“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Domenica, 30 Ottobre 2016 00:00

Il (non) senso della vita

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Officina delle Idee è un cortile che si adatta a farsi teatro, spazio non eminentemente teatrale, con piastrelle in luogo dell’assito, sedie e divani a far da platea e una leggera pendenza a favorir visione. La drammaturgia – e quindi la scenografia – s’adattano pertanto allo spazio che la ospita, riempiendosi di sei sedie a corroborare, per metonimica sottrazione, la partitura di Ionesco (Le sedie, appunto).

La scelta è quella di una scena spoglia, abitata da due coniugi nonagenari che rivivono in dramatis personae di età molto inferiore, o meglio in personaggi la cui età cessa da subito di avere rilevanza alcuna nell’economia drammaturgica della messinscena: lei, frusciante abito dai toni confetto, lui giacca e pantaloni scuri, camicia bianca: siamo dinanzi ad una coppia votata ad ingannare il reale e a perseguirne la negazione per sottrarsi all’affermazione della perdita; perdita di un figlio, perdita di un amore lontano, perdita dell’identità, perdita di un senso e, dunque, necessità – allusa in pantomima – di un fideistico intervento risolutore dall’esterno.
La prima riflessione che questa rappresentazione tratta da Le sedie di Ionesco – nella fattispecie editata col titolo di Jonoj, come a voler suggerire un bifronte enigmistico – suggerisce è che ci si trovi dinanzi ad un testo particolarmente “aperto” (prerogativa questa che facilmente s’attaglia a tanto teatro dell’assurdo) e che quindi si presta ad una ampia malleabilità interpretativa.
Una volta partiti da questo presupposto, c’è poi da prendere in considerazione e scandagliare il ventaglio delle scelte registiche e interpretative attraverso cui viene filtrato (e offerto) il fatto spettacolare. Abbiamo due attori (Adelaide Oliano e Roberto Ingenito) in luogo dei tre personaggi previsti nella partitura originaria ed abbiamo una scelta di registro che privilegia una chiave recitativa fondamentalmente naturalistica che risponde all’idea di creare un’ambientazione precipua, corroborata dalle scelta musicali che s’intercalano nella rappresentazione e che, partendo da una Marsigliese “rivisitata”, toccano poi Brel, la Piaf, Aznavour, Brassens. In definitiva, pur partendo da presupposti afferenti al mondo dell’assurdo, Jonoj se ne distacca in buona sostanza, almeno formalmente, sfrondandosi di gran parte della componente grottesca per privilegiare una visione che s’impronta ad una chiave più “realistica”, da quadro d’ambiente, per quanto rimanga partitura intrisa di quel nonsense che continua inesorabilmente ad alludere – nel procedere di due esistenze improntate all’illusione di una vita altra – al fallimento di una esistenza inutile, moltiplicata per due per poi finire moltiplicata per zero.
Tutto ruota – in Jonoj – attorno all’attesa da parte di due coniugi di una serie di ospiti che non arriveranno mai, in un’isola che non si sa, rivestendo ruoli che non sono (l’uomo ha la qualifica non qualificante di “Maresciallo d’alloggio”); le uniche certezze “concrete” risiedono nel fatto di constatare che in scena ci sono due vite, messe in gioco nel teatro giocato, attraverso le sedie che vengono spostate in continuazione, “agite” e “abitate” come per percorrere il testo di partenza, e attraverso una metateatralità che porta i due attori ad interagire col pubblico raggiungendo la platea e lanciandovi rose.
Così, nel corso del suo svolgimento, in Jonoj la verità lascia spazio alla finzione immaginifica, finalizzata a veicolare quel messaggio di fondo che sottende alla partitura originaria, indirizzata all’attesa di un discorso salvifico che non arriverà mai da parte di un oratore che (qui) non vedremo apparire in scena, se non surrogato in una lavagnetta, ma il cui ruolo di messaggero ideale di un'ordalia finale si traduce nell’attesa raccontata dai surreali dialoghi che intercorrono fra il Maresciallo d’alloggio e la moglie Semiramide.
L’adattamento di Victoria De Campora restituisce quel senso di indefinitezza e di vacuità presente nell’originale, permeandolo di un’aderenza ad un contesto storico che prende le mosse da alcuni riferimenti testuali (“Quella località, io credo, si chiamava Parigi”), traducendosi nelle scelte musicali a corredo, che sono in parte anche un riferimento alla metateatralità offerta in visione (ad esempio Aznavour che canta Le cabotin, L’ istrione); stona alquanto – forse perché sfugge, forse perché stride con l’idea contestuale che suggerisce – l’inserimento di qualche frase (e di una canzone) dialettale napoletana, che sembra esulare da quel contesto alluso ed evocato che rimanda ad una Francia d’antan, così come non del tutto plausibile appare il registro recitativo scelto, cui più sarebbe parsa funzionale una forma di straniamento, differente dal taglio adottato, pur recitativamente valido.
Nel complesso però lo spettacolo riesce a trasmettere comunque quel senso di straniante indefinitezza che lo anima, grazie ad un gioco marcatamente teatrale, che viaggia agile verso quella metafora che appaia la chiusura del sipario (che non c’è) alla fine della vita (che sappiamo arriverà).

 

 

 

Off Scena
Jonoj
dai classici del teatro del non sense
adattamento e regia Victoria De Campora, Adelaide Oliano, Roberto Ingenito
con Adelaide Oliano, Roberto Ingenito
foto di scena Giancarlo De Luca
produzione Sub Eventi Pompei
lingua italiano
durata 50’
Angri (SA), Officina delle Idee, 29 settembre 2016
in scena 29 settembre 2016 (data unica)

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