeare fa con la tragedia dell’Amleto, che cos’è il teatro, e che cosa dovrebbe essere per lo spettatore contemporaneo. Non a caso lo spettacolo si apre con una voce registrata che dichiara il suo intento civile e politico, ma lo fa come si conviene a chi ha il compito di “illuderci” con la verità, lo fa con il teatro: durante la dichiarazione, infatti, sullo sfondo del palcoscenico, davanti a noi, sono seduti i sette attori della compagnia, imbardati come marionette, immobili con i loro sontuosi costumi e le loro maschere sottili, quasi invisibili, che si confondono con i volti muti e truccati, a testimoniare il fatto che sta per avviarsi il gioco del dire la verità, il teatro, la macchina dell’immaginazione creativa nella quale siamo tutti coinvolti. Il teatro come sacra sveglia, poiché, come nessun altro “media”, libera quelle verità buie che ci abitano dentro e ci riguardano, come esseri umani e come cittadini: la tentazione del potere, il richiamo succulento e ridicolo del sesso, il bisogno d’amore e le conseguenze di sangue della tenerezza, l’ambizione egoica, i vermi del tradimento e le contraddizioni dell’amicizia, l’egoismo sfrenato, il conflitto interiore che sfiora la nevrosi, la durezza delle scelte da compiere, l’incapacità di scegliere e di non soccombere a ciò che “accade”, i “fantasmi” che ci appaiono continuamente e che ci comandano azioni, pensieri, ossessioni, le menzogne che ci recitiamo, la pantomima di noi stessi. Del resto, che cos’è “la recita” se non lo specchiamento della nostra esistenza? Chi, leggendo l’opera shakespeariana, non ha messo le sue cose in allarme? E chi non si è riconosciuto, qui, in Un Principe, nelle spalle curve di questo Amleto? Chi non si è vergognato, per se stesso, dei suoi risolini, “Hi-Hi-HI”? Chi non ha riconosciuto il suo passo strisciante nel suo, l’andare avanti e indietro restando fermo? Chi non ha percepito, riconoscendola in sé, la solitudine delirante, abissale, struggente di tutti questi personaggi-burattini-attori-uomini, la pericolosa recita da circo (la vita) del “ripetere le cose a memoria”? Chi non ha riconosciuto nelle scarpe e nei passi da pavone di Claudio quelli del proprio persecutore, quel persecutore che ci abita dentro? Chi non ha riso con amarezza ai saltelli velenosi di quei Guildenstern e Rosencrantz e non ha ricordato le menzogne “pagliacciate” della nostra realtà? O nei movimenti a scatto della testa e del busto di Gertrude, chi non ha riconosciuto gli scatti e lo spavento della nostra testa, del nostro insensato andare? Chi non si è specchiato nel delirio di Ofelia, nel suo estatico girare in tondo, cantare ad alta voce un’illusione, perdersi?
“Chi vive?”: Eugenio Montale traduce così il primo verso dell’opera shakespeariana e, per chi scrive, questo verso traduce bene non solo tutta l’opera del grande drammaturgo, ma anche l’interrogativo prodotto dalla regia di Occhisulmondo per questo spettacolo, Un Principe, che consideriamo riuscito, e che immaginiamo crescere ancora, come merita ogni ideazione teatrale sincera e onesta, che si pone come tentativo. “Replica” dopo replica, chi vive? “There’s a pain it does ripple through my frame makes me lame” – suona la colonna sonora finale dello spettacolo – “There’s a thorn in my side, it’s the shame, it’s the pride. I am lost”.
We are lost.

 

 

 

 

Legàmi
Un Principe
ispirato ad Amleto
di
William Shakespeare
drammaturgia e regia Massimiliano Burini
assistente alla regia Matteo Svolacchia
con Daniele Aureli, Amedeo Carlo Capitanelli, Caterina Fiocchetti, Andriy Maslonkin, Greta Oldoni, Raffaele Ottolenghi, Matteo Svolacchia
costumi Francesco Marchetti “Skizzo”
realizzazione costumi Elsa Carlani Cashmere
sound designer Nicola “Fumo” Frattegiani
foto di scena Daniele Burini
produzione Occhisulmondo
in co-produzione con Regione Umbria, Comune di Perugia, Centrodanza, Associazione Demetra, Centro di Palmetta, Teatro Cucinelli, Teatro Mengoni
con il sostegno di Teatro Stabile dell’Umbria
lingua italiano
durata 1h 15’
Massafra (TA), Teatro Comunale, 13 Novembre 2016
in scena 13 novembre 2016 (data unica)

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