“L'attore è un catalizzatore di presenze invisibili e inattuali”.

Attilio Scarpellini

Martedì, 25 Ottobre 2016 00:00

Scena per un matrimonio

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Cosa ci fa una donna in primo piano vestita di bianco con coroncina di fiori nei capelli (più una mise vezzosa che un abito da sposa)? Cosa ci fa un uomo in giacca carponi sull’assito in fondo verso desta (a sinistra giace un bouquet)? Perché lo spazio scenico è delimitato da un immaginario perimetro aperto fatto di bicchieri in cui stillano gocce d’acqua dal soffitto? Si presenta con questo tableaux-vivant l’inizio de I conigli non hanno le ali, pièce del 2014 dell’autore, regista e attore Paolo Civati, che di questo spettacolo firma anche la regia, mentre i due ruoli sono affidati a Francesca Ciocchetti e a Cristian Giammarini.

Lo spettacolo dà inizio alla rassegna Teatro + Tempo Presente del Binario 7 di Monza, diretta da Corrado Accordino con la collaborazione di Elio De Capitani.
Pian piano l’uomo si mette in ginocchio, poi si alza, e lei comincia a parlare: “Io stavo aspettando che la lavatrice finisse, era il mio giorno libero” e lui: “Lo sa che i mammiferi non volano!”.
Chi deve saperlo e Lucas, figlio decenne della coppia, fratello più grande di Sarah, che ha sei anni.
Una classica famiglia americana middle-class, di quelle che popolano l’immaginario cine-televisivo, casetta con giardino e tagliaerba annesso. Di quelle da cui aspettarsi di tutto, perché c’è il mostro, per fare più effetto, deve sempre sgusciare fuori da un anfratto della villetta della famiglia felice.
Per Richard e Marianne il mostro è Lucas, bambino aggressivo, rabbioso, problematico, che li chiama per nome, che a scuola viene evitato dai compagni. La psicologa ha detto che forse la rabbia sparirà tra una decina d’anni, e intanto ha consigliato a loro di comprargli un coniglietto. Ma un giorno Lucas ha messo all’animaletto le sue mutande di Superman e lo ha lanciato dalla finestra, pensando che potesse volare. La povera bestia è stata medicata da Richard, ma i suoi tormenti non finiranno lì.
Limitando la scena a pochi elementi – oltre al gocciolio nei bicchieri, musiche originali evocative cinematiche, rumori d’ambiente e qualche brano famoso – la drammaturgia punta tutto sui dialoghi, anche se le posture e i movimenti non si limitano ad evocare i momenti trascorsi o il presente (mimare il gesto di guidare o di riassettare la casa) ma si fanno segno del disturbo, del grumo di frustrazioni e disillusioni che abita ormai l’intimo dei maturi coniugi. Un tempo danzavano lieti al tempo delle nozze (l’”amore più grande di tutti” il loro, così come se lo promette ogni coppia nel giorno che segna una cesura netta nella sua condizione identitaria, e come lo cantava George Benson nel 1977 – nella versione originale che precede quella ben più famosa di Whitney Houston). Ora sono individui che non si amano più e che non riescono ad essere chiari con se stessi, ad accettare e a dire le verità: Richard le dichiara di amarla ancora, nonostante lei abbia rivisto il suo ex. Più avanti è lui stesso ad ammettere di non amarla più, affermazione terribile da minimizzare nel sarcasmo del quotidiano (Marian: ”Avrai bevuto...”).
Non c’è solo la crisi coniugale, privata, a spostare il confine tra il reale e il grottesco, tra la ragione e la follia, non è solo conseguenza del logorìo della vita di coppia. S’inserisce, nei dialoghi dell’autore, il richiamo ad un malessere di classe, ad un senso di disillusione e di rimpianto di molta classe media, che da giovane si alimenta di motivazioni ideali per finire poi, da adulta, a coltivare il mito, ben più concreto e piccolo borghese, della solidità economica. E se i compagni di scuola di Lucas disertano la sua festa, è colpa della maestra che fa favoritismi, o dei genitori da disprezzare ed irridere.
Narrativamente i tempi si alternano con regolarità, come in tanta letteratura moderna in cui si passa, senza soluzione di continuità, dal presente al passato, o come in molto cinema (di misteri e travagli nascosti nelle villette a schiera di American Beauty o nelle famiglie disfunzionali dei film di Todd Solondz) in cui l’incipit ritorna alla fine a compimento della parabola esistenziale e di senso. A questo punto viene lecito chiedersi se i momenti tragici, rivelatòri, quelli – per intenderci – in cui esplode il dramma sullo schermo, mantengano la loro pregnanza espressiva anche in una dimensione, quale quella prospettata dall’autore, dove lo specifico teatrale pervade giustamente il clima della rappresentazione con dialoghi declamati, gesti allusivi e simbolici, e tutto ciò che rappresenta l’armamentario linguistico del teatro. O se, invece, la costruzione di situazioni più apparentemente “realistiche”, con dialoghi più allusivi che stentorei, dove la presa di coscienza della propria disperata condizione si mostri meno tragica ed eccessiva, non giovi ad aumentare l’identificazione dello spettatore con la materia narrata e ad insinuare il tarlo che il mostro covi anche nella sua buona coscienza.

 

 

 

 

I conigli non hanno le ali
scritto e diretto da Paolo Civati
con Francesca Ciocchetti, Cristian Giammarini
musiche originali Valerio Camporini Faggioni
produzione Collettivo Attori Riuniti – Teatro del Carretto
lingua italiano
durata 1h
Monza, Teatro Binario 7, 16 ottobre 2016
in scena 15 e 16 ottobre 2016

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