“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Domenica, 13 Novembre 2016 00:00

Futuro presente

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In principio esisteva sulla pagina scritta, il papiro di Luciano di Samosata, poi i romanzi del XVIII e XIX secolo, presto passati sugli schermi del cinematografo, accompagnando e sviluppando l’evoluzione degli effetti scenici. Con Marco Paolini la fantascienza approda alle tavole del teatro. Dopo aver tanto interrogato il passato, offrendo sempre fecondi spunti di riflessione per il presente, si rivolge al futuro, un futuro più o meno vicino, per indagare temi etici ed esistenziali che riguarderanno il domani, ma hanno i loro semi già nel presente e informano la nostra umanità.

Un elemento costante della fantascienza è il perturbante, determinato dalla plausibilità teorica dell’assunto scientifico e, allo stesso tempo, lo spaesamento che nasce dalla consapevolezza/speranza della impossibilità di quanto raccontato. Paolini si approccia a questo genere coi suoi strumenti, quelli del teatro, del suo teatro, dando vita al primo capitolo/atto di una storia che ci lascia da un lato con il rassicurante desiderio/curiosità di conoscerne il seguito (come si conviene ad ogni storia di fantascienza divisa in capitoli), dall’altro con gli inquieti interrogativi che scaturiscono dalla riflessione su una vicenda così lontana nel tempo (davvero così lontana?) eppure così presente per le scelte etiche che comporta.
La scena è nuda, come sovente nel teatro di Paolini. Un microfono a sinistra, un tavolino alto e quadrato, a destra, con una bottiglietta di acqua naturale. Lui entra in scena. Jeans, maglione nero, occhiali da lettura di celluloide rossi. Non ha bisogno di scenografie. Non ha bisogno di luci. Non ha bisogno di musica o suoni. Non ha bisogno di costumi. Solo la voce, il volto, le parole, per delineare un mondo, farlo sorgere davanti ai nostri occhi, farci sentire, luci, odori, colori, stagioni, luoghi, persone. Il corpo mistico dell’attore, il suo flatus vocis è sufficiente, perché tale è la sostanza di pensiero, di studio, di lavoro che è dietro ogni sillaba pronunciata, ogni accento, ogni inflessione di voce, che la macchina scenica del monologo si trasforma in dialogo, azione, domanda. Gli spettacoli di Paolini sembrano, apparentemente, ad uno sguardo superficiale, di pigri mestieranti, delle chiacchierate informali, condotte con un linguaggio semplice, lineare, pulito, infarcito, talvolta di gustose note dialettali venete (sempre accuratamente tradotte/spiegate al pubblico), aneddoti, battute. Tutto in realtà è accuratamente costruito, pensato, scritto, calibrato nei tempi, alternando i concetti e la storia, il dramma e la distensione, la tensione e lo scioglimento ludico, che permette di uscire dal teatro non con un macigno di angoscia sullo stomaco, da scaricare via, come la coscienza, quanto prima, ma piuttosto con granelli di riflessione che restano dentro, a decantare, con i quali continuare a fare i conti, ciascuno di noi, dal proprio punto di vista, nella propria situazione esistenziale.
Lo spettacolo questa volta è diviso in due parti: una introduzione/prologo in cui si propone l’assunto di questo lavoro in divenire, una serie di domande sulla rivoluzione tecnologica in atto nella nostra società: “Sarà il caso di capire cos’è la tecnologia”. Domande al pubblico, semiserie, ma in ultima analisi essenziali, come il rapido test proposto per misurare il proprio grado di tecnologia: “Avvicinandovi alla sbarra del Telepass: speranza o paura?”.
Si parla di ingegneria genetica, modificazioni del genoma umano. Facile schierarsi, finché si tratta di sostenere una posizione teorica, fondata sulle proprie convinzioni, sul proprio atteggiamento rispetto alla vita, finché si tratta di se stessi. La realtà è diversa. Sempre. più complessa, nelle scelte, futuribili o attuali, che ciascuno di noi si trova a compiere in virtù delle possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnica. Possibilità che esistono e vanno per questo utilizzate?
Dopo la breve introduzione comincia il racconto. Paolini avrebbe potuto costruire, a questo punto, una storia a tema, un dramma didascalico nel quale dare corpo e voce, attraverso i personaggi, alle istanze etiche poste nel prologo. Qualcuno avrebbe trovato la narrazione più aderente all’assunto di fondo, ma ciò sarebbe stato una sorta di teorema, la dimostrazione teatrale di quanto posto in premessa. La realtà è più complessa e il teatro non è scienza, ma racchiude in sé la potenzialità unica del theaomai, il vedere, quel vedere proprio del teatro che comporta la sospensione dell’incredulità, il lasciarsi trasportare dall’autore in un’altra realtà, parallela, passata, presente, futura, non importa, lasciarsi attraversare dalle vite di altri per trarne succhi e linfa per la propria vita.
Quando Paolini comincia a raccontare, cambiando tono, abbassando leggermente la voce, rendendola leggermente più grave e profonda, quasi morbida, come se accarezzasse ruvidamente le orecchie e l’anima dello spettatore, la penna si ferma e parte l’incanto dell’affabulazione. Non starò qui a raccontare la storia, il plot (criminale spoileraggio), basti sapere che il protagonista è Numero Primo (al secolo Nicolas Fermat, come il matematico), un bambino apparentemente di cinque o sei anni. Il punto di vista è quello del padre naturale, Ettore, un padre putativo che acquisisce il suo ruolo in virtù di atto notarile, senza bisogno di passare per un atto sessuale, senza avere mai incontrato la madre del bambino, che glielo affida prima di morire. Gli androidi non dormono, quindi immagino non sognino pecore elettriche, però c’è una capra stampata in 3D che pone il serio problema dello smaltimento degli escrementi (la plastica o il secco indifferenziato?!). Siamo lontani nel tempo, un futuro cyberpunk, vicini nello spazio, il Veneto, Porto Marghera, Padova, Venezia. Domande attuali per trasformazioni futuribili, perché quando si introduce una mutazione nel genoma non si può tornare indietro, ma solo andare avanti. Il futuro, pertanto, è figlio delle risposte che elaboriamo nel presente.

 

 

 

Numero Primo – Studio per un nuovo Album
di
Marco Paolini, Gianfranco Bettin
con Marco Paolini
produzione Jolefilm
lingua italiano
durata 1h 45’
Napoli, Teatro Nuovo, 9 novembre 2016
in scena dal 9 al 13 novembre 2016

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