“E comunque si andrà a teatro perché là ci sono ancora esseri che sudano, che piangono, si tagliano, sbagliano, cadono, si disperano o sono felici. Si andrà a vedere questo evento come qualcosa di non manipolabile, di non bidimensionale”.

Antonio Neiwiller

Martedì, 19 Marzo 2013 01:00

La consapevolezza di Nora

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“Il mio progetto è di farmi fotografo. Farò posare davanti al mio obbiettivo i miei contemporanei, ad uno ad uno. Non risparmierò né il bimbo nel grembo materno, né un pensiero, né un’atmosfera nascosta nelle parole di nessuna anima, ogni volta che mi troverò in presenza di uno spirito che meriti il ritratto” (da una lettera di Henrik Ibsen a Bjørnstjerne Bjørnson).
Foto tappezzano la Stanza Blu del Mercadante. Sulle porte, sulla lavagna, alle pareti; su una scatola, poggiata per terra, sulle quinte, disposte in obliquo, sulla scrivania, posta di lato. Foto di matrimoni passati, di amori passati. Foto cui il tempo ha consumato i margini, sbiadito i toni, ingiallito il biancore ponendo la propria patina, la propria impronta, il proprio passaggio. Una giovane coppia posa all’altare, un’altra è ad un passo dal mare, una – ancora – è nella sala di nozze ed ha grossi biglietti che adornano gli abiti (il regalo ricevuto). Una cammina mano nella mano: per dove? Un’altra sorride: ancora? Una sembra dirsi “per sempre”: davvero?

Foto tappezzano la Stanza Blu del Mercadante perché Ibsen ebbe a farsi “fotografo” ovvero prese per propria la metafora della tranche strappata alla realtà per essere offerta, spietatamente, all’analisi. Posteriore. Posteriore poiché la foto è carezzata, osservata, studiata quando ciò che vi è ritratto è già stato, trascorso, passato: forse è cambiato, forse è finito.
“Le foto: che magia spietata”. “Fissare gli attimi per renderli eterni”. “Un ricordo ci assale dal passato” attraverso queste immagini che restano ferme, immobili, sagomate offrendo a chi guarda un attimo che non è un attimo ma soltanto quell’attimo. In quell’attimo eravamo. In quell’attimo pensavamo. In quell’attimo credevamo, speravamo, eravamo certi e convinti. In quell’attimo, altrove e distante da quest’attimo.
Il teatro di Ibsen costringe quell’attimo in quest’attimo, generando una tragicità che non è nella morte per infausto destino ma nell’infausto destino della vita medesima, che continua trascinandosi inesorabile. Si rimane in vita, in Ibsen. Si rimane in vita per assenza di coraggio a darsi la fine e – rimanendo in vita – si è costretti al confronto con se stessi, con i propri inganni, i propri abbagli, i propri errori. È pensando ad Ibsen che Rilke scrive la frase che segue: “La vita era scivolata in noi, si era ritirata dentro di noi così profondamente che si poteva appena congetturare cosa fosse”.
Ecco. Il teatro di Ibsen è fatto da spettri che si aggirano tra i propri ricordi avendo, nel profondo del ventre o del petto, la vita “ritirata dentro” a tal punto da potersi “appena congetturare cosa fosse”.
Com’era la nostra casa? Di cosa parlavamo? Quali abiti indossavamo? Quali erano i nostri pensieri, le nostre gioie, le nostre illusioni? Cosa ci faceva sospirare? Cosa ci preoccupava di notte? Quale delizia ci regalava il piacere? Che parole suonavano chiare? Quale musica? Quale sapore? Chi eravamo, allora, quando eravamo?
Del teatro ibseniano come sopravvivenza tragica, contemplazione postuma, giudizio inesorabile è pienamente cosciente Fabio Cocifoglia che incornicia la vicenda di Casa di bambola apparentemente in un'aula processuale (il teatro come indagine pubblica, lo spettacolo come acquisizione di dati, gli spettatori come giurati con in testa un verdetto) ma – in realtà – ponendo assai più nobilmente l’opera al cospetto del suo stesso autore: il giudice, infatti, troppo somiglia all’Ibsen di certe foto per non procurarci, immediatamente, la sensazione che ad introdurre i personaggi, a renderli mobili, a fargli rivivere quella condizione sia il drammaturgo di Skien.
“Fargli rivivere” abbiamo scritto. Ebbene, come si fa a “far rivivere” ciò che appartiene ai giorni che hanno perso la propria ora? Si riporta l’ora a quei giorni ovvero ci si rimpossessa di quella data, di quella occasione, di quella vicenda reinterpretandola nuovamente. Si fa teatro (il cui tempo è il presente, il cui attimo è quest’attimo).
Si fa teatro, dunque: qui una stufa dov’era una stufa, qui uno specchio dov’era uno specchio, qui una sedia a dondolo dov’era una sedia a dondolo, qui l’albero di Natale dov’era l’albero di Natale. Qui Torvald, qui Nora. Si fa teatro, dunque. Ibseniano. Profondamente ibseniano poiché Fabio Cocifoglia cura il testo rispettando l’intera poetica del suo drammaturgo. Ad esempio.
Ad esempio il tappeto rosso, centrale, che perimetra lo spazio d’azione e di recita. Emblema del salotto, rimanda anche ad un’altra funzione: il tappeto attutisce il rumore dei passi; il rumore dei passi – attutito – consente gli spostamenti furtivi; gli spostamenti furtivi consentono di avvicinarsi alle porte e alle pareti per origliare. Il tappeto consente di origliare (“Ma cosa fa, origlia?”, il nostro Ibsen). Il tappeto consente di tramutare gli scorci nascosti in spazi condivisi, l’intimità in offerta pubblica, i segreti in confessione esplicita. Nelle case immaginate da Ibsen, grazie ai tappeti immaginati da Ibsen, si origlia perché i segreti diventino confessioni.
Ad esempio la luce particolarmente fioca sulla scena. Il salotto di Ibsen, infatti, è oscuro tanto perché carezzato dal solo languore di lampade ad olio o petrolio quanto perché vi si generino angoli bui nei quali acquattarsi, abbassando la voce per discutere di ciò che non deve essere udito o per udire ciò che viene discusso (“Non si capisce nulla e non si vede un granché”, il nostro Ibsen). Così la reviviscenza del tempo d’allora avviene in penombra, tra lucori assai fiochi che giungono dai fari assai fiochi, mentre gli intermezzi d’analisi (nei quali il giudice/Ibsen spezza momentaneamente l’incanto della recita per interrogare le sue stesse figure) risplendono chiari, al bianco intenso di grandi luci che invadono totalmente la stanza.
Ad esempio le figure di contorno di quest’opera che – tutta – vive del confronto tra Nora e Torvald. Fabio Cocifoglia comprende che il dottor Rank è un assistente d’autore ovvero ha la sola funzione di accompagnare i fatti avvenuti favorendo il loro svolgimento regolare: per questo diviene l’aiutante del giudice/Ibsen divenendo il ‘servo di scena’: posiziona gli oggetti, fa suonare il campanello, genera la diversità d’illuminazione voluta. Comprende, Fabio Cocifoglia, che il procuratore Krogstad non è altri che Ibsen medesimo ovvero la necessaria ragione scatenante che Ibsen ingegnò alla base della trama e che ne consente il suo sviluppo effettivo: per questo – col doubling shakespeariano che permette ad uno stesso attore di interpretare più ruoli – chi è Ibsen è anche il procuratore Krogstad: un paio di occhiali, il cappotto abbottonato ben bene, le mani rigidamente tenute nelle tasche. Comprende, Fabio Cocifoglia, che la signora Linde (l’amica di Nora) non è che la testimone (e la coscienza morale) degli avvenimenti che accadono in casa Helmer. Per questo lascia ch’ella svanisca, assegnando il suo ruolo al pubblico accorso.
Comprende, Fabio Cocifoglia, che Casa di bambola non è soltanto una storia da interno borghese con epilogo di rimozione o abbandono ma che è una sontuosa partitura teatrale che ha come tema la consapevolezza di sé. Comprende che Nora – la piccola Nora bambina (“lo scoiattolino”, “la piccola allodola canterina”, “la piccola sciupona”, “la strana creaturina”, la “ghiottoncella”, “la piccola donnina”) di Ibsen – che addobba canticchiando l’albero di Natale, che mangia di nascosto gli amaretti alle mandorle, che cela il proprio volto al marito quando, al marito, ha appena mentito (ad esempio offrendo a quest’ultimo non il proprio viso ma il viso della bambola, non i propri occhi ma gli occhi della bambola: “Guardami negli occhi, Nora”; “Ebbene, ecco i miei occhi Torvald”), è la stessa Nora che, specchiandosi prima di far entrare il procuratore Krogstad in casa (ovvero: far entrare in casa la verità sciagurata), acquisisce piena conoscenza di sé: il vestito la infastidisce, come le “andasse stretto”; nelle orecchie battono insulse le frasi dolciastre di Torvald (“il mio scoiattolino”, “il mio uccellino sprecone”, “la mia testolina vuota”) e gli occhi, per quanto in apparenza felici, le si svelano “tristi”.
Nora comprende che è triste, Nora comprende che l’uomo che ha accanto non è un eroe (in grado, cioè, di sacrificare “il proprio onore” per lei), Nora comprende che non ama chi credeva di amare. Nora comprende – specchiandosi (cioè riflettendo la propria immagine, contemplandola, valutandola) – di essere stata una bambola per il padre, di essere una bambola per il marito, di essere una bambola per se stessa. Nora comprende che è il momento di provare a divenire “una vera donna”, una “vera signora”.
Dall’opera: “Sono stata allegra, ecco tutto. E tu sei stato molto affettuoso con me. Ma la nostra casa non è mai stata altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie-bambola, come ero stata la figlia-bambola di mio padre […]. Ora debbo tentare di educare me stessa. Bisogna che mi industri da sola. Debbo essere sola per rendermi conto di me stessa e delle cose che mi circondano […]. So che per me è necessario”.
Nora svanisce, alla destra del palco, da dov’era giunta. Torvald – confuso – fa per svanire anch’egli alla destra ma è richiamato dal giudice, è richiamato da Ibsen: “Signor Torvald, dall’altra parte…”. Che i personaggi tornino da dove sono arrivati: per riapparire di nuovo, alla prossima replica. Le luci si alzano, noi siamo in silenzio: sbiancati alla bellezza dell’opera e della sua messinscena veduta, tanto quanto sbiancati sono i volti delle vecchie immagini che ci fissano da ogni lato della stanza.
“Una bella foto ai testimoni”, dice il nostro Ibsen. Sì, una bella foto anche a noi.
Poi suonano, alti, gli applausi.

 

 

 

Una casa di bambola
libero adattamento da Casa di bambola
di Henrik Ibsen
adattamento e regia Fabio Cocifoglia
con Giorgia Coco, Massimilano Foà, Luca Iervolino, Gaetano di Maso
costumi Alessandra Gaudioso
disegno luci Gaetano di Maso
spazio scenico Riccardo Cominotto, Enrico de Capoa, Gaetano di Maso
foto di scena Vincenzo Broccoli
produzione Le Nuvole, Teatro Stabile di Napoli_La Stanza Blu
durata 1h
Napoli, La Stanza Blu/Teatro Mercadante, 17 marzo 2013
in scena 17, 21 e 24 marzo 2013

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