“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 26 Ottobre 2016 00:00

Fiori, note musicali e piccole tragedie contadine

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Fiori, fiori ovunque. Stampati sugli abiti delle donne che compaiono quasi al limite del boccascena, sedute mimando il gesto dello schiacciar le mandorle, fiori dritti impertinenti che coprono un tappeto d’erba sul palco leggermente inclinato verso la platea ad evocare una campagna rigogliosa e incombente. Fiori sul cappello a tuba del contadino Nino Schillaci, detto Liolà.

Fiori rossi, arancio, che diventano note di colore che spiccano tra il bianco vestito che sembra da sposa di Mita, la moglie del padrone zio Simone, ancora senza avergli dato un figlio, perciò ancora candida esternamente come il suo abito, e che sembrano rispondere al rosso abito di Zia Croce Azzara e di sua figlia Tuzza, rispettivamente cugina e nipote di Simone. La scelta cromatica guida alla chiave di lettura della pièce, il bianco e il rosso come sintesi di purezza vera o presunta, e di passione vera o strumentale.
Commedia scritta esattamente un secolo fa da Luigi Pirandello, mentre nel mondo infuriava la Grande Guerra, Liolà era un testo che non sembrava nemmeno appartenere al suo stile tanto sembrava allegro, con i canti popolari delle donne in scena e dello stesso protagonista che sembra preferire il canto al parlato, con la caratterizzazione dei personaggi quasi da musical. Scritta prima della fase in cui Pirandello sperimenterà il metateatro (Cirillo inserisce comunque alcune uscite ed entrate in platea), è però perfettamente in linea con la sua poetica che svela all’uomo l’eterna contraddizione tra essere e apparire nel mondo, il disvelamento dell’avere una maschera sul volto di cui pochi se ne avveggono trasformando gli uomini in attori e il mondo in un palcoscenico.
Mita, la candida sposa, orfana cresciuta sotto la cura di sua zia Cesa, viene data in moglie al ricco possidente terriero Zio Simone che dalla prima moglie non aveva avuto figli e che voleva l’erede per lasciargli tutta la “roba” di verghiana impronta, ma i figli dopo quattro anni di matrimonio non arrivano. Tuzza, la nipote di zio Simone, incinta di Liolà, (ragazzone tanto ingenuo da lasciar spargere il suo seme nella campagna, ma tenero e di “coscienza” prendendosi cura dei suoi tre figli che le madri non avevano voluto), avida come lo zio, coinvolge la madre zia Croce in un inganno ai danni di Mita, che prima di sposarsi con zio Simone aveva avuto una storia con Liolà e trovarsi così vendicata sentimentalmente per sostituirsi nel letto e nel possesso delle proprietà dello zio. Le due donne espongono il piano a zio Simone, cioè di far passare il figlio di Tuzza per suo e far rimanere la ”roba” in famiglia, che accetta senza esitare. Liolà vuole assumersi la responsabilità del figlio e chiede a zia Croce la mano di Tuzza, pur sapendo che il suo spirito allegro mal si sarebbe conciliato con il matrimonio e con Tuzza in particolare. Zia Croce lo congeda malamente perché non vede l’ora che il piano si compia. Liolà è buono, ma ha compreso perfettamente che “fingere è una virtù, e chi non sa fingere non sa regnare”, lo si capisce già nell’Atto I che non è così stupido da non aver capito il piano che le donne stanno ordendo ai danni di Mita. Pertanto, quando si compie la recita di zio Simone che si scopre padre del bimbo di Tuzza, suggerisce a Mita di difendersi con lo stesso inganno, farsi mettere incinta da lui stesso e far passare il figlio per quello del marito. Con le due donne gravide sulla scena si compie lo svelamento dell’ipocrisia che appartiene al genere umano, indipendentemente dal luogo e dalla società di appartenenza. Tutti i personaggi sanno e accettano lo stato delle cose fingendo di non sapere. Tuzza, senza marito e senza onore, deve accettare che il figlio se lo prenda Liolà che si è offerto di farlo crescere insieme agli altri tre, non solo per benevola umanità, ma anche utilitaristicamente perché le braccia in campagna servono.
La regia di Cirillo è inconfondibile: nella gestualità degli attori, nei movimenti paradossali o esasperati nei momenti di raccordo tra le scene o le azioni, riuscendo a dare una leggerezza alla pièce pur senza sorvolare sul dramma esistenziale che si consuma. Milvia Marigliano interpreta zia Croce sempre sul filo tra l’ironia e il registro tragico, cesellando il suo personaggio che accetta con naturalezza la subalternità all’oppressione maschile cercando con l’astuzia muliebre di sovvertire e di vendicare i ruoli.
In un’intervista sul quotidiano Il Mattino di Napoli la Marigliano si era chiesta che senso avesse portare in scena una pièce di un secolo fa e di essersi convinta dalla lettura del testo che dà Cirillo, il quale non effettua grandi stravolgimenti, anzi elimina solo il ruolo di zia Ninfa, madre di Liolà e i tre bambini sono trasformati in adolescenti, dimostrando che si possono realizzare nuove letture sperimentali senza trasfigurare l’essenza dell’autore. Una nota di merito a Massimiliano Gallo che ormai ha raggiunto una maturità artistica in grado di permettergli di interpretare qualsiasi ruolo rimanendo sempre convincente, padrone della scena e della trama. A Paolo Coletta che ha curato le musiche e la drammaturgia vocale, il merito di aver dato anima ai canti delle donne e di Liolà, in modo da vedere quasi le parole del testo volare sulla scena trasformate in note musicali.

 

 

 

Liolà
di Luigi Pirandello
regia Arturo Cirillo
con Massimiliano Gallo, Arturo Cirillo, Milvia Marigliano, Giovanna Di Rauso, Giorgio Coco, Sabrina Scuccimarra, Antonella Romano, Viviana Cangiano, Valentina Curatoli, Giuseppina Cervizzi, Emanuele D’Errico, Antonia Cerullo, Francesco Roccasecca
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Mario Loprevite
musiche e drammaturgia vocale Paolo Coletta
regista collaboratore Roberto Capasso
assistente alla regia Riccardo Buffonini
assistente ai costumi Gianmaria Sposito
direttore di scena Silvio Ruocco
elettricista Fulvio Mascolo
macchinista Fabio Barra
fonico Diego Iacuz
sarta Simona Fraterno
foto di scena Marco Ghidelli
produzione Teatro Stabile di Napoli
lingua italiano
Napoli, Teatro San Ferdinando, 20 ottobre 2016
in scena dal 19 al 30 ottobre 2016

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