“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Martedì, 06 Settembre 2016 00:00

Mimmo Borrelli: deflagrazione flegrea

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Al Castello di Calitri, in Alta Irpinia, in una sera di quasi fine estate che tange la notte, all’interno del miracoloso evento dalla durata oramai settimanale ideato e prodotto da Vinicio Capossela, lo Sponz Fest, fa il suo ingresso in scena, da un sottoscala di un anfratto che potrei associare idealmente ad una grotta, Mimmo Borrelli, conferma della promessa che fu. Non mi era ancora successo di vederlo all’opera.

Nei Paesi di lingua anglosassone – e nei (non-)luoghi degli scimmiottamenti linguistici sostitutivi di pregnanza intrinseca dell’Io o della comunità, si direbbe di questa pièce che è uno one man show. Ma io sono montanara di origine (altirpina, per l’appunto), valligiana di nascita (avellinese), e Borrelli è di Torregaveta, Bacoli (zona flegrea, antica importante sede della flotta marina di Roma), per cui tale espressione striderebbe troppo, e mi permetto invece di definire la stessa pièce un mirabolante equilibrismo drammaturgico-tattile-sonoro-sensoriale, ma prima di tutto emozionale.
E visto comunque che tutto il contenuto gergale neanche l’avrei capito, sono lieta di potermi dedicare alla parte meno estrinseca e più interiore, da cui queste mie parole scritte traggono origine. Trattandosi di sensazioni soggettive e non oggettivizzabili, rischio di meno di impantanarmi in una difficile e complessissima esegesi...
Mi concedo un – solo presunto – atto romantico, in verità un esercizio/approccio “filologico”, per assecondare la richiesta iniziale di Borrelli, che in una sorta di proemio colloquiale, o, se vogliamo, esergo introduttivo, ci invita a non seguire pedissequamente il testo, a non sforzarci di “capire” tutto, ma a “sentire”, e con tutti i sensi, aggiungo io. Il testo si rivelerà poi lungo, intricato, spasmodico a tratti, ricco di riferimenti, citazioni, lacerazioni, entusiasmi. Debordante. Borrelli ci dice però che “a teatro si va pe’ senti’, nun se va pe’ capi’”, ed io comincio ad avvertire, poi a udire, il rumore del vulcano, delle eruzioni, delle voci, delle urla, delle sopraffazioni. Subito sento quanto lui sia dentro il cratere. L’ambivalenza, il doppio piano psichico, esistenziale ed elementale trasmesso si tocca con mano da subito: “Il Vesuvio è la terrificazione di Lucifero... Il Vulcano crea la vita sulla terra: è la mano creatrice di Dio”. Efesto scacciato dall’Olimpo, Pulcinella che canta dolcemente per non far svegliare il vulcano, Maradona, Pino Daniele, i neo-melodici, Mamma Schiavona e tutte le Madonne, e tanti altri personaggi si avvicendano, mi sbattono e colpiscono, e da subito e per tutto il tempo vengo calata nel ventre caldo, avvolgente e soffocante della napoletanità flegrea.
La veracità, che è anche voracità, dei napoletani, sta forse essenzialmente in questo: nel provenire dal, e divenire insieme al, Vesuvio e dai som-movimenti sotterranei di una terra mobile, senza sabbia. Pietre, terreno, lava. Bolle, fumi, fuoco. Questo spettacolo è un fiume incandescente di parole, di passaggi di senso, di scambi verbali tra un signore e il vulcano, che pare il Dio del Pentateuco: iroso e vendicativo, seppur amorevole e amante i suoi figli.
La rivoluzione napoletana avviene ben prima di Masaniello: è i suoi albori, stretti, complicati, funambolici, minacciati sempre dagli elementi, che tanto sono maestosi e incontrollabili da divenire divinità, e quindi scuse, per i mancati adeguamenti etici alla modernità civile e al rispetto dell’autorità, ovvero al riconoscimento di una auctoritas regolatrice il suo caos così perdurante. È la meraviglia priva di controllo, senza etica, è la libertà primordiale, in cui appunto la mediazione comune della morale come limitazione ad essa non c’è.
Potrei tentare di descrivere le varie parti di questo spettacolo, eppure non cedo alla tentazione. Non c’è da sistematizzare una storia che parte dal neolitico e investe una fascia costiera e montana tra le più fertili, incantevoli e pericolose d’Italia... arrivando a tempi odierni, più che contemporanei, passando per tutto ciò che è stato ed è la Storia della nea-polis. Non cedo anche perché questo spettacolo ha riscosso un grande successo, ed anche un enorme consenso di critica, per cui mi pare superfluo aggiungere elementi tecnici e critici di cui altri avranno già scritto prima di me.
C’è di sicuro da sottolineare la magnifica varietà ontologica ed artistica dei napoletani, che hanno la fortuna di poter partire da un patrimonio culturale ed antropologico unico, vastissimo, per certi aspetti incontaminato, ma in continua evoluzione e possibile arricchimento. Il patrimonio non è – purtroppo? – accessibile a tutti (e non mi soffermo qui su ragioni date e acquisite che possano motivare la mia asserzione), ma quando vi si avvicinano persone dotate di passione, sensibilità, talento, perseveranza, studio, coraggio, come Mimmo Borrelli, tale patrimonio diventa materia malleabile preziosa, base di partenza per una nuova, celeste (per restare in tema parzialmente analogico con la/le divinità) creazione. È proprio ciò che avviene, a mio avviso, con la drammaturgia di Napucalisse, di cui Borrelli è autore, regista, infine attore.
La drammaturgia – si diceva – è quasi tutta in dialetto flegreo, ma questo non ha grossa importanza anche per chi non lo mastichi tanto. Piccolo neo: il ritmo, le assonanze, i gesti, i cambi tonali e timbrici e tra i “personaggi” non sono stati proprio perfetti, ma senz’altro l’acustica del luogo non ha aiutato, e di sicuro dei problemi tecnici all’audio ci sono stati. Di contro, la presenza scenica ammaliante, l’abilità fisica catalizzante, la velocità di battuta, la ricchezza lessicale e simbolica di Borrelli fanno di quest’opera una fonte incredibile di significati, domande, possibilità, bestemmie, speranze.
L’ambientazione, per tornare all’inizio dell’articolo, è stata davvero suggestiva, non particolarmente comoda per gli spettatori, non eccellente per gli artisti (si ricorda con Borrelli l’ottimo e poliedrico Antonio Della Ragione, a xilofono e percussioni di tutti i tipi); il titolo riportato sul programma dello Sponz Fest è stato sbagliato: La Voce del Vulcano), ma tutto sommato questi sono dettagli. Mi sono sentita una privilegiata ad assistere ad un’opera così potente, pervasiva. Un’opera combattente e vinta allo stesso tempo, che incarna lo spirito e il corpo (con i suoi odori e fetori) dei napoletani, e dà l’idea dell’improbabile, fragilissima, eppure sopravvivente ai secoli, alchimia tra la contraddittorietà esplosiva dell’antico con il moderno (a tal proposito, si pensi alle nuove fermate della linea 1 della Metropolitana di Napoli, definita la più bella d’Europa: moderne, avveniristiche, che s’innestano nel cuore del centro storico), della passione col dolore, della gentilezza sine conditione con la brutalità e la grettezza più bieche, della bellezza più inimmaginabile con il degrado incurabile e remoto, delle capacità strabilianti con l’immobilismo generale e “politico”, della fantasia con il lassismo. Potrei continuare ancora tanto... ma l’idea di base credo sia stata data. Napoli è una disperazione in perenne movimento, o invece un fiume che non sfocia e che sfonda. Contraddizioni epiche che Borrelli riporta alla perfezione, perché le vive sulla pelle, ma ancor prima nelle viscere. Questo non è stato uno spettacolo, ma uno spaccato geografico, storico, antropologico, psicologico, sospeso tra l’ancestrale e il trans-temporale, tra l’impegno che dà vita al nuovo e la demolizione dell’esistente.
Mimmo Borrelli non è soltanto bravo, come avevo da più parti letto: questo artista è un’esperienza, la sua, quella della sua terra, metafora di un isotropo bestiale e celestiale. Un artista che incarna la sua opera, perché ha mangiato la sua terra. La sta ancora metabolizzando, e scommetto che sa che questo processo sarà lungo. Una rivelazione... e siamo di nuovo nel territorio – più che semantico – del divino: sarà davvero un caso, o invece la sovrumana – e luciferina – vis del Vesuvio lo ha permeato...?
“Io sono l’eccidio senza poesia / Je song’ ‘a forma che deforma l’omm’ / A giustizia che Dio nun vo’ vede’”.
Chapeau, Monsieur Borrelli.

 

 

N.B.: su Napucalisse si veda anche:
Michele Di Donato, Efesto, Napoli e l'Apocalisse (Il Pickwick, 9 settembre 2015)
Caterina Serena Martucci, Magmatico Borrelli (Il Pickwick, 15 novembre 2015)

 

 

Sponz Fest 2016
Napucalisse
di e con Mimmo Borrelli
musiche dal vivo Antonio Della Ragione
produzione Associazione Culturale Sciaveca
in collaborazione con 30ennale Sala Assoli
foto di scena Valentina Mariani
lingua dialetto flegreo
durata 1h 5’
Calitri (AV), Borgo Castello, 24 agosto 2016
in scena 24 agosto 2016 (data unica)

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