“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 15 Settembre 2016 00:00

I versi del mare

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La recensione di uno spettacolo è sempre un’impresa ardua, un continuo cozzare contro i limiti di ciò che non si può esprimere e che, per questo, non si può mostrare appieno attraverso le sabbie sfuggenti del linguaggio. Per alcune rappresentazioni i limiti nel ‘mostrare’, ‘catturare’, ‘mappare’ e ‘rappresentare’, si frappongono tra il lettore e chi cerca di restituire l’esperienza dello spettacolo come vere e proprie mura inespugnabili, e l’unico espediente per affrontare l’impresa è quello di riconoscere umilmente l’incolmabilità del divario tra l’esperienza artistica vissuta e le parole utilizzate per raccontarla, appellandosi alla clemenza del lettore che, da subito, è bene che sappia di trovarsi di fronte ad una ‘recensione morta’.

Nel linguaggio dei marinai ‘opera morta’ è la parte dello scafo che emerge dall’acqua, e il tentativo di far emergere dall’acqua l’incantamento di Memoria e versi dei Campi Flegrei non potrà che rivelarsi incompleto e parziale, perché per afferrare l'immensa densità di questo spettacolo ci vogliono tutti i sensi liberi e aperti come pori e quello che può essere restituito a parole è solo una minima parte; come un sommozzatore che riemerge dall'indicibile, con i sensi ancora scossi, chi scrive, proverà a dire delle sensazioni di uno spettacolo unico nell’arte della rappresentazione, in cui: testo, regia e rappresentazione si fondono in una crasi perfetta.
Mimmo Borrelli si serve dell’alchimia teatrale in tutta la sua complessità, estendendone gli elementi oltre i confini ‘tradizionali’ del teatro. Chi assiste dovrà attendere e attraversare, in un orario antelucano, il sopraggiungere di una nuova alba di fronte al mare. La scelta scenica, come spesso accade nel teatro di Borrelli che, come è noto, preferisce fare a meno dei luoghi istituzionali, è prodigale e suggestiva, ha necessità ‘spaziali’ e fame di aria marina, di soli che sorgono e di maree che rumoreggiano. Mimmo, l'autore, nel presentare la rappresentazione chiede scusa, in anticipo, per i 'rumori della natura' che inevitabilmente andranno ad intromettersi nella messa in scena, e tra i rumori 'della natura' include, oltre al mare e ai versi degli uccelli marini, il sottofondo meccanico dei treni della Cumana, antica ferraglia ancora in movimento che ha ispirato S.E.P.S.A., nome della società ferroviaria napoletana ed acronimo scelto come titolo dell'opera di Mimmo che, per prima, verrà parzialmente portata in scena in questo spettacolo. S.E.P.S.A. sta per: Spettatori all'Esequie di Passeggeri Senz'Anima; sono le storie (vere) di passeggeri 'pezzentelli' i cui destini si sono variamente incrociati col percorso che segue i binari della tratta Montesanto/Torregaveta, rispettivamente punto di partenza e capolinea del treno e delle storie narrate. A Montesanto trovò la morte Pedro, il suonatore gitano di fisarmonica, e il grido di rabbia e di dolore di sua moglie Mirella si abbatte sul popolo napoletano come una maledizione gitana contro la quale non c'è né espiazione né possibilità di perdono. Qual è la colpa: l'indifferenza.
A Torregaveta, capolinea del treno, trovarono la morte nel 2008 due piccole zingarelle che vendevano cianfrusaglie su quella tratta, Violetta e Cristina sono i loro nomi. Il treno, luogo di lavoro delle due bambine, non ha colpe se non quella di averle condotte al capolinea del loro troppo breve tragitto di vita, il mare di Torregaveta. Da quello stesso molo, in cui si svolge parte della rappresentazione, si tuffarono in tre, ma una sola venne tratta in salvo dal gesto eroico di un anonimo, il cui anonimato affonda e cela le sue ragioni di omertà in una terra da sempre infestata dalla camorra. È il grido di vendetta e rimpianto della sorella superstite che si leva su un'alba di diversi anni dopo, immutata è la sua forza, e implacabile la sua accusa. Qual è la colpa: l'indifferenza, ancora una volta.
Da un'altra opera di Borrelli è tratta la terza parte della rappresentazione, si tratta di 'A Sciaveca, che prende il nome allo stesso tempo dalla rete da strascico usata per la pesca sotto costa e dalla materia melmosa impantanata di mare, alghe e sabbia che si depositano nella rete stessa. La sciaveca è il putridume miasmatico che fa da amalgama all'animo umano, la sciaveca è la colla che trascina giù, negli inferi così profondi che nessun Dio misericordioso può raggiungere e salvare. La sciaveca è la storia di tre fratelli, dell'amore per una donna, e di un delitto così impronunciabile che è meglio delegarne la colpa al mare, la sciaveca è quello che il mare non accetta di trattenere e che, in un alba di diversi anni dopo, decide di vomitare su questa spiaggia. La sciaveca, è un vibrione, colera, morte, è la vendetta del mare sulla viltà umana.
Il testo, come la 'scenografia', è altrettanto bulimico di spazi espressivi, alla ricerca continua di un nuovo verbo da preconizzare e da ‘suonare’; è una lingua nuova carica di energia primordiale, in cui le parole enunciate comunicano più che col significato (spesso oscuro ai più, trattandosi di arcaico dialetto bacolese alternato ad un un cantilenante italiano sgrammaticato parlato dai non nativi, l'italiano degli zingari), con suoni e vibrazioni che si espandono nel pensiero e nei sensi. È un sistema di ‘comunicazione diretta’ che attinge da un linguaggio ancestrale che precede e insieme supera la parola, le cui capacità espressive comunicano immediatamente con qualcosa di più nascosto e remoto del pensiero; i testi di Mimmo Borrelli hanno l’oscura fascinazione di antiche formule magiche. Come il teatro ipotizzato da Artaud, questo teatro è privo dell’ossessione della parola univoca, intellegibile ed esaustiva; è un linguaggio composto da ritmi, rime e assonanze che poggia sul concetto portante della poesia, ossia quell’unione tra sonorità e senso che permette di dire il mondo.
Al linguaggio parlato si affianca quello fisico, in questa rappresentazione ho visto dei grandissimi attori, così consapevoli della propria 'fisicità' da convincere lo spettatore che non ci fosse 'recitazione' alcuna, ma solo un'incontenibile necessità di agire e parlare, è la necessità a determinare atteggiamenti, movimenti, segni, e che mette in atto un’operazione vivente in cui la luce stessa non è più un mero elemento scenografico ma partecipa alla regia caricando di un nobile significato poetico i gesti e gli oggetti.
Tornando alle scelte di iniziare lo spettacolo in un orario antelucano (le sei del mattino in punto, non un minuto dopo) e di fare di questi luoghi un palcoscenico naturale (molo e spiaggia flegrea che si affacciano su un mare profondo e inquieto), si potrebbe erroneamente pensare che le stesse siano state dettate da finalità squisitamente suggestive. Certo è facilmente intuibile che gli schemi di improvvisazione di un sole che sorge sono molto più belli di un qualsiasi gioco di luci artificiali, ma penso che non ci sia stato spettatore, incluso chi scrive, che nell'affrontare la greve 'levataccia' non abbia pensato: "Ma è davvero necessario questo sacrificio?". Ancora stordita dal sonno, intorpidita dall'umidità, e con la sabbia nelle scarpe, posso affermare con assoluta onestà che si trattava di una necessità reale e concreta, e non di una mera scelta 'estetica'. Agli attori va il merito di una capacità recitativa elevatissima, al testo (o meglio, ai testi) quello di aver dato memoria e versi ad anime pezzentelle e al mare, ma anche l'alba era necessaria, perché necessario era il graduale passaggio dalle tenebre alla luce che impone uno spostamento costante del punto di vista, trasmette una coscienza più varia, nuovi squarci vividi si aprono all'improvviso mutando il sentire dell'osservatore. La spiaggia e il mare seducono con le mille voci della natura e animano la rappresentazione, ma, a sua volta, è come se il mare traesse da questa messa in scena una nuova natura maligna, e diventasse una madre/matrigna verde bile o marrone come la terra, matrice primigenea delle cose, elemento liquido proteico che trasforma e si trasforma, emblema dell'instabilità e relatività di ogni valore, e dell'eterna legge naturale per cui tutto si perde e si ritrova, continuamente rinnovato, perennemente ricreato. La spiaggia, grembo misericordioso, accoglie corpi e relitti che il mare lascia dietro di sé e registra il moto incessante delle onde.
Quando il sole è già alto il mare e gli uomini hanno compiuto i propri riti, con una solennità a doppio fondo hanno dato sfogo a gesti e frasi che sanno di preghiera e di bestemmia, il mare si presenta come uno specchio, nemmeno un'increspatura a guastarne le trasparenze, in superficie qualche barchetta di passaggio, una corona di fiori ed un pallone con impresso il nome di Pedro; nelle profondità, un camposanto senza nomi e lapidi al quale, oggi, è stato reso omaggio.

 

 

 

N.B.: su Memoria e versi dei Campi Flegrei si veda anche: Alessandro Toppi, L'alba teatrale di Mimmo Borrelli (Il Pickwick, 20 settembre 2015)

 

 

 

Efestoval
Memoria e versi dei Campi Flegrei
Percorso in versi tratto dalle opere di Mimmo Borrelli 'A Sciaveca e S.E.P.S.A.
regia, spazio scenico, oggetti di scena Mimmo Borrelli
con Riccardo Ciccarelli, Veronica D'Elia, Renato De Simone, Paolo Fabozzo, Enzo Gaito, Lucienne Perreca
e con Mimmo Borrelli
foto di scena Gennaro Cimmino
produzione Associazione Culturale 'A Sciaveca
lingua italiano, rumeno, dialetto napoletano, dialetti flegrei
durata 1h 45'
Torregaveta (NA), Stazione ferroviaria/Molo, 14 settembre 2016
in scena 14 e 15 settembre 2016

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